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domenica 19 febbraio 2017

Manchester by the sea recensione

Trama. Lee Chandler lavora come custode in un condominio di Boston. Vive in un seminterrato e passa le sue giornata riparando i vari guasti idraulici che tormentano gli inquilini del suo palazzo. Parla poco, è introverso e dopo qualche birra è capace di diventare molto aggressivo. Un giorno riceve la notizia della morte del fratello, da anni affetto da una rara malattia al cuore. Lee quindi parte per Manchester by the Sea, cittadina dov'era cresciuto ed aveva messo su famiglia, ma da cui poi era andato via in seguito ad un tragico evento. Arrivato scopre di doversi occupare del nipote Patrick che all'apparenza sembra non accusare più di tanto la morte del padre. Ritornando a Manchester però Lee non dovrà solo misurarsi con la morte del fratello e con il rapporto con il nipote, dovrà anche affrontare i fantasmi del suo passato.

Commento. I primi minuti del film sembrano una commedia: un protagonista un po' svogliato è alle prese con condomini un po' bizzarri, poi, di fronte alle richieste di una signora arrogante, sbotta, mette due "fuck" nella stessa frase e il tono comico comincia a storcersi. La scena dopo, dentro un bar, Lee, dopo aver rifiutato le avances di una ragazza, molla un cazzotto a due uomini rei di averlo fissato troppo a lungo. Lee Chandler ha qualcosa che non va, porta dentro di sé un malessere profondo. La neve che si accumula davanti alle finestre sembra non finire mai, sembra che spalarla non serva a nulla. Squilla il telefono, Lee risponde. La morte. Forse se l'aspettava, forse no. Ed è qui, è nel corridoio dell'ospedale che il film parte e lo fa quel passo in più che riesce a spiazzare. Sì, perché nel raccontare la morte sceglie di non farci vedere il "dolore". Per dirla meglio, il dolore lo vediamo, ma mai nelle forme più scontate. Quello a cui assistiamo non sono gli stati d'animo bensì le azioni che siamo costretti a compiere in seguito a un lutto: l'incontro con i dottori, le pompe funebri, l'appuntamento con l'avvocato per leggere il testamento, l'organizzazione del funerale, gli abbracci dei parenti, le condoglianze che sei costretto a ricevere.
Il dolore non è raccontato con il pianto e la disperazione, ma nel freddo che i protagonisti sentono sui giacconi non abbastanza pesanti, sulle mani coperte da guanti che non coprono le dita, in un cielo azzurro e grigio che non si capisce se minacci ancora neve o se preannunci l'arrivo della primavera. Il tutto è condotto con delicatezza e realismo senza mai scadere nel patetico. Durante la messa del funerale non c'è qualcuno che piange, non c'è Jep Gambardella che fa sfoggio del proprio dolore, ma il suono della vibrazione di un cellulare e il goffo tentativo di farlo uscire dalla tasca e silenziarlo.
Il cellulare appartiene a Patrick, il vero capolavoro di scrittura di questo film. Finalmente si sceglie di non raccontare un adolescente problematico o violento, ma un ragazzo come tanti altri che gioca ad hockey, che suona in una band, che si barcamena tra due ragazze di cui una è sorvegliata da una madre un po' troppo invadente. Un ragazzo che vive il lutto come tante persone cercano di viverlo, cercando di non pensarci, cercando di continuare la propria vita come sempre, anche se tutto è destinato a cambiare. Poi la consapevolezza arriva, non può non arrivare, e arriva in una delle scene più intense del film, ma anche qui senza mai un'esagerazione: ci si stende sul letto, si respira e si aspetta che passi.
Dall'altro lato Lee, burbero, silenzioso, ingobbito e gonfiato dal giubbotto, le mani in tasca, lo sguardo basso che evita il contatto con gli altri occhi, la bocca storta perennemente in una smorfia. Casey Affleck finalmente vive la sua consacrazione. Personaggio difficilissimo, perché alla fine la redenzione non arriva, ma noi rimaniamo con lui fino alla fine. Perché in lui riusciamo a vedere tutto: la disperazione, la rabbia, ma anche la dolcezza e forse un amore che non riesce a uscire, ma che poi forse comincerà a vedere la luce.
Anche il rapporto tra lo zio e nipote è affrontato seguendo un percorso nuovo. In un altro film avremmo assistito alle solite dinamiche: dapprima un rapporto difficile che poi piano piano migliora e si consolida. Qui invece non ci sono mai picchi né positivi, né negativi. I due affrontano insieme il lutto, a volte sorreggendosi, a volte scontrandosi. Il rapporto tra Lee e Patrick è tutto in uno scambio di battute verso la fine. Patrick chiede i soldi per un gelato, Lee glieli dà, ma prima fa uno sguardo che mostra tutta la complessità e allo stesso tempo la bellezza del loro rapporto.
L'unica nota leggermente negativa forse risiede nella back-story di Lee raccontata attraverso alcuni flashback. Il forte realismo che contraddistingue la storia principale si scontra leggermente con l'evento tragico raccontato nel passato a parer mio troppo esagerato e le cui dinamiche non sono spiegate nel migliore dei modi; inoltre sarebbe stato bello se il film si fosse soffermato maggiormente sul personaggio di Michelle Williams che ha una scena con Casey Affleck veramente di grande livello, ma che poi purtroppo non ha un vero finale.

Conclusione. Il film è un vero gioiello. Lonergan dimostra di essere un autore tutto tondo, bravissimo sia in sceneggiatura che dietro la macchina da presa. C'è poco da dire. Un altro film, dopo Paterson che nonostante scelga di raccontare poco, lo fa con così tanta delicatezza e poesia da riuscire a renderlo pieno e intenso.

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