Trama. Anno 2029. I mutanti sono quasi estinti. Gli unici sopravvissuti sono costretti a vivere nell'ombra per nascondersi da una potente associazione, la Transigen, che mira al loro completo annientamento. Logan è invecchiato e non è più forte come un tempo. Si divide tra gli Stati Uniti, dove lavora come autista di Limousine e il Messico dove si prende cura di due mutanti sopravvissuti: il reietto Calibano e il vecchio professor Xavier. Il suo obiettivo guadagnare abbastanza soldi per potersi comprare uno yacht e vivere sul mare con il vecchio professore. Un giorno però viene avvicinato da una donna di origine ispanica Gabriella, ex infermiera della Transigen, che chiede il suo aiuto: porta con sé una bambina mutante e hanno bisogno di raggiungere il North Dakota dove dove si dice ci sia una colonia di mutanti sopravvissuta. Logan all'inizio è riluttante, ma poi accetta appena assiste ai poteri della bambina. Partiranno lui, la bambina e il professor Xavier. Dovranno fare i conti però con la Transigen che vuole assolutamente portare a termine il lavoro.
Commento. Fin dal trailer era chiaro che questo Logan sarebbe stato un qualcosa di diverso dagli X-Men e dai precedenti Wolverine. Lo testimoniavano l'aspetto provato e il viso scavato di Hugh Jackman, l'ambientazione desertica (insolita per un film dei supereroi che spesso prediligono l'ambiente metropolitano) e il ritorno di un grande protagonista di questo franchise l'indimenticabile Patrick Stewart nel ruolo del Professor X. James Mangold compie delle scelte coraggiose escludendo tutte le caratteristiche ormai canoniche dei super hero movie. E il motivo è semplice, Logan un supereroe non è o meglio il suo è un processo per diventare un eroe, un vero eroe.
All'inizio vedremo il solito Logan, sarcastico, disincantato, incazzoso, poi gradualmente le cose cambiano e Hugh Jackman (che in questo ruolo a mio avviso ha sempre dato il meglio del suo talento attoriale) riesce a far avvertire scena dopo scena piccoli, ma decisivi cambiamenti.
Il primo atto è magistrale, la capacità di calare un eroe come Wolverine in un contesto quotidiano funziona in modo egregio (vedere la scena dentro la limousine con le ragazze). Mangold riesce a creare un futuro distopico senza cadere negli stereotipi del genere apportando invece piccoli cambiamenti quasi impercettibili che però riescono a restituire la sensazione di un futuro malato e oscuro.
Il secondo atto è un on the road dove comincia a uscire fuori il grande talento attoriale di Patrick Stewart e cominciamo a conoscere Dafne Keen (che personalmente ho preferito nella prima parte muta, rispetto a quando comincia a parlare nella seconda, ma forse è colpa di un poco chiaro doppiaggio). Il ritmo è proprio il classico che del road movie, il problema alla macchina, la fermata a Las Vegas, l'incontro con dei gentili viaggiatori. Sentiamo la famiglia (nonno-padre-figlia) in tutti quei piccoli gesti quotidiani tipici di un viaggio e non mancheranno anche scene più leggere.
Nel terzo atto il film perde di brillantezza. Alcuni passaggi di trama non sono proprio chiari (tutta la vicenda del gruppo Transingen in Messico è spiegata male, così come è poco chiaro il ruolo di Calibano) e i due/tre villain non riescono ad essere incisivi come dovrebbero (ma si sa il vero nemico di Wolverine può essere solo il colonnello Stricker). Il combattimento finale ha delle parti appassionanti, ma non è coinvolgente come dovrebbe.
Conclusione. Che dire, film veramente ben fatto. Dopo lo scherzo Deadpool arriva la vera e propria riscrittura del genere e non poteva che mettere al centro il personaggio di Wolverine uno dei più amati e dei più riusciti dell'Universo Marvel. Questo film dimostra che si può uscire dai binari prestabiliti del super-hero movie e cercare altre strade per affrontare questo genere. La Marvel Disney dovrebbe imparare dalla saga di X Men che dal 2000 a oggi ha saputo reinventarsi in stili e narrazioni sempre nuove e diverse. Però qualche cosa non gira come dovrebbe, il finale manca di quell'epicità che secondo la saga conclusiva di un personaggio del genere forse avrebbe richiesto. Ma ciò non intacca però una struttura d'insieme veramente di pregevole fattura. Logan è la prova che si può parlare di un supereroe senza per questo sbilanciarsi troppo sulla leggerezza (Marvel) né su una ridondante componente dark (Batman e Dc Universe). Mangold riscrive completamente il genere a metà tra un western e un on the road e riesce anche a riprendere, rielaborandola, l'atmosfera di Breaking Bad (le scene del deserto me lo hanno ricordato tantissimo).
sabato 18 marzo 2017
venerdì 3 marzo 2017
Trainspotting 2 Recensione
Trama. Sono passati vent'anni da quando Mark Renton è fuggito da un albergo di Londra con una borsa con dentro 16.000 sterline lasciando i suoi amici al verde.
Nel 2016 Spud ha ancora problemi di dipendenza e non riesce a stare vicino al figlio come vorrebbe. Sick Boy con complicità di una ragazza bulgara ricatta con video compromettenti personaggi di alto spicco. Franco Begbie è in prigione, ma ha un piano per evadere.
Mark decide di tornare e di ripresentarsi ai vecchi amici. Sick Boy gli propone di entrare a far parte di un affare: aprire una sauna/bordello. Intanto Franco è uscito di prigione e appena viene a conoscenza del ritorno di Mark non vede l'ora di fargliela pagare.
Commento. Premetto che non sono mai stato un fan sfegatato del primo film. L'ho visto abbastanza cresciuto e quindi non l'ho mai vissuto come un vero e proprio cult Però l'ho molto apprezzato soprattutto per la sua compattezza e per alcune soluzioni visive veramente innovative.
Rispetto questo sequel sono stato preso da un sentimento contrastante: all'inizio non avevo nessuna voglia di andarlo a vedere, poi vedendo qualche trailer la voglia mi è venuta. Il film si ispira a Porno (il libro di Irvine Walsh che raccontava le vicende dei personaggi di Trainspotting nove anni dopo il primo episodio), ma se ne discosta in molte parti. Ma qui giudichiamo i film, non i libri e neanche i rapporti tra film e libro.
Il film non delude minimamente le aspettative. Non ha la pretesa di essere un vero sequel e neanche di imporsi come un nuovo cult. Rappresenta invece una fedele continuazione del primo capitolo, ma con la consapevolezza che sono passati vent'anni. I personaggi sono invecchiati nell'anima e nei corpi, è cambiata Edimburgo che accoglie chi arriva all'aeroporto con delle ragazze slovene in kilt, è cambiato il mondo e le cose da "scegliere" per avere una vita "normale".
Sono passati vent'anni, il tempo si dice che lenisca le ferite, forse per alcuni è così, per altri non proprio. Quello che resta è un grande senso di appartenenza al passato, al gruppo di amici, a una città, ai posti di una città dove si è vissuto qualcosa di significativo, al ricordo di sventure che forse, per averle vissute con delle persone a cui tenevi, così tanto sventure alla fine non lo erano. E quindi nel film si avverte la stanchezza, ma allo stesso tempo il piacere di ritrovasi dopo tanto tempo, nel perdersi in ricordi felici e dolorosi, senza mai però scadere in una spirale nostalgica. Il tempo che passa lo vediamo nelle rughe di Spud, nella stempiata di Sick Boy, nella pancia e nei baffi grigi di Begbie. L'unico che sembra non aver risentito del passare del tempo è la star Ewan McGregor e questa percezione recepita dal pubblico è anche colta dagli altri personaggi che gliela fanno costantemente notare. Lui è l'unico a non essere invecchiato, ad essere sempre lo stesso (per averne una prova aspettare la scena finale).
La vera abilità di Boyle e dello sceneggiatore John Hodge è quello di raccontare una vera amicizia fatta di scontri e di duelli: quella fra Mark e Sick Boy che nel tentativo di reprimerla non fanno altro che farla sgorgare nella sua impetuosa contraddittorietà, quella tra Franco e Mark che si completa nella resa dei conti che inizia in un bagno di una discoteca e si conclude dentro una sauna piastrellata in vetro. Il tutto raccontato senza retorica, senza abbellimenti, senza abbracci o lacrime. Amicizie e rapporti che si forgiano nelle bastardate reciproche, negli inganni, nelle violenze, nei tradimenti e attraverso donne contese. Nel film infatti l'eroina non c'è più (salvo una fugace apparizione), ma c'è una donna, Veronika, la cui presenza andrà a condizionare il fragile ricostituirsi dell'amicizia. Veronika, interpretata dall'attrice bulgara Anjela Nedyalkova, è il centro gravitazionale del film attorno a cui i personaggi calibrano le loro scelte strategiche, ma che forse non viene sfruttata in tutte le sue potenzialità. Si ha l'impressione che lo si è fatto per non togliere spazio alla presenza dei quattro personaggi principali e forse è anche giusto così (stessa sorte spettava al personaggio di Kelly Mac Donald nel primo film)
Oltre Veronika un altro personaggio leggermente fuori fuoco è Spud, lo sfigato del gruppo. E' l'unico personaggio ad avere una linea narrativa confusa e debole e soprattutto è l'unico che sembra non risentire del passare del tempo: è tale e quale a quello che avevamo lasciato alla fine del primo. Avrà un riscatto nel finale, ma si ha l'impressione che sia più risultato imposto dall'autore che il culmine del processo narrativo del personaggio.
A condire il tutto una fotografia rinnovata di Anthony Dod Mantle che sceglie di abbandonare il tono realistico del primo episodio, per prediligere un impronta cromatica molto forte tutta giocata sul giallo e sul blu. Ma il grigio del primo film ritornerà. Boyle invece dimostra come sempre la sua abilità dietro la macchina da presa, ma personalmente mi sarei risparmiato qualche "trovata visiva" che dovrebbe risultare innovativa, ma che invece ricorda tanti trucchetti usati spesso in film recenti (i numeri dei piani proiettati sulla facciata esterna del palazzo, firme e parole che si materializzano in aria, George Best proiettato sulla fiancata di un taxi) non riuscendo ad avere la portata rivoluzionaria che invece avevano avuto alcune trovate del primo film.
Conclusione. Che dire. Trainspotting 2 un film che lascia delle buonissime sensazioni. In un mondo cinematografico che ormai vive di sequel, Boyle riesce a interpretare il format in modo ironico e con intelligenza. Il progetto si rivela vincente nella misura in cui riesce a prendere le giuste distanze dal primo (i vent'anni di distanza in questo caso aiutano) e calibrando saggiamente il delicato "fan service" (tutto l'opposto dell'episodio otto di Star Wars che proprio in questo era stato stomachevole). Coraggiosi gli attori nel scegliere di riprendere ruoli che li avevano consacrati sulla scena internazionale e di farlo con convinzione. Vedendo il film si ha proprio l'impressione che la volontà di ritornare a far vivere queste storie e questi personaggi sia nata proprio da una grande stima e da un grande affetto di tutto il cast.
Ovviamente non parliamo di un capolavoro o di un nuovo cult, ma un film che riesce a fare intrattenimento in maniera egregia che di questi tempi è tanta roba.
Nel 2016 Spud ha ancora problemi di dipendenza e non riesce a stare vicino al figlio come vorrebbe. Sick Boy con complicità di una ragazza bulgara ricatta con video compromettenti personaggi di alto spicco. Franco Begbie è in prigione, ma ha un piano per evadere.
Mark decide di tornare e di ripresentarsi ai vecchi amici. Sick Boy gli propone di entrare a far parte di un affare: aprire una sauna/bordello. Intanto Franco è uscito di prigione e appena viene a conoscenza del ritorno di Mark non vede l'ora di fargliela pagare.
Commento. Premetto che non sono mai stato un fan sfegatato del primo film. L'ho visto abbastanza cresciuto e quindi non l'ho mai vissuto come un vero e proprio cult Però l'ho molto apprezzato soprattutto per la sua compattezza e per alcune soluzioni visive veramente innovative.
Rispetto questo sequel sono stato preso da un sentimento contrastante: all'inizio non avevo nessuna voglia di andarlo a vedere, poi vedendo qualche trailer la voglia mi è venuta. Il film si ispira a Porno (il libro di Irvine Walsh che raccontava le vicende dei personaggi di Trainspotting nove anni dopo il primo episodio), ma se ne discosta in molte parti. Ma qui giudichiamo i film, non i libri e neanche i rapporti tra film e libro.
Il film non delude minimamente le aspettative. Non ha la pretesa di essere un vero sequel e neanche di imporsi come un nuovo cult. Rappresenta invece una fedele continuazione del primo capitolo, ma con la consapevolezza che sono passati vent'anni. I personaggi sono invecchiati nell'anima e nei corpi, è cambiata Edimburgo che accoglie chi arriva all'aeroporto con delle ragazze slovene in kilt, è cambiato il mondo e le cose da "scegliere" per avere una vita "normale".
Sono passati vent'anni, il tempo si dice che lenisca le ferite, forse per alcuni è così, per altri non proprio. Quello che resta è un grande senso di appartenenza al passato, al gruppo di amici, a una città, ai posti di una città dove si è vissuto qualcosa di significativo, al ricordo di sventure che forse, per averle vissute con delle persone a cui tenevi, così tanto sventure alla fine non lo erano. E quindi nel film si avverte la stanchezza, ma allo stesso tempo il piacere di ritrovasi dopo tanto tempo, nel perdersi in ricordi felici e dolorosi, senza mai però scadere in una spirale nostalgica. Il tempo che passa lo vediamo nelle rughe di Spud, nella stempiata di Sick Boy, nella pancia e nei baffi grigi di Begbie. L'unico che sembra non aver risentito del passare del tempo è la star Ewan McGregor e questa percezione recepita dal pubblico è anche colta dagli altri personaggi che gliela fanno costantemente notare. Lui è l'unico a non essere invecchiato, ad essere sempre lo stesso (per averne una prova aspettare la scena finale).
La vera abilità di Boyle e dello sceneggiatore John Hodge è quello di raccontare una vera amicizia fatta di scontri e di duelli: quella fra Mark e Sick Boy che nel tentativo di reprimerla non fanno altro che farla sgorgare nella sua impetuosa contraddittorietà, quella tra Franco e Mark che si completa nella resa dei conti che inizia in un bagno di una discoteca e si conclude dentro una sauna piastrellata in vetro. Il tutto raccontato senza retorica, senza abbellimenti, senza abbracci o lacrime. Amicizie e rapporti che si forgiano nelle bastardate reciproche, negli inganni, nelle violenze, nei tradimenti e attraverso donne contese. Nel film infatti l'eroina non c'è più (salvo una fugace apparizione), ma c'è una donna, Veronika, la cui presenza andrà a condizionare il fragile ricostituirsi dell'amicizia. Veronika, interpretata dall'attrice bulgara Anjela Nedyalkova, è il centro gravitazionale del film attorno a cui i personaggi calibrano le loro scelte strategiche, ma che forse non viene sfruttata in tutte le sue potenzialità. Si ha l'impressione che lo si è fatto per non togliere spazio alla presenza dei quattro personaggi principali e forse è anche giusto così (stessa sorte spettava al personaggio di Kelly Mac Donald nel primo film)
Oltre Veronika un altro personaggio leggermente fuori fuoco è Spud, lo sfigato del gruppo. E' l'unico personaggio ad avere una linea narrativa confusa e debole e soprattutto è l'unico che sembra non risentire del passare del tempo: è tale e quale a quello che avevamo lasciato alla fine del primo. Avrà un riscatto nel finale, ma si ha l'impressione che sia più risultato imposto dall'autore che il culmine del processo narrativo del personaggio.
A condire il tutto una fotografia rinnovata di Anthony Dod Mantle che sceglie di abbandonare il tono realistico del primo episodio, per prediligere un impronta cromatica molto forte tutta giocata sul giallo e sul blu. Ma il grigio del primo film ritornerà. Boyle invece dimostra come sempre la sua abilità dietro la macchina da presa, ma personalmente mi sarei risparmiato qualche "trovata visiva" che dovrebbe risultare innovativa, ma che invece ricorda tanti trucchetti usati spesso in film recenti (i numeri dei piani proiettati sulla facciata esterna del palazzo, firme e parole che si materializzano in aria, George Best proiettato sulla fiancata di un taxi) non riuscendo ad avere la portata rivoluzionaria che invece avevano avuto alcune trovate del primo film.
Conclusione. Che dire. Trainspotting 2 un film che lascia delle buonissime sensazioni. In un mondo cinematografico che ormai vive di sequel, Boyle riesce a interpretare il format in modo ironico e con intelligenza. Il progetto si rivela vincente nella misura in cui riesce a prendere le giuste distanze dal primo (i vent'anni di distanza in questo caso aiutano) e calibrando saggiamente il delicato "fan service" (tutto l'opposto dell'episodio otto di Star Wars che proprio in questo era stato stomachevole). Coraggiosi gli attori nel scegliere di riprendere ruoli che li avevano consacrati sulla scena internazionale e di farlo con convinzione. Vedendo il film si ha proprio l'impressione che la volontà di ritornare a far vivere queste storie e questi personaggi sia nata proprio da una grande stima e da un grande affetto di tutto il cast.
Ovviamente non parliamo di un capolavoro o di un nuovo cult, ma un film che riesce a fare intrattenimento in maniera egregia che di questi tempi è tanta roba.
martedì 28 febbraio 2017
Barriere Recensione
Trama. Troy Maxson è un ex promessa del baseball che lavora come netturbino a Pittsburgh insieme al suo amico Jim Bono. Oltre a prendersi cura di due figli (di cui con uno ha un rapporto molto complesso) bada anche al fratello Gabe affetto da problemi mentali. A prendersi cura di lui invece c'è Rosa, la moglie, da sempre al suo fianco. Troy è un padre-padrone capace di racconti lunghi e fantastici, ma anche di scatti d'ira e prese di posizione incomprensibili.
Commento. La prima cosa che balza all'occhio nel vedere Barriere è la sua origine teatrale. A differenza di Moonlight (dove Barry Jenkins è stato bravo nell'occultare l'origine dello script) Washington non ha paura di nascondere l'impianto teatrale del testo, anzi lo esibisce senza remore. Tutto ciò diventa evidente nella seconda scena quando Troy e Jim arrivano nel cortile di casa. Il modo in cui Troy comincia a parlare e la moglie Rose si va a sedere su una sedia a cucire è teatro puro. Azioni al servizio delle parole. Il modo in cui Viola si siede mentre Washington inizia il suo monologo mostra quasi la reverenza dell'attrice nei confronti del "pezzo" del collega.
Il cortile, dicevamo, il vero palcoscenico del film. E' qui che i personaggi parlano, si confrontano e si scontrano. Ed è qui che viene innalzato il recinto. Chi non entra in questo recinto non ha la dignità di farsi vedere. La realtà è il backyard, chi ci sta esiste, chi sta fuori non esiste. Ciò che sta fuori diventa il pretesto per confrontarsi e per affrontare i problemi interni ed interiori. Le barriere come da titolo sono triplici: materiali, relazionali tra i membri della famiglia e soprattutto interiori. Barriere dentro i personaggi, ostacoli che non permettono di farli smuovere dalle loro posizioni. Sono infatti tutti convinti di ciò che sono e di ciò in cui credono e lo dimostrano continuamente. E quindi sono barriere che cozzano le une contro le altre. E il rumore è un rumore sordo, di legno, di una mazza da baseball che sbatte su una pallina appesa a un palo.
Denzel Washington è un gigante. In ognuno dei suoi svariati racconti, inventati o meno, delle sue lezioni di vita, delle sue prediche, mette un'intenzione sempre diversa e con essa una diversa musicalità. Vero e proprio dominatore del film dall'inizio alla fine. Forse anche troppo, forse ci fosse stato qualcun altro alla regia avrebbe mitigato la presenza strabordante dell'attore. Nonostante questo il grande cast di contorno riesce ad uscire alla grande, prima fra tutti Viola Davis. A mio parere ingiustamente candidata come non-protagonista, riesce a reggere il confronto con il personaggio di Troy in ogni fotogramma, in ogni sguardo, in una sfida fatta di urla, di sguardi, di lacrime e di rabbia trattenuta nella bocca, una protagonista a tutti gli effetti.
Washington dimostra un grande coraggio e una grande maturità nel scegliere un ruolo del genere. Ha detto basta con i film d'azione dove è da qualche anno imprigionato nel ruolo del "buono" ad ogni costo e assume un personaggio tanto grande quanto piccolo nelle sue debolezze, nelle sue prese di posizioni, nelle lezioni di vita attraverso le metafore del baseball che dispensa in ogni momento. I dialoghi tra lui e la moglie, con i figli, trasudano verità seppur amplificati da un'intensa e a volte invasiva dialettica teatrale.
Il film però alla fine sia per i temi trattati che per la forma che si è scelto di dargli risulta ostico. La sua origine teatrale a volte lo appesantisce, certi dialoghi sono portati troppo in là. La durata (2h10m) per un film del genere è esagerata e i troppi finali appesantiscono l'ultimo atto. Poco chiara infine la figura del fratello Gabe, mal interpretato a mio avviso da Mykelti Williamson che non riesce ad uscire dal clichè del matto.
Conclusione. Il film esce dalla notte degli Oscar con una statuetta (meritatissima) a Viola Davis che finalmente abbandona il suo classico personaggio da "donna con le palle" per interpretare una madre dove riesce a conciliare perfettamente aggressività "materna" e dolcezza. Mancata seconda statuetta invece per il bravo Denzel. Grande prova la sua, ma si ha l'impressione che non si sia dato un freno e a volte la sua interpretazione straborda e mette in ombra quella degli altri. Alla fine si resta con l'impressione di una grande prova attoriale, ma poco sorretta da una regia che gli avrebbe potuto dare una direzione più precisa. Per uno come me che ama la drammaturgia teatrale film apprezzabilissimo, per altri potrebbe risultare pesante e a tratti noiosi.
Commento. La prima cosa che balza all'occhio nel vedere Barriere è la sua origine teatrale. A differenza di Moonlight (dove Barry Jenkins è stato bravo nell'occultare l'origine dello script) Washington non ha paura di nascondere l'impianto teatrale del testo, anzi lo esibisce senza remore. Tutto ciò diventa evidente nella seconda scena quando Troy e Jim arrivano nel cortile di casa. Il modo in cui Troy comincia a parlare e la moglie Rose si va a sedere su una sedia a cucire è teatro puro. Azioni al servizio delle parole. Il modo in cui Viola si siede mentre Washington inizia il suo monologo mostra quasi la reverenza dell'attrice nei confronti del "pezzo" del collega.
Il cortile, dicevamo, il vero palcoscenico del film. E' qui che i personaggi parlano, si confrontano e si scontrano. Ed è qui che viene innalzato il recinto. Chi non entra in questo recinto non ha la dignità di farsi vedere. La realtà è il backyard, chi ci sta esiste, chi sta fuori non esiste. Ciò che sta fuori diventa il pretesto per confrontarsi e per affrontare i problemi interni ed interiori. Le barriere come da titolo sono triplici: materiali, relazionali tra i membri della famiglia e soprattutto interiori. Barriere dentro i personaggi, ostacoli che non permettono di farli smuovere dalle loro posizioni. Sono infatti tutti convinti di ciò che sono e di ciò in cui credono e lo dimostrano continuamente. E quindi sono barriere che cozzano le une contro le altre. E il rumore è un rumore sordo, di legno, di una mazza da baseball che sbatte su una pallina appesa a un palo.
Denzel Washington è un gigante. In ognuno dei suoi svariati racconti, inventati o meno, delle sue lezioni di vita, delle sue prediche, mette un'intenzione sempre diversa e con essa una diversa musicalità. Vero e proprio dominatore del film dall'inizio alla fine. Forse anche troppo, forse ci fosse stato qualcun altro alla regia avrebbe mitigato la presenza strabordante dell'attore. Nonostante questo il grande cast di contorno riesce ad uscire alla grande, prima fra tutti Viola Davis. A mio parere ingiustamente candidata come non-protagonista, riesce a reggere il confronto con il personaggio di Troy in ogni fotogramma, in ogni sguardo, in una sfida fatta di urla, di sguardi, di lacrime e di rabbia trattenuta nella bocca, una protagonista a tutti gli effetti.
Washington dimostra un grande coraggio e una grande maturità nel scegliere un ruolo del genere. Ha detto basta con i film d'azione dove è da qualche anno imprigionato nel ruolo del "buono" ad ogni costo e assume un personaggio tanto grande quanto piccolo nelle sue debolezze, nelle sue prese di posizioni, nelle lezioni di vita attraverso le metafore del baseball che dispensa in ogni momento. I dialoghi tra lui e la moglie, con i figli, trasudano verità seppur amplificati da un'intensa e a volte invasiva dialettica teatrale.
Il film però alla fine sia per i temi trattati che per la forma che si è scelto di dargli risulta ostico. La sua origine teatrale a volte lo appesantisce, certi dialoghi sono portati troppo in là. La durata (2h10m) per un film del genere è esagerata e i troppi finali appesantiscono l'ultimo atto. Poco chiara infine la figura del fratello Gabe, mal interpretato a mio avviso da Mykelti Williamson che non riesce ad uscire dal clichè del matto.
Conclusione. Il film esce dalla notte degli Oscar con una statuetta (meritatissima) a Viola Davis che finalmente abbandona il suo classico personaggio da "donna con le palle" per interpretare una madre dove riesce a conciliare perfettamente aggressività "materna" e dolcezza. Mancata seconda statuetta invece per il bravo Denzel. Grande prova la sua, ma si ha l'impressione che non si sia dato un freno e a volte la sua interpretazione straborda e mette in ombra quella degli altri. Alla fine si resta con l'impressione di una grande prova attoriale, ma poco sorretta da una regia che gli avrebbe potuto dare una direzione più precisa. Per uno come me che ama la drammaturgia teatrale film apprezzabilissimo, per altri potrebbe risultare pesante e a tratti noiosi.
lunedì 27 febbraio 2017
Oscar 2017 Commento sulla cerimonia
Sicuramente questa cerimonia passerà alla storia come quella della grande gaffe. Se fosse successo in Italia ci saremmo subito dati dei peraccotari e dei dilettanti, per una volta a fare le figure di merda sono i sempre impeccabili statunitensi. Che ci vuole a dare la busta giusta? Dai per favore. Poi Faye Dunaway ha fatto la classica figura della donna che mentre l'uomo cerca di ragionare lo incalza e gli mette fretta (facendolo sbagliare) "dai su, sempre a fare il coglione, di' questo titolo e andiamo a casa che c'ho sonno".
Personalmente questa è la seconda cerimonia che "mi vedo". Metto le virgolette perché, come nel 2014, mi sono addormentato prima dell'inizio, verso le due, per risvegliarmi verso le cinque. Pensavo che avessero chiuso tutti i giochi e invece dopo due ore e mezza ancora dovevano iniziare a dare i premi pesanti. Se fossi nell'Academy rivedrei un attimino questa cerimonia che tra red carpet e robe varie è veramente troppo lunga con un sacco di pubblicità e qualche stacchetto evitabile (o li fai bene bene, altrimenti non li fare proprio).
Per quanto riguarda i premi si conferma la tendenza degli ultimi anni: dare tutti i premi "tecnici", inclusa la regia, a un film e dare il "miglior film" alla pellicola con la tematica più di peso. Personalmente sono molto contento per Moonlight che ha vinto nelle categorie dove meritava. Un film indipendente che vince l'Oscar è qualcosa di abbastanza rivoluzionario e chi lo equipara a film come 12 anni Schiavo e Il Caso Spotlight forse non l'ha visto bene o forse non l'ha proprio visto. Come ho detto nella recensione, Moonlight affronta temi pesanti e pericolosi, ma lo fa con delicatezza e soprattutto non compie mai l'errore letale di spiaccicarteli in faccia, ma te li racconta attraverso una storia. Questo e Hacksaw Ridge erano decisamente i film per cui facevo il tifo.
Per quanto riguarda La la land, ritorno a dire, grande baraccone, perfetto tecnicamente, ma senz'anima. Una storia romantica, come se ne sono viste tante (troppe), molto prevedibile con due sequenze mozzafiato che valgono tutto il film. Ma non venite a parlarmi di capolavoro, perché un capolavoro dovrebbe avere una sceneggiatura di ferro che quella di Chazelle è ben lungi dall'avere.
Giusto quindi l'Oscar a Damien il giovincello (un vero fenomeno), meno quello a Emma Stone, grande attrice comica che però nell'ultimo periodo se la sta sentendo un po' troppo calla. La preferivo personalmente agli inizi (La Rivolte delle ex, Superbad, La coniglietta di casa) dove aveva il coraggio di interpretare anche ruoli da "brutta". Il problema di quest'anno è che non aveva rivali all'altezza.
Meritatissimi i due oscar a Manchester by the Sea.
Per quanto riguarda le mie previsioni sono abbastanza soddisfatto (se avesse vinto La La Land avrei indovinato tutti i premi più importanti) ho perso qualcosa nelle categorie minori (sonoro, montaggio sonoro, costumi, effetti speciali), ma lì sono andato più a preferenza che a previsione.
Personalmente questa è la seconda cerimonia che "mi vedo". Metto le virgolette perché, come nel 2014, mi sono addormentato prima dell'inizio, verso le due, per risvegliarmi verso le cinque. Pensavo che avessero chiuso tutti i giochi e invece dopo due ore e mezza ancora dovevano iniziare a dare i premi pesanti. Se fossi nell'Academy rivedrei un attimino questa cerimonia che tra red carpet e robe varie è veramente troppo lunga con un sacco di pubblicità e qualche stacchetto evitabile (o li fai bene bene, altrimenti non li fare proprio).
Per quanto riguarda i premi si conferma la tendenza degli ultimi anni: dare tutti i premi "tecnici", inclusa la regia, a un film e dare il "miglior film" alla pellicola con la tematica più di peso. Personalmente sono molto contento per Moonlight che ha vinto nelle categorie dove meritava. Un film indipendente che vince l'Oscar è qualcosa di abbastanza rivoluzionario e chi lo equipara a film come 12 anni Schiavo e Il Caso Spotlight forse non l'ha visto bene o forse non l'ha proprio visto. Come ho detto nella recensione, Moonlight affronta temi pesanti e pericolosi, ma lo fa con delicatezza e soprattutto non compie mai l'errore letale di spiaccicarteli in faccia, ma te li racconta attraverso una storia. Questo e Hacksaw Ridge erano decisamente i film per cui facevo il tifo.
Per quanto riguarda La la land, ritorno a dire, grande baraccone, perfetto tecnicamente, ma senz'anima. Una storia romantica, come se ne sono viste tante (troppe), molto prevedibile con due sequenze mozzafiato che valgono tutto il film. Ma non venite a parlarmi di capolavoro, perché un capolavoro dovrebbe avere una sceneggiatura di ferro che quella di Chazelle è ben lungi dall'avere.
Giusto quindi l'Oscar a Damien il giovincello (un vero fenomeno), meno quello a Emma Stone, grande attrice comica che però nell'ultimo periodo se la sta sentendo un po' troppo calla. La preferivo personalmente agli inizi (La Rivolte delle ex, Superbad, La coniglietta di casa) dove aveva il coraggio di interpretare anche ruoli da "brutta". Il problema di quest'anno è che non aveva rivali all'altezza.
Meritatissimi i due oscar a Manchester by the Sea.
Per quanto riguarda le mie previsioni sono abbastanza soddisfatto (se avesse vinto La La Land avrei indovinato tutti i premi più importanti) ho perso qualcosa nelle categorie minori (sonoro, montaggio sonoro, costumi, effetti speciali), ma lì sono andato più a preferenza che a previsione.
domenica 26 febbraio 2017
Oscar 2017. I pronostici.
Miglior Film. Lalaland. Storia romantica dalla magnificenza tecnica, ma con una trama banale, scontata e dimenticabile. Dimenticabile come il film che farà la fine di The Artist. Altro film pluripremiato e sopravvalutato.
L'unico vero competitor potrebbe essere Moonlight, che ha vinto il Golden Globe, ma è un film troppo poco pomposo per poter ambire alla statuetta.
Miglior regia. Damien Chazelle(Lalaland). E' il vincitore annunciato. Il film è ampiamente rivedibile, ma questo ragazzo mostra di avere un gran talento e ci sono tre o quattro sequenze da brividi. In questa categoria non penso ci possano essere altri rivali.
Miglior attore protagonista. Casey Affleck (Manchester by the Sea). La categoria più incerta. Chi dice Washington, chi dice Gosling, chi dice Affleck. Io dico Casey perché nell'ultimo periodo l'Academy sembra dare possibilità anche agli outsider (pensiamo al Redmayne del 2015). Tra le tre interpretazioni è quella più originale e profonda. Grande prova anche per Denzel che però tiranneggia troppo tutto il film; forse se ci fosse stato un altro dietro la macchina da presa in Fences sarebbe potuto essere calibrarlo meglio. Per ultimo Ryan: secondo me è un attore dal grande talento comico, ma la sua interpretazione nel film di Chazelle non è da oscar se escludiamo gli sguardi da cane bastonato in cui è un maestro.
Miglior attrice protagonista. Emma Stone. (Lalaland). Prima era scontata, dopo non più, adesso è ritornata ad essere scontata. Dico Emma Stone, anche se sinceramente non se la merita. Anche lei come Gosling attrice dal grande talento comico, in Lalaland manca però una prova drammatica come si deve. Subito dietro la Portman. Il ruolo, una donna della storia americana un po' pazzarella, sarebbe da oscar ad occhi chiusi, ma il film è stato abbastanza snobbato e lei un oscar l'ha già vinto. Tutto può succedere (anche la Swank ha vinto due oscar), ma la Portman non è un'attrice che si merita due oscar a nemmeno 40 anni. E poi c'è la Huppert che ha vinto il Golden Globe, ma gli americani agli europei se li inculcano di rado.
Miglior attore non protagonista. Mahershala Ali (Moonlight). Vincitore annunciato Mahershala Ali che ha veramente un bellissimo ruolo. Bravissimi anche Shannon in Nocturnal Animals e Lucas Hedges in Manchester.
Miglior attrice non protagonista. Viola Davis (Fences). Vince facile Viola Davis anche perché non ha chissà quale competitor. Io personalmente lo darei a Nicole Kidman perché il suo in Lion è un grande ritorno dopo anni di cagate e chirurgia plastica. Però il ruolo della Davis in Fences è veramente potente e riesce a tenere testa a Denzel per tutto il film. La Davis non è un'attrice che mi fa impazzire, però in questo caso è riuscita ad accantonare le spigolosità e la virilità che ha sempre mostrato nelle sue precedenti interpretazioni ed è riuscita invece a coniugare forza e femminilità.
Un'unica cosa posso dire a Viola: quando piangi evita di smocciolare.
Miglior sceneggiatura originale. Kenneth Lonergan (Manchester by the Sea). Non ci dovrebbero essere dubbi, quella di Lalaland è scritta un po' con i piedi, Lonergan invece ha dipinto un dramma familiare veramente come si deve, se gli devo rimproverare qualcosa forse è qualche esagerazione drammatica di troppo, però la costruzione dell'insieme è veramente notevole.
Miglior sceneggiatura non-originale. Berry Jenkins (Moonlight). Sceneggiatura con qualche buchetto qua e là, però che ha la capacità di affrontare un sacco di temi a forte rischio banalità e non scaderci mai.
Miglior film straniero. Vi presento Toni Erdmann. Dico il tedesco perché Farhadi l'ha già vinto, però è una categoria su cui sono indietro.
Miglior film d'animazione. Zootropolis. Personalmente non mi ha fatto impazzire, per carità l'idea del giallo è vincente come del resto quello della città con i diversi eco-sistemi. Ma a chi lo paragona ai capolavori Disney dico di riandarsi a vedere i capolavori Disney che forse non se li vede da un po' di tempo.
Miglior fotografia. Linus Sandgren (Lalaland). Poco da dire, vedetevi la scena di Stone e Gosling che ballano il tip-tap con sotto L.A. e finisce tutto là.
Miglior scenografia. Sandy e David Wasco (Lalaland). Anche qui il vincitore è annunciato e non ha grandi rivali.
Miglior Montaggio. John Gilbert (La Battaglia di Hacksaw Ridge). Il film di Gibson si merita almeno una statuetta e questa categoria è quella in cui potrebbe avere la meglio. La scena di guerra è montata veramente bene. Non è facile montare un film di guerra e rendere tutte le dinamiche visibili e comprensibili. Gilbert ci riesce alla grande.
Miglior Colonna Sonora. Justin Hurwitz (Lalaland). Poco da dire, grande colonna sonora. Se esci dal cinema e non fai altro che cantare significa che Justin ha fatto il suo lavoro come si deve.
Miglior Canzone. Audition (Lalaland). Tutti dicono City of Stars, ma per me Audition è più altisonante e patetica (in senso buono).
Migliori effetti speciali. Doctor Strange. Insomma la poetica grafica dietro questi effetti è veramente di grande effetto. Anche il Libro della Giungla è notevole, fare tutti quegli animali in computer grafica e poi renderli in modo così vero non è per niente facile. Come non è facile resuscitare Peter Cushing.
Miglior Sonoro. Laland
Miglio montaggio sonoro. La Battaglia di Hacksaw Ridge.
Migliori costumi. Allied.
Miglior trucco. Suicide squad. L'unica cosa bella del film.
L'unico vero competitor potrebbe essere Moonlight, che ha vinto il Golden Globe, ma è un film troppo poco pomposo per poter ambire alla statuetta.
Miglior regia. Damien Chazelle(Lalaland). E' il vincitore annunciato. Il film è ampiamente rivedibile, ma questo ragazzo mostra di avere un gran talento e ci sono tre o quattro sequenze da brividi. In questa categoria non penso ci possano essere altri rivali.
Miglior attore protagonista. Casey Affleck (Manchester by the Sea). La categoria più incerta. Chi dice Washington, chi dice Gosling, chi dice Affleck. Io dico Casey perché nell'ultimo periodo l'Academy sembra dare possibilità anche agli outsider (pensiamo al Redmayne del 2015). Tra le tre interpretazioni è quella più originale e profonda. Grande prova anche per Denzel che però tiranneggia troppo tutto il film; forse se ci fosse stato un altro dietro la macchina da presa in Fences sarebbe potuto essere calibrarlo meglio. Per ultimo Ryan: secondo me è un attore dal grande talento comico, ma la sua interpretazione nel film di Chazelle non è da oscar se escludiamo gli sguardi da cane bastonato in cui è un maestro.
Miglior attrice protagonista. Emma Stone. (Lalaland). Prima era scontata, dopo non più, adesso è ritornata ad essere scontata. Dico Emma Stone, anche se sinceramente non se la merita. Anche lei come Gosling attrice dal grande talento comico, in Lalaland manca però una prova drammatica come si deve. Subito dietro la Portman. Il ruolo, una donna della storia americana un po' pazzarella, sarebbe da oscar ad occhi chiusi, ma il film è stato abbastanza snobbato e lei un oscar l'ha già vinto. Tutto può succedere (anche la Swank ha vinto due oscar), ma la Portman non è un'attrice che si merita due oscar a nemmeno 40 anni. E poi c'è la Huppert che ha vinto il Golden Globe, ma gli americani agli europei se li inculcano di rado.
Miglior attore non protagonista. Mahershala Ali (Moonlight). Vincitore annunciato Mahershala Ali che ha veramente un bellissimo ruolo. Bravissimi anche Shannon in Nocturnal Animals e Lucas Hedges in Manchester.
Miglior attrice non protagonista. Viola Davis (Fences). Vince facile Viola Davis anche perché non ha chissà quale competitor. Io personalmente lo darei a Nicole Kidman perché il suo in Lion è un grande ritorno dopo anni di cagate e chirurgia plastica. Però il ruolo della Davis in Fences è veramente potente e riesce a tenere testa a Denzel per tutto il film. La Davis non è un'attrice che mi fa impazzire, però in questo caso è riuscita ad accantonare le spigolosità e la virilità che ha sempre mostrato nelle sue precedenti interpretazioni ed è riuscita invece a coniugare forza e femminilità.
Un'unica cosa posso dire a Viola: quando piangi evita di smocciolare.
Miglior sceneggiatura originale. Kenneth Lonergan (Manchester by the Sea). Non ci dovrebbero essere dubbi, quella di Lalaland è scritta un po' con i piedi, Lonergan invece ha dipinto un dramma familiare veramente come si deve, se gli devo rimproverare qualcosa forse è qualche esagerazione drammatica di troppo, però la costruzione dell'insieme è veramente notevole.
Miglior sceneggiatura non-originale. Berry Jenkins (Moonlight). Sceneggiatura con qualche buchetto qua e là, però che ha la capacità di affrontare un sacco di temi a forte rischio banalità e non scaderci mai.
Miglior film straniero. Vi presento Toni Erdmann. Dico il tedesco perché Farhadi l'ha già vinto, però è una categoria su cui sono indietro.
Miglior film d'animazione. Zootropolis. Personalmente non mi ha fatto impazzire, per carità l'idea del giallo è vincente come del resto quello della città con i diversi eco-sistemi. Ma a chi lo paragona ai capolavori Disney dico di riandarsi a vedere i capolavori Disney che forse non se li vede da un po' di tempo.
Miglior fotografia. Linus Sandgren (Lalaland). Poco da dire, vedetevi la scena di Stone e Gosling che ballano il tip-tap con sotto L.A. e finisce tutto là.
Miglior scenografia. Sandy e David Wasco (Lalaland). Anche qui il vincitore è annunciato e non ha grandi rivali.
Miglior Montaggio. John Gilbert (La Battaglia di Hacksaw Ridge). Il film di Gibson si merita almeno una statuetta e questa categoria è quella in cui potrebbe avere la meglio. La scena di guerra è montata veramente bene. Non è facile montare un film di guerra e rendere tutte le dinamiche visibili e comprensibili. Gilbert ci riesce alla grande.
Miglior Colonna Sonora. Justin Hurwitz (Lalaland). Poco da dire, grande colonna sonora. Se esci dal cinema e non fai altro che cantare significa che Justin ha fatto il suo lavoro come si deve.
Miglior Canzone. Audition (Lalaland). Tutti dicono City of Stars, ma per me Audition è più altisonante e patetica (in senso buono).
Migliori effetti speciali. Doctor Strange. Insomma la poetica grafica dietro questi effetti è veramente di grande effetto. Anche il Libro della Giungla è notevole, fare tutti quegli animali in computer grafica e poi renderli in modo così vero non è per niente facile. Come non è facile resuscitare Peter Cushing.
Miglior Sonoro. Laland
Miglio montaggio sonoro. La Battaglia di Hacksaw Ridge.
Migliori costumi. Allied.
Miglior trucco. Suicide squad. L'unica cosa bella del film.
sabato 25 febbraio 2017
Moonlight recensione
Trama. Tre fasi della vita di Chiron: infanzia, adolescenza, età adulta: il difficile rapporto con Paula, la madre tossica; l'incontro con Juan e Teresa che diventano per lui una seconda famiglia; l'amicizia con Kevin che forse solo amicizia non è. Le vessazioni dei compagni di classe che lo chiamano faggot.
Commento. Vedendo il trailer mi sarei aspettato un film alla 12 anni schiavo, una grande epopea black. E invece Moonlight è un film completamente diverso. Tratto da un'opera teatrale, affronta argomenti scottanti come il razzismo, il bullismo, l'omosessualità, la tossicodipendenza. Lo fa senza mai cadere nel retorico, ma riuscendo quasi sempre a raccontarli con sincerità e dolcezza. Un dramma personale e intimo come non siamo abituati a vedere quando si tratta di discriminazione sessuale e razziale. Non c'è la volontà di denunciare alcunché né di mostrare le contraddizioni della società o i conflitti insanabili fra diversi gruppi sociali. Si sceglie di raccontare la storia di un ragazzo. senza la pretesa arrogante di sostenere chissà quale tesi o di mostrare chissà quali avvenimenti, ma soltanto la voglia di narrare un qualcosa. Se poi questo qualcosa diventi l'emblema di un tema universale quello è poi un percorso che l'autore lascia fare allo spettatore in totale autonomia. Jenkins ha la bravura nel non essere invasivo, nel non imporre dal di fuori quello si deve pensare o credere.
Due scene su tutte riescono a esprimere il senso del film e la bravura dell'autore nel maneggiare temi così pericolosi: la scena di Chiron e Casey in spiaggia dove le pelli nere diventano blu al chiaro di luna (In moonlight black boy seems blue è il titolo della piece teatrale ) e quella in cui Juan insegna a Chiron a nuotare. L'intimità che diventa universalità. Piccoli gesti che arrivano a diventare simboli di sentimenti universali.
Dicevamo tre fasi della vita Chiron, quindi un film diviso in tre parti, ognuna delle quali ha una sua struttura e un suo stile. La prima gioca sui silenzi del bambino protagonista, sugli sguardi di Juan e di Teresa, su movimenti di macchina a mano che girano vorticosi intorno ai personaggi. La seconda predilige la verticalità: le camminate solitarie di Chiron e un finale magistrale: il procedere veloce e deciso che culmina nell'unico vero colpo di teatro del film. Nella terza invece l'origine teatrale del testo viene maggiormente in primo piano. Chiron che è diventato Black si rincontra dopo tanti anni con Casey, i due si scontrano e si riavvicinano lungo il tavolo di un diner. E poi a casa di Casey si riconoscono finalmente per quello che sono e che erano e che forse diventeranno. Nella terza parte da sottolineare grande interpretazione di Trevante Rhodes che sebbene l'aspetto da duro e il fisico palestrato riesce a contenere quella dolcezza e quell'insicurezza che tanto erano evidenti nelle due versioni precedenti del protagonista.
Unica cosa da ridire è sul personaggio della madre interpretato da Naomi Harris. Personaggio fondamentale, ma allo stesso tempo non approfondito a pieno. La Harris (anche candidata all'oscar come attrice non-protagonista) non riesce a mio parare ad innalzarsi dal classico personaggio tormentato del tossico e a mettere quel tocco di verità che invece tutti gli altri personaggi hanno. Più che un problema dell'attrice il problema è di scrittura: la prima volta che vediamo il personaggio di Paula è in divisa di lavoro, poi la vediamo drogarsi dentro una macchina: non sappiamo bene chi sia, cosa faccia, che rapporto abbia con l'ex marito. E anche le scene tra lei e Chiron sanno di già visto e manca un momento nel film che mostri la verità della loro relazione madre-figlio.
Conclusione. Film che scava dentro. Forse appena alzato dal cinema non mi aveva convinto a pieno, ma mano a mano che ci ho pensato nei giorni successivi è cresciuto lasciando un qualcosa di profondo. Come ho detto tanti temi affrontati, tutti molti pericolosi, ma che però vengono restituiti nella loro essenzialità. Vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico non penso possa ripetersi all'Oscar, ma di questo Berry Jenkins, alla seconda opera, ne sentiremo parlare ancora per molto tempo.
Commento. Vedendo il trailer mi sarei aspettato un film alla 12 anni schiavo, una grande epopea black. E invece Moonlight è un film completamente diverso. Tratto da un'opera teatrale, affronta argomenti scottanti come il razzismo, il bullismo, l'omosessualità, la tossicodipendenza. Lo fa senza mai cadere nel retorico, ma riuscendo quasi sempre a raccontarli con sincerità e dolcezza. Un dramma personale e intimo come non siamo abituati a vedere quando si tratta di discriminazione sessuale e razziale. Non c'è la volontà di denunciare alcunché né di mostrare le contraddizioni della società o i conflitti insanabili fra diversi gruppi sociali. Si sceglie di raccontare la storia di un ragazzo. senza la pretesa arrogante di sostenere chissà quale tesi o di mostrare chissà quali avvenimenti, ma soltanto la voglia di narrare un qualcosa. Se poi questo qualcosa diventi l'emblema di un tema universale quello è poi un percorso che l'autore lascia fare allo spettatore in totale autonomia. Jenkins ha la bravura nel non essere invasivo, nel non imporre dal di fuori quello si deve pensare o credere.
Due scene su tutte riescono a esprimere il senso del film e la bravura dell'autore nel maneggiare temi così pericolosi: la scena di Chiron e Casey in spiaggia dove le pelli nere diventano blu al chiaro di luna (In moonlight black boy seems blue è il titolo della piece teatrale ) e quella in cui Juan insegna a Chiron a nuotare. L'intimità che diventa universalità. Piccoli gesti che arrivano a diventare simboli di sentimenti universali.
Dicevamo tre fasi della vita Chiron, quindi un film diviso in tre parti, ognuna delle quali ha una sua struttura e un suo stile. La prima gioca sui silenzi del bambino protagonista, sugli sguardi di Juan e di Teresa, su movimenti di macchina a mano che girano vorticosi intorno ai personaggi. La seconda predilige la verticalità: le camminate solitarie di Chiron e un finale magistrale: il procedere veloce e deciso che culmina nell'unico vero colpo di teatro del film. Nella terza invece l'origine teatrale del testo viene maggiormente in primo piano. Chiron che è diventato Black si rincontra dopo tanti anni con Casey, i due si scontrano e si riavvicinano lungo il tavolo di un diner. E poi a casa di Casey si riconoscono finalmente per quello che sono e che erano e che forse diventeranno. Nella terza parte da sottolineare grande interpretazione di Trevante Rhodes che sebbene l'aspetto da duro e il fisico palestrato riesce a contenere quella dolcezza e quell'insicurezza che tanto erano evidenti nelle due versioni precedenti del protagonista.
Unica cosa da ridire è sul personaggio della madre interpretato da Naomi Harris. Personaggio fondamentale, ma allo stesso tempo non approfondito a pieno. La Harris (anche candidata all'oscar come attrice non-protagonista) non riesce a mio parare ad innalzarsi dal classico personaggio tormentato del tossico e a mettere quel tocco di verità che invece tutti gli altri personaggi hanno. Più che un problema dell'attrice il problema è di scrittura: la prima volta che vediamo il personaggio di Paula è in divisa di lavoro, poi la vediamo drogarsi dentro una macchina: non sappiamo bene chi sia, cosa faccia, che rapporto abbia con l'ex marito. E anche le scene tra lei e Chiron sanno di già visto e manca un momento nel film che mostri la verità della loro relazione madre-figlio.
Conclusione. Film che scava dentro. Forse appena alzato dal cinema non mi aveva convinto a pieno, ma mano a mano che ci ho pensato nei giorni successivi è cresciuto lasciando un qualcosa di profondo. Come ho detto tanti temi affrontati, tutti molti pericolosi, ma che però vengono restituiti nella loro essenzialità. Vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico non penso possa ripetersi all'Oscar, ma di questo Berry Jenkins, alla seconda opera, ne sentiremo parlare ancora per molto tempo.
domenica 19 febbraio 2017
Manchester by the sea recensione
Trama. Lee Chandler lavora come custode in un condominio di Boston. Vive in un seminterrato e passa le sue giornata riparando i vari guasti idraulici che tormentano gli inquilini del suo palazzo. Parla poco, è introverso e dopo qualche birra è capace di diventare molto aggressivo. Un giorno riceve la notizia della morte del fratello, da anni affetto da una rara malattia al cuore. Lee quindi parte per Manchester by the Sea, cittadina dov'era cresciuto ed aveva messo su famiglia, ma da cui poi era andato via in seguito ad un tragico evento. Arrivato scopre di doversi occupare del nipote Patrick che all'apparenza sembra non accusare più di tanto la morte del padre. Ritornando a Manchester però Lee non dovrà solo misurarsi con la morte del fratello e con il rapporto con il nipote, dovrà anche affrontare i fantasmi del suo passato.
Commento. I primi minuti del film sembrano una commedia: un protagonista un po' svogliato è alle prese con condomini un po' bizzarri, poi, di fronte alle richieste di una signora arrogante, sbotta, mette due "fuck" nella stessa frase e il tono comico comincia a storcersi. La scena dopo, dentro un bar, Lee, dopo aver rifiutato le avances di una ragazza, molla un cazzotto a due uomini rei di averlo fissato troppo a lungo. Lee Chandler ha qualcosa che non va, porta dentro di sé un malessere profondo. La neve che si accumula davanti alle finestre sembra non finire mai, sembra che spalarla non serva a nulla. Squilla il telefono, Lee risponde. La morte. Forse se l'aspettava, forse no. Ed è qui, è nel corridoio dell'ospedale che il film parte e lo fa quel passo in più che riesce a spiazzare. Sì, perché nel raccontare la morte sceglie di non farci vedere il "dolore". Per dirla meglio, il dolore lo vediamo, ma mai nelle forme più scontate. Quello a cui assistiamo non sono gli stati d'animo bensì le azioni che siamo costretti a compiere in seguito a un lutto: l'incontro con i dottori, le pompe funebri, l'appuntamento con l'avvocato per leggere il testamento, l'organizzazione del funerale, gli abbracci dei parenti, le condoglianze che sei costretto a ricevere.
Il dolore non è raccontato con il pianto e la disperazione, ma nel freddo che i protagonisti sentono sui giacconi non abbastanza pesanti, sulle mani coperte da guanti che non coprono le dita, in un cielo azzurro e grigio che non si capisce se minacci ancora neve o se preannunci l'arrivo della primavera. Il tutto è condotto con delicatezza e realismo senza mai scadere nel patetico. Durante la messa del funerale non c'è qualcuno che piange, non c'è Jep Gambardella che fa sfoggio del proprio dolore, ma il suono della vibrazione di un cellulare e il goffo tentativo di farlo uscire dalla tasca e silenziarlo.
Il cellulare appartiene a Patrick, il vero capolavoro di scrittura di questo film. Finalmente si sceglie di non raccontare un adolescente problematico o violento, ma un ragazzo come tanti altri che gioca ad hockey, che suona in una band, che si barcamena tra due ragazze di cui una è sorvegliata da una madre un po' troppo invadente. Un ragazzo che vive il lutto come tante persone cercano di viverlo, cercando di non pensarci, cercando di continuare la propria vita come sempre, anche se tutto è destinato a cambiare. Poi la consapevolezza arriva, non può non arrivare, e arriva in una delle scene più intense del film, ma anche qui senza mai un'esagerazione: ci si stende sul letto, si respira e si aspetta che passi.
Dall'altro lato Lee, burbero, silenzioso, ingobbito e gonfiato dal giubbotto, le mani in tasca, lo sguardo basso che evita il contatto con gli altri occhi, la bocca storta perennemente in una smorfia. Casey Affleck finalmente vive la sua consacrazione. Personaggio difficilissimo, perché alla fine la redenzione non arriva, ma noi rimaniamo con lui fino alla fine. Perché in lui riusciamo a vedere tutto: la disperazione, la rabbia, ma anche la dolcezza e forse un amore che non riesce a uscire, ma che poi forse comincerà a vedere la luce.
Anche il rapporto tra lo zio e nipote è affrontato seguendo un percorso nuovo. In un altro film avremmo assistito alle solite dinamiche: dapprima un rapporto difficile che poi piano piano migliora e si consolida. Qui invece non ci sono mai picchi né positivi, né negativi. I due affrontano insieme il lutto, a volte sorreggendosi, a volte scontrandosi. Il rapporto tra Lee e Patrick è tutto in uno scambio di battute verso la fine. Patrick chiede i soldi per un gelato, Lee glieli dà, ma prima fa uno sguardo che mostra tutta la complessità e allo stesso tempo la bellezza del loro rapporto.
L'unica nota leggermente negativa forse risiede nella back-story di Lee raccontata attraverso alcuni flashback. Il forte realismo che contraddistingue la storia principale si scontra leggermente con l'evento tragico raccontato nel passato a parer mio troppo esagerato e le cui dinamiche non sono spiegate nel migliore dei modi; inoltre sarebbe stato bello se il film si fosse soffermato maggiormente sul personaggio di Michelle Williams che ha una scena con Casey Affleck veramente di grande livello, ma che poi purtroppo non ha un vero finale.
Conclusione. Il film è un vero gioiello. Lonergan dimostra di essere un autore tutto tondo, bravissimo sia in sceneggiatura che dietro la macchina da presa. C'è poco da dire. Un altro film, dopo Paterson che nonostante scelga di raccontare poco, lo fa con così tanta delicatezza e poesia da riuscire a renderlo pieno e intenso.
Commento. I primi minuti del film sembrano una commedia: un protagonista un po' svogliato è alle prese con condomini un po' bizzarri, poi, di fronte alle richieste di una signora arrogante, sbotta, mette due "fuck" nella stessa frase e il tono comico comincia a storcersi. La scena dopo, dentro un bar, Lee, dopo aver rifiutato le avances di una ragazza, molla un cazzotto a due uomini rei di averlo fissato troppo a lungo. Lee Chandler ha qualcosa che non va, porta dentro di sé un malessere profondo. La neve che si accumula davanti alle finestre sembra non finire mai, sembra che spalarla non serva a nulla. Squilla il telefono, Lee risponde. La morte. Forse se l'aspettava, forse no. Ed è qui, è nel corridoio dell'ospedale che il film parte e lo fa quel passo in più che riesce a spiazzare. Sì, perché nel raccontare la morte sceglie di non farci vedere il "dolore". Per dirla meglio, il dolore lo vediamo, ma mai nelle forme più scontate. Quello a cui assistiamo non sono gli stati d'animo bensì le azioni che siamo costretti a compiere in seguito a un lutto: l'incontro con i dottori, le pompe funebri, l'appuntamento con l'avvocato per leggere il testamento, l'organizzazione del funerale, gli abbracci dei parenti, le condoglianze che sei costretto a ricevere.
Il dolore non è raccontato con il pianto e la disperazione, ma nel freddo che i protagonisti sentono sui giacconi non abbastanza pesanti, sulle mani coperte da guanti che non coprono le dita, in un cielo azzurro e grigio che non si capisce se minacci ancora neve o se preannunci l'arrivo della primavera. Il tutto è condotto con delicatezza e realismo senza mai scadere nel patetico. Durante la messa del funerale non c'è qualcuno che piange, non c'è Jep Gambardella che fa sfoggio del proprio dolore, ma il suono della vibrazione di un cellulare e il goffo tentativo di farlo uscire dalla tasca e silenziarlo.
Il cellulare appartiene a Patrick, il vero capolavoro di scrittura di questo film. Finalmente si sceglie di non raccontare un adolescente problematico o violento, ma un ragazzo come tanti altri che gioca ad hockey, che suona in una band, che si barcamena tra due ragazze di cui una è sorvegliata da una madre un po' troppo invadente. Un ragazzo che vive il lutto come tante persone cercano di viverlo, cercando di non pensarci, cercando di continuare la propria vita come sempre, anche se tutto è destinato a cambiare. Poi la consapevolezza arriva, non può non arrivare, e arriva in una delle scene più intense del film, ma anche qui senza mai un'esagerazione: ci si stende sul letto, si respira e si aspetta che passi.
Dall'altro lato Lee, burbero, silenzioso, ingobbito e gonfiato dal giubbotto, le mani in tasca, lo sguardo basso che evita il contatto con gli altri occhi, la bocca storta perennemente in una smorfia. Casey Affleck finalmente vive la sua consacrazione. Personaggio difficilissimo, perché alla fine la redenzione non arriva, ma noi rimaniamo con lui fino alla fine. Perché in lui riusciamo a vedere tutto: la disperazione, la rabbia, ma anche la dolcezza e forse un amore che non riesce a uscire, ma che poi forse comincerà a vedere la luce.
Anche il rapporto tra lo zio e nipote è affrontato seguendo un percorso nuovo. In un altro film avremmo assistito alle solite dinamiche: dapprima un rapporto difficile che poi piano piano migliora e si consolida. Qui invece non ci sono mai picchi né positivi, né negativi. I due affrontano insieme il lutto, a volte sorreggendosi, a volte scontrandosi. Il rapporto tra Lee e Patrick è tutto in uno scambio di battute verso la fine. Patrick chiede i soldi per un gelato, Lee glieli dà, ma prima fa uno sguardo che mostra tutta la complessità e allo stesso tempo la bellezza del loro rapporto.
L'unica nota leggermente negativa forse risiede nella back-story di Lee raccontata attraverso alcuni flashback. Il forte realismo che contraddistingue la storia principale si scontra leggermente con l'evento tragico raccontato nel passato a parer mio troppo esagerato e le cui dinamiche non sono spiegate nel migliore dei modi; inoltre sarebbe stato bello se il film si fosse soffermato maggiormente sul personaggio di Michelle Williams che ha una scena con Casey Affleck veramente di grande livello, ma che poi purtroppo non ha un vero finale.
Conclusione. Il film è un vero gioiello. Lonergan dimostra di essere un autore tutto tondo, bravissimo sia in sceneggiatura che dietro la macchina da presa. C'è poco da dire. Un altro film, dopo Paterson che nonostante scelga di raccontare poco, lo fa con così tanta delicatezza e poesia da riuscire a renderlo pieno e intenso.
mercoledì 15 febbraio 2017
Split Recensione
Trama. Casey è un'adolescente un po' introversa e solitaria. All'uscita da una festa lei e altre due sue compagne di classe vengono rapite da un uomo che le addormenta con uno spray e le rinchiude in un bunker sotto terra. Il nome dell'uomo è Kevin, ma non è stato Kevin a rapire le ragazze, bensì Dennis una delle 23 personalità che abita la mente di Kevin. Kevin è in cura presso la psichiatra Karen Fletcher con cui si relaziona con la personalità di nome Barry, un'estroverso stilista forse omosessuale che governa le altre personalità. Ma forse Barry non è Barry. All'interno della psiche di Kevin infatti sono ora Dennis e Patricia ad aver preso il controllo. Il loro fine è quello di preparare Kevin ad accogliere dentro di sé la Bestia, la ventiquattresima personalità, la più terribile e la più potente che ancora non si è palesata. Le ragazze dovranno servire proprio come cibo votivo per la bestia.
Casey però, temprata da un'infanzia difficile e in possesso di abilità di cui le sue amiche sono sprovviste, forse avrà le armi per fermare le personalità di Kevin e salvarsi.
Commento. La struttura di base del film ricalca in pieno quelle classiche del genere horror: un aguzzino tanto strano quanto spaventoso e una protagonista che deve salvarsi dall'incubo presente attraverso un'elaborazione dei suoi traumi passati. Entrambi i personaggi inoltre non così dissimili da come può sembrare all'apparenza.
La sequenza iniziale è magistrale. Shyamalan con un uso delicato della panoramica riesce a far raggiungere alla scena una vetta di tensione altissima scaraventando lo spettatore nella storia senza esitazioni. Il film poi diventa susseguirsi di duelli: tra Kevin e Casey nel bunker e Kevin e la psichiatra nello studio di lei.Tre prestazioni attoriali di notevole fattura, soprattutto quella di Anya Taylor Joy che dopo The Witch si conferma una delle attrici emergenti più interessanti del panorama contemporaneo. La prova di McAvoy è convincente, ma non così complicata come alcuni la fanno passare. Il lavoro dell'attore è proprio quello di ospitare dentro se stesso varie personalità, e McAvoy fa questo e lo fa molto bene, ma niente più di questo.
La prima ora è di buonissimo livello, poi però la seconda parte va peggiorando per poi lasciare nel finale un forte senso di delusione. Si aspetta in ogni scena un qualcosa di sconvolgente che però non si palesa mai.
Prima di tutto delle 23 personalità ne vediamo giusto 5 o 6 e tutto il discorso psichiatrico è trattato in modo un po' troppo semplicistico; sarebbe stato interessante ad esempio soffermarsi sugli eventuali tratti comuni tra le personalità e tra le personalità e il soggetto ospitante. Ci si sarebbe dovuti soffermare inoltre su alcuni risvolti della trama come ad esempio le dinamiche politiche interne alla psiche di Kevin che sono dette, ma mai effettivamente visualizzate. Il villain, che si palesa alla fine, rimanda per l'ennesima volta alla narrativa superomistica che sinceramente per un film del genere mi sarei evitato. La Bestia risulta essere un cattivo stereotipato e senza nerbo tanto da riuscire molto più spaventose le personalità di Patricia e di Hedwig (meno quella di Dennis, a mio parere, non perfettamente inquadrata). La scelta quindi di trattare il disturbo dissociativo di identità da un punto di vista fantascientifico toglie alla storia la sua originalità di partenza che sarebbe stata mantenuta con un approccio più realistico. La sequenza finale poi si conclude in un modo un po' troppo frettoloso e con un messaggio finale ("chi ha sofferto è più forte") che avrei preferito vedere tramutato in immagine piuttosto che sentirlo dire a mo' di aforisma moralistico-religioso.
Il tanto atteso colpo di scena finale è inutile aspettarlo perché non c'è. Il colpo di scena è in realtà cross-over che però non accende i cuori in modo particolare (soprattutto dopo aver visto il finale di Rogue One, quello sì che accendeva i cuori).
Conclusione. Visto quanto mi era piaciuto The Visit mi aspettavo molto di più da questo film. Quelli che gridano al capolavoro forse si sono fatti rapire più dall'idea del film che da come poi il film si sviluppa effettivamente. E l'idea di base infatti era molto buona, ma non la si è sfruttata in tutte le sue innumerevoli potenzialità. Non è un crimine quello di voler rendere main-stream un argomento complesso e delicato come le malattie mentali, però Shyamalan invece di semplificare rende semplicistico e quindi svuota l'argomento di tutte le sue particolarità e ricchezze. Il film probabilmente sarebbe diventato più ostico e meno lineare, ma sarebbe risultato sicuramente un prodotto innovativo.
Ci sarà sicuramente un sequel, però speriamo vivamente di non dover assistere ad una Shyamalan League perché già ne abbiamo abbastanza delle altre due.
Casey però, temprata da un'infanzia difficile e in possesso di abilità di cui le sue amiche sono sprovviste, forse avrà le armi per fermare le personalità di Kevin e salvarsi.
Commento. La struttura di base del film ricalca in pieno quelle classiche del genere horror: un aguzzino tanto strano quanto spaventoso e una protagonista che deve salvarsi dall'incubo presente attraverso un'elaborazione dei suoi traumi passati. Entrambi i personaggi inoltre non così dissimili da come può sembrare all'apparenza.
La sequenza iniziale è magistrale. Shyamalan con un uso delicato della panoramica riesce a far raggiungere alla scena una vetta di tensione altissima scaraventando lo spettatore nella storia senza esitazioni. Il film poi diventa susseguirsi di duelli: tra Kevin e Casey nel bunker e Kevin e la psichiatra nello studio di lei.Tre prestazioni attoriali di notevole fattura, soprattutto quella di Anya Taylor Joy che dopo The Witch si conferma una delle attrici emergenti più interessanti del panorama contemporaneo. La prova di McAvoy è convincente, ma non così complicata come alcuni la fanno passare. Il lavoro dell'attore è proprio quello di ospitare dentro se stesso varie personalità, e McAvoy fa questo e lo fa molto bene, ma niente più di questo.
La prima ora è di buonissimo livello, poi però la seconda parte va peggiorando per poi lasciare nel finale un forte senso di delusione. Si aspetta in ogni scena un qualcosa di sconvolgente che però non si palesa mai.
Prima di tutto delle 23 personalità ne vediamo giusto 5 o 6 e tutto il discorso psichiatrico è trattato in modo un po' troppo semplicistico; sarebbe stato interessante ad esempio soffermarsi sugli eventuali tratti comuni tra le personalità e tra le personalità e il soggetto ospitante. Ci si sarebbe dovuti soffermare inoltre su alcuni risvolti della trama come ad esempio le dinamiche politiche interne alla psiche di Kevin che sono dette, ma mai effettivamente visualizzate. Il villain, che si palesa alla fine, rimanda per l'ennesima volta alla narrativa superomistica che sinceramente per un film del genere mi sarei evitato. La Bestia risulta essere un cattivo stereotipato e senza nerbo tanto da riuscire molto più spaventose le personalità di Patricia e di Hedwig (meno quella di Dennis, a mio parere, non perfettamente inquadrata). La scelta quindi di trattare il disturbo dissociativo di identità da un punto di vista fantascientifico toglie alla storia la sua originalità di partenza che sarebbe stata mantenuta con un approccio più realistico. La sequenza finale poi si conclude in un modo un po' troppo frettoloso e con un messaggio finale ("chi ha sofferto è più forte") che avrei preferito vedere tramutato in immagine piuttosto che sentirlo dire a mo' di aforisma moralistico-religioso.
Il tanto atteso colpo di scena finale è inutile aspettarlo perché non c'è. Il colpo di scena è in realtà cross-over che però non accende i cuori in modo particolare (soprattutto dopo aver visto il finale di Rogue One, quello sì che accendeva i cuori).
Conclusione. Visto quanto mi era piaciuto The Visit mi aspettavo molto di più da questo film. Quelli che gridano al capolavoro forse si sono fatti rapire più dall'idea del film che da come poi il film si sviluppa effettivamente. E l'idea di base infatti era molto buona, ma non la si è sfruttata in tutte le sue innumerevoli potenzialità. Non è un crimine quello di voler rendere main-stream un argomento complesso e delicato come le malattie mentali, però Shyamalan invece di semplificare rende semplicistico e quindi svuota l'argomento di tutte le sue particolarità e ricchezze. Il film probabilmente sarebbe diventato più ostico e meno lineare, ma sarebbe risultato sicuramente un prodotto innovativo.
Ci sarà sicuramente un sequel, però speriamo vivamente di non dover assistere ad una Shyamalan League perché già ne abbiamo abbastanza delle altre due.
martedì 14 febbraio 2017
La Battaglia di Hacksaw Ridge Recensione
Trama. Desmond Doss è un fervente religioso appartenente alla Chiesa avventista del settimo giorno. Figlio di un veterano della prima guerra mondiale alcolista e violento e da una madre fervente religiosa, Desmond cresce attenendosi strettamente agli insegnamenti della Bibbia e soprattutto al sesto comandamento "Non Uccidere". Ma c'è la guerra, tanti giovani partono per difendere la patria, incluso suo fratello. Desmond, inizialmente obiettore di coscienza, decide di arruolarsi come soccorritore, ma ad una condizione: non prenderà in mano nessuna arma, neanche durante le esercitazioni. Arrivato nel centro di addestramento di Fort Jackson dovrà scontrarsi sia con i suoi commilitoni che con i superiori che lo portano davanti alla Corte Marziale per insoburdinazione. Desmond però al processo riesce a far valere le sue ragioni e parte con il resto dell'esercito per il Giappone. Qui l'esercito americano è impegnato in una sanguinosa e quasi impossibile operazione militare per la conquista di Okinawa. La battaglia si scoprirà essere durissima, ma Desmond uscirà a fare la differenza salvando 75 vite.
Commento. Questo film ha delle qualità indubbie. E' composto di tre parti, ognuna delle quali ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Le tre parti sono calibrate benissimo (innamoramento, addestramento, guerra) con un climax ascendente che culmina in due sequenze finali mozza-fiato.
Gibson, lo si sa, è un animale strano: alcolista e violento da un lato e un fervente cattolico dall'altro. La retorica del cattolicesimo, il senso di colpa e quindi di espiazione del regista sono tutti elementi presenti nel film, forse a volte anche troppo presenti. A qualcuno questo potrà risultare fastidioso, ma non si può non dire che il film abbia una forte coerenza, quasi suicida. Il cambiamento del protagonista e il suo comportamento, sebbene assurdo, risultano credibilissimi. E' uno di quei film in cui il protagonista ha un'aspirazione morale così forte, così convinta che nonostante tutte le difficoltà a cui può andare incontro, decide di continuare, portando la sua fede e quindi le sue azioni fino alle estreme conseguenze. Persone del genere esistono ed è bello assistere alle loro parabole di vita.
Anche la scelta e la gestione del cast è azzeccata. Alcuni personaggi di contorno nonostante non tante apparizioni riescono ad avere un forte impatto, ma allo stesso tempo a non rubare la scena al protagonista su cui il film è profondamente incentrato. Le scene di addestramento, com'è normale che sia, pagano il tributo a Full Metal Jacket, ma Vince Vaughn (che ha intrapreso un interessante percorso attoriale da qualche anno a questa parte) riesce a colorare il suo personaggio con delle sfumature che lo rendono un personaggio completamente diverso dal celebre sergente Hartmann. Anche Sam Worthington, dopo anni di anonimato, torna con un bellissimo ruolo. Grandissimo infine Hugo Weaving, la sua recitazione, leggermente sopra le righe, riesce a incarnare alla perfezione lo spirito del film, forse appunto fuori-luogo e esagerato in certi punti, ma pieno di convinzione in quello che vuole affermare.
Le scene di guerra sono spettacolari, da anni (forse da Saving Private Ryan del maestro) non si vedeva un film di guerra con un'estetica e una poetica così forte. Anche qui alcune scene sono forse troppo violente, tutto molto esplicito, ma per quello che è il film nel suo insieme lo si accetta. Il film ti prende a mattonate in viso dall'inizio, ma sa dove far nascere l'entusiasmo. Diciamo che se Gibson voleva trasmetterci l'orrore della guerra inteso come terrore per i soldati sul campo di battaglia ci è riuscito benissimo.
L'unica nota stonata potrebbe essere che manca completamente una rappresentazione "umana" dei nemici giapponesi. C'è effettivamente una scena che dovrebbe andare in quella direzione, però non ci riesce pienamente, anzi per come è stato impostato il film risulta completamente fuori luogo.
Conclusione. Il film è valido. Gibson dimostra ancora una volta che sa benissimo gestire una storia e di saper gestire la suspance come pochi. Tutte le parti sono calibrate con grande maestria. Non so sincermente che accoglienza possa avere agli Oscar. Ha avuto parecchie candidature, ma rischia effettivamente di restare a bocca asciutta. E' un film che va per la sua strada e non strizza mai l'occhio a un quel tipo di pubblico. Perché da un lato si vuole veicolare un messaggio di pace molto forte, dall'altro però si racconta anche l'inevitabilità e la necessità della guerra.
Commento. Questo film ha delle qualità indubbie. E' composto di tre parti, ognuna delle quali ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Le tre parti sono calibrate benissimo (innamoramento, addestramento, guerra) con un climax ascendente che culmina in due sequenze finali mozza-fiato.
Gibson, lo si sa, è un animale strano: alcolista e violento da un lato e un fervente cattolico dall'altro. La retorica del cattolicesimo, il senso di colpa e quindi di espiazione del regista sono tutti elementi presenti nel film, forse a volte anche troppo presenti. A qualcuno questo potrà risultare fastidioso, ma non si può non dire che il film abbia una forte coerenza, quasi suicida. Il cambiamento del protagonista e il suo comportamento, sebbene assurdo, risultano credibilissimi. E' uno di quei film in cui il protagonista ha un'aspirazione morale così forte, così convinta che nonostante tutte le difficoltà a cui può andare incontro, decide di continuare, portando la sua fede e quindi le sue azioni fino alle estreme conseguenze. Persone del genere esistono ed è bello assistere alle loro parabole di vita.
Anche la scelta e la gestione del cast è azzeccata. Alcuni personaggi di contorno nonostante non tante apparizioni riescono ad avere un forte impatto, ma allo stesso tempo a non rubare la scena al protagonista su cui il film è profondamente incentrato. Le scene di addestramento, com'è normale che sia, pagano il tributo a Full Metal Jacket, ma Vince Vaughn (che ha intrapreso un interessante percorso attoriale da qualche anno a questa parte) riesce a colorare il suo personaggio con delle sfumature che lo rendono un personaggio completamente diverso dal celebre sergente Hartmann. Anche Sam Worthington, dopo anni di anonimato, torna con un bellissimo ruolo. Grandissimo infine Hugo Weaving, la sua recitazione, leggermente sopra le righe, riesce a incarnare alla perfezione lo spirito del film, forse appunto fuori-luogo e esagerato in certi punti, ma pieno di convinzione in quello che vuole affermare.
Le scene di guerra sono spettacolari, da anni (forse da Saving Private Ryan del maestro) non si vedeva un film di guerra con un'estetica e una poetica così forte. Anche qui alcune scene sono forse troppo violente, tutto molto esplicito, ma per quello che è il film nel suo insieme lo si accetta. Il film ti prende a mattonate in viso dall'inizio, ma sa dove far nascere l'entusiasmo. Diciamo che se Gibson voleva trasmetterci l'orrore della guerra inteso come terrore per i soldati sul campo di battaglia ci è riuscito benissimo.
L'unica nota stonata potrebbe essere che manca completamente una rappresentazione "umana" dei nemici giapponesi. C'è effettivamente una scena che dovrebbe andare in quella direzione, però non ci riesce pienamente, anzi per come è stato impostato il film risulta completamente fuori luogo.
Conclusione. Il film è valido. Gibson dimostra ancora una volta che sa benissimo gestire una storia e di saper gestire la suspance come pochi. Tutte le parti sono calibrate con grande maestria. Non so sincermente che accoglienza possa avere agli Oscar. Ha avuto parecchie candidature, ma rischia effettivamente di restare a bocca asciutta. E' un film che va per la sua strada e non strizza mai l'occhio a un quel tipo di pubblico. Perché da un lato si vuole veicolare un messaggio di pace molto forte, dall'altro però si racconta anche l'inevitabilità e la necessità della guerra.
martedì 31 gennaio 2017
La La Land
Trama. Mia e Sebastian vivono a Los Angeles e cercano con difficoltà di inseguire i propri sogni: la prima lavora in una caffetteria e prova a sfondare, senza successo, nel mondo del cinema o della tv con innumerevoli provini; il secondo è un jazzista nostalgico, che fa colazione davanti a uno storico locale jazz e la sera suona al piano le canzoni natalizie in un ristorante per coppiette. I due, come Harry ti presento Sally, si incrociano due volte (una nel traffico, una nel locale dove lavora Sebastian) per poi incontrarsi definitivamente e conoscersi ad una festa dove Sebastian suona in una band nostalgica degli anni '80 e Mia deve sorbirsi gli sproloqui dell'ultimo noioso fidanzato. Dopo un'iniziale antipatia fra i due, comincerà a nascere un'amicizia, ma una volta al cinema davanti a Gioventù Bruciata scoppierà l'amore. I due andranno a vivere insieme, ma le ambizioni lavorative di uno dei due metterà in crisi la coppia. Saranno capaci a superarla o le aspirazioni di carriera avranno la meglio?
Commento. Inizio subito col dire che la prima ora del film è di una qualità straordinaria, uno schiaffo di piacere allo spettatore che viene da subito preso in un turbine di colori, musiche, coreografie degno dei grandi musical del passato. Chazelle riesce a gestire sapientemente tutte le fasi del film calibrando il ritmo alla grande e alternando scene concitate a momenti più lenti e intimi. Poi diciamo che, scavallata la metà, il film subisce una flessione per poi riprendersi abbastanza bene nel finale.
Il film tecnicamente è impeccabile, i numeri musicali e coreografici sono di alta fattura dall'inizio alla fine con balli coinvolgenti canzoni belle e orecchiabili. Però quello che resta una volta finito il film è che si è assistito a un artificio costruito magnificamente, ma con poca anima. Perché se celebra magnificamente un atto d'amore verso il cinema, il Jazz e Los Angeles (fotografata divinamente da Linus Sangren), quella che dovrebbe essere la storia d'amore risente di un ridimensionamento. E' così grande l'amore manifestato per cinema, musica e città che la storia d'amore fra i due viene offuscata; è come se il rapporto di coppia debba vivere nella triangolarità per essere veramente completo e che da solo non sia autosufficiente. Per come si sviluppa il film va a calare proprio laddove la parte "musical" ha una sorta di pausa e l'autore deve rimboccarsi le maniche per far collimare tutte le dinamiche della trama. La crisi dell'amore nasce in modo pretestuoso utilizzando personaggi calati dall'alto che sembrano stare nel film con l'unico scopo di mettere zizzania. La scena della litigata cade proprio nel momento in cui ti aspetti che cada e si regge su cliché triti e ritriti (la mogliettina a casa un po' depressa che si lamenta di non vedere mai il marito sempre al lavoro). Nella seconda metà quindi il film subisce un calo vistoso perché appunto la musica si prende una pausa e subentrano dei dialoghi di cui avremmo fatto volentieri a meno. Poi sul finale, da un colpo di scena inaspettato (e forse un po' forzato), il film si riprende con una sequenza finale bellissima e dolcemente paracula.
Il film farà sicuramente incetta di oscar tecnici e probabilmente Chazelle vincerà l'oscar per la regia. Non sono altrettanto sicuro riguardo gli attori e infatti sono quelli più incerti. Forse quello che manca al film è proprio qualche personaggio di contorno che avrebbe dato al film un respiro maggiore quando invece risulta troppo chiuso sulla coppia. Di conseguenza le dinamiche di coppia non funzionano perché non hanno quegli sbocchi laterali necessari che in una romantic comedy ci devono essere. I personaggi c'erano (penso alla sorella di lui e alle coinquiline di lei che compaiono all'inizio anche in delle belle scene), ma si decide di non utilizzarli.
Conclusione. Il film è da vedere e finita la visione lascia una voglia di ballare e cantare (e questa è una delle cose più belle che un film possa fare). Ripensandoci però rimane quell'amarognolo in bocca di un qualcosa che non torna come dovrebbe Alcuni passaggi a livello di trama, sebbene corretti dal punto di vista logico, non riescono a scandagliare alla dovuta profondità le vere motivazioni dei personaggi, rendendo tutto molto prevedibile. Whiplash in questo mostrava più coraggio e più autenticità. Era infatti un film di sceneggiatura, perfetta nei suoi meccanismi, questo invece parte come un film di immagini per poi diventare un film di sceneggiatura dopo, ma non lo fa nel modo corretto. La morale che lasciava Whiplash era chiara, non condivisibile da tutti, ma chiara, qua invece il messaggio si perde.
Probabilmente un film che potrebbe scontare l'altissimo hype che lo ha accompagnato dal festival di Venezia in poi e che quindi rischia di presentarsi come qualcosa che non è. Non è un capolavoro, ma un bellissimo e ben fatto film "nostalgia", un The Artist fatto molto meglio.
Personalmente mi sarei aspettato un incasso in Italia migliore e invece rischia di finire dietro a Collateral Beauty come incassi complessivi, ma aspettiamo la seconda settimana per un responso definitivo.
Commento. Inizio subito col dire che la prima ora del film è di una qualità straordinaria, uno schiaffo di piacere allo spettatore che viene da subito preso in un turbine di colori, musiche, coreografie degno dei grandi musical del passato. Chazelle riesce a gestire sapientemente tutte le fasi del film calibrando il ritmo alla grande e alternando scene concitate a momenti più lenti e intimi. Poi diciamo che, scavallata la metà, il film subisce una flessione per poi riprendersi abbastanza bene nel finale.
Il film tecnicamente è impeccabile, i numeri musicali e coreografici sono di alta fattura dall'inizio alla fine con balli coinvolgenti canzoni belle e orecchiabili. Però quello che resta una volta finito il film è che si è assistito a un artificio costruito magnificamente, ma con poca anima. Perché se celebra magnificamente un atto d'amore verso il cinema, il Jazz e Los Angeles (fotografata divinamente da Linus Sangren), quella che dovrebbe essere la storia d'amore risente di un ridimensionamento. E' così grande l'amore manifestato per cinema, musica e città che la storia d'amore fra i due viene offuscata; è come se il rapporto di coppia debba vivere nella triangolarità per essere veramente completo e che da solo non sia autosufficiente. Per come si sviluppa il film va a calare proprio laddove la parte "musical" ha una sorta di pausa e l'autore deve rimboccarsi le maniche per far collimare tutte le dinamiche della trama. La crisi dell'amore nasce in modo pretestuoso utilizzando personaggi calati dall'alto che sembrano stare nel film con l'unico scopo di mettere zizzania. La scena della litigata cade proprio nel momento in cui ti aspetti che cada e si regge su cliché triti e ritriti (la mogliettina a casa un po' depressa che si lamenta di non vedere mai il marito sempre al lavoro). Nella seconda metà quindi il film subisce un calo vistoso perché appunto la musica si prende una pausa e subentrano dei dialoghi di cui avremmo fatto volentieri a meno. Poi sul finale, da un colpo di scena inaspettato (e forse un po' forzato), il film si riprende con una sequenza finale bellissima e dolcemente paracula.
Il film farà sicuramente incetta di oscar tecnici e probabilmente Chazelle vincerà l'oscar per la regia. Non sono altrettanto sicuro riguardo gli attori e infatti sono quelli più incerti. Forse quello che manca al film è proprio qualche personaggio di contorno che avrebbe dato al film un respiro maggiore quando invece risulta troppo chiuso sulla coppia. Di conseguenza le dinamiche di coppia non funzionano perché non hanno quegli sbocchi laterali necessari che in una romantic comedy ci devono essere. I personaggi c'erano (penso alla sorella di lui e alle coinquiline di lei che compaiono all'inizio anche in delle belle scene), ma si decide di non utilizzarli.
Conclusione. Il film è da vedere e finita la visione lascia una voglia di ballare e cantare (e questa è una delle cose più belle che un film possa fare). Ripensandoci però rimane quell'amarognolo in bocca di un qualcosa che non torna come dovrebbe Alcuni passaggi a livello di trama, sebbene corretti dal punto di vista logico, non riescono a scandagliare alla dovuta profondità le vere motivazioni dei personaggi, rendendo tutto molto prevedibile. Whiplash in questo mostrava più coraggio e più autenticità. Era infatti un film di sceneggiatura, perfetta nei suoi meccanismi, questo invece parte come un film di immagini per poi diventare un film di sceneggiatura dopo, ma non lo fa nel modo corretto. La morale che lasciava Whiplash era chiara, non condivisibile da tutti, ma chiara, qua invece il messaggio si perde.
Probabilmente un film che potrebbe scontare l'altissimo hype che lo ha accompagnato dal festival di Venezia in poi e che quindi rischia di presentarsi come qualcosa che non è. Non è un capolavoro, ma un bellissimo e ben fatto film "nostalgia", un The Artist fatto molto meglio.
Personalmente mi sarei aspettato un incasso in Italia migliore e invece rischia di finire dietro a Collateral Beauty come incassi complessivi, ma aspettiamo la seconda settimana per un responso definitivo.
domenica 29 gennaio 2017
Arrival Recensione
Trama. Gli alieni sono arrivati. Sono atterrate precisamente dodici navicelle in dodici parti diverse del mondo. Negli Stati uniti l'insigne, ma un po' introversa, linguista Louis Banks viene prelevata dall'università di Berkley da un reparto dell'esercito americano. Il suo compito, insieme allo scienziato Ian Donnelly, quello di comunicare con gli alieni atterrati nel Montana per arrivare a chiedere loro "what is your purpose on earth?". Ma il linguaggio a cui si troverà davanti Louis sarà qualcosa di completamente inedito e al TEMPO stesso rivoluzionario.
Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson. Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.
Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.
Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson. Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.
Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.
giovedì 19 gennaio 2017
Silence Recensione
Trama. Due gesuiti partono per il Giappone alla ricerca del loro maestro disperso da qualche anno e che si dice abbia abiurato la fede cattolica. Il viaggio in Giappone però metterà di fronte ai giovani gesuiti una realtà così violenta e crudele ben al di là della loro immaginazione.
Commenta. Silence è un film complesso che sta facendo nascere e continuerà a far nascere opinioni contrastanti. Anche scriverne di conseguenza diventa impresa non semplice perciò comincerò col dire le cose che non mi sono piaciute. Comincio con l'evidenziare una nota che forse si può definire "di colore", ma che può provocare parecchio fastidio durante la visione. Garfield, Driver e Neeson dovrebbero essere portoghesi e parlare portoghese, come dovrebbero parlare portoghese tutti i giapponesi che incontrano durante il loro viaggio. Sentirli parlare in "americano" rende tutto molto anacronistico (parliamo del XVII secolo ossia un'epoca in cui l'inglese era ancora lungi dal diventare la lingua internazionale che è oggi). Sarebbe stata una scelta più coraggiosa ed economicamente svantaggiosa ma che avrebbe pagato di più in termini artistici scegliere due attori portoghesi e girare il film tutto in portoghese. è vero che molti film hanno utilizzato questa sospensione dell'incredulità riguardo la lingua, ma in questo caso la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un elemento fondamentale della storia. Silence parla di evangelizzazione e lo sappiamo che il primo passo dell'evangelizzazione è l'insegnamento della lingua e sentire personaggi giapponesi che dicono "i can speak portuguese" e dirlo in inglese rompe tutto il contesto storico in cui il film è stato inserito.
Proseguo dicendo che in alcune scene la violenza e il dolore sono esibiti in modo troppo sfacciato e palese per penetrare in profondità. I dibattiti intellettuali in cui si fronteggiano cristianesimo e conseguente cultura occidentale con il buddismo e la conseguente cultura orientale non hanno la sufficiente pregnanza cinematografica visto che anche dal punto di vista speculativo sono abbastanza poveri. Non condivido la scelta di un cattivo troppo macchietta per incutere il timore necessario e in generale dei respiri comici che ho trovato fuori luogo.
Però il film nonostante i tanti difetti ti lascia qualcosa dentro. Sarà l'abilità di Scorsese, sarà la scelta di una tematica così sui generis ma che riesce però nonostante il particolarismo temporale e spaziale a rendersi universale, sarà il dilemma morale a cui verrà sottoposto il protagonista nel finale che Scorsese riesce a portare alle estreme conseguenze, sarà un personaggio di Kichijiro un vero e proprio capolavoro di sceneggiatura che rappresenta l'emblema di cosa è il cristianesimo. A fronte di questa complessità va detta una cosa che il modo in cui tratta Scorsese il cattolicesimo e il problema della fede in generale è di una maturità unica e non lo fa tanto nei dialoghi "di scontro culturale", ma dispiegandolo lungo tutto il film per poi culminare in una sequenza finale da manuale.
Conclusione. Film da vedere, su cui discutere. La visione può riservare qualche fatica, ma il film comincia a dare i suoi effetti sul lungo periodo, va quindi mangiato e digerito bene.
Commenta. Silence è un film complesso che sta facendo nascere e continuerà a far nascere opinioni contrastanti. Anche scriverne di conseguenza diventa impresa non semplice perciò comincerò col dire le cose che non mi sono piaciute. Comincio con l'evidenziare una nota che forse si può definire "di colore", ma che può provocare parecchio fastidio durante la visione. Garfield, Driver e Neeson dovrebbero essere portoghesi e parlare portoghese, come dovrebbero parlare portoghese tutti i giapponesi che incontrano durante il loro viaggio. Sentirli parlare in "americano" rende tutto molto anacronistico (parliamo del XVII secolo ossia un'epoca in cui l'inglese era ancora lungi dal diventare la lingua internazionale che è oggi). Sarebbe stata una scelta più coraggiosa ed economicamente svantaggiosa ma che avrebbe pagato di più in termini artistici scegliere due attori portoghesi e girare il film tutto in portoghese. è vero che molti film hanno utilizzato questa sospensione dell'incredulità riguardo la lingua, ma in questo caso la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un elemento fondamentale della storia. Silence parla di evangelizzazione e lo sappiamo che il primo passo dell'evangelizzazione è l'insegnamento della lingua e sentire personaggi giapponesi che dicono "i can speak portuguese" e dirlo in inglese rompe tutto il contesto storico in cui il film è stato inserito.
Proseguo dicendo che in alcune scene la violenza e il dolore sono esibiti in modo troppo sfacciato e palese per penetrare in profondità. I dibattiti intellettuali in cui si fronteggiano cristianesimo e conseguente cultura occidentale con il buddismo e la conseguente cultura orientale non hanno la sufficiente pregnanza cinematografica visto che anche dal punto di vista speculativo sono abbastanza poveri. Non condivido la scelta di un cattivo troppo macchietta per incutere il timore necessario e in generale dei respiri comici che ho trovato fuori luogo.
Però il film nonostante i tanti difetti ti lascia qualcosa dentro. Sarà l'abilità di Scorsese, sarà la scelta di una tematica così sui generis ma che riesce però nonostante il particolarismo temporale e spaziale a rendersi universale, sarà il dilemma morale a cui verrà sottoposto il protagonista nel finale che Scorsese riesce a portare alle estreme conseguenze, sarà un personaggio di Kichijiro un vero e proprio capolavoro di sceneggiatura che rappresenta l'emblema di cosa è il cristianesimo. A fronte di questa complessità va detta una cosa che il modo in cui tratta Scorsese il cattolicesimo e il problema della fede in generale è di una maturità unica e non lo fa tanto nei dialoghi "di scontro culturale", ma dispiegandolo lungo tutto il film per poi culminare in una sequenza finale da manuale.
Conclusione. Film da vedere, su cui discutere. La visione può riservare qualche fatica, ma il film comincia a dare i suoi effetti sul lungo periodo, va quindi mangiato e digerito bene.
sabato 14 gennaio 2017
Film Top e Flop 2016
Top 5
1. Io, Daniel Blake regia di Ken Loach
2. Sully regia di Clint Eastwood
3. Lo Chiamavano Jeeg Robot regia di Gabriele Mainetti
4. Rogue One regia di Gareth Edwards
5. Remember regia di Atom Egoyan
Flop 5
1. Batman vs Superman regia di Zack Snyder
2. The Legend of Tarzan regia di David Yates
3. The Revenant regia di Alejandro Gonzales Inarritu
4. Suicide Squad regia di David Ayer
5. Captain Fantastic regia di Matt Ross
5 Special Mention to
1. Il Libro della Giungla regia di Jon Favre
2. Veloce come il Vento regia di Matteo Rovere
3. I Magnifici 7 regia di Antoine Fuqua
4. The Witch regia di Robert Eggers
5. La Ragazza del Treno regia di Tate Taylor
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