Trama. Anno 2029. I mutanti sono quasi estinti. Gli unici sopravvissuti sono costretti a vivere nell'ombra per nascondersi da una potente associazione, la Transigen, che mira al loro completo annientamento. Logan è invecchiato e non è più forte come un tempo. Si divide tra gli Stati Uniti, dove lavora come autista di Limousine e il Messico dove si prende cura di due mutanti sopravvissuti: il reietto Calibano e il vecchio professor Xavier. Il suo obiettivo guadagnare abbastanza soldi per potersi comprare uno yacht e vivere sul mare con il vecchio professore. Un giorno però viene avvicinato da una donna di origine ispanica Gabriella, ex infermiera della Transigen, che chiede il suo aiuto: porta con sé una bambina mutante e hanno bisogno di raggiungere il North Dakota dove dove si dice ci sia una colonia di mutanti sopravvissuta. Logan all'inizio è riluttante, ma poi accetta appena assiste ai poteri della bambina. Partiranno lui, la bambina e il professor Xavier. Dovranno fare i conti però con la Transigen che vuole assolutamente portare a termine il lavoro.
Commento. Fin dal trailer era chiaro che questo Logan sarebbe stato un qualcosa di diverso dagli X-Men e dai precedenti Wolverine. Lo testimoniavano l'aspetto provato e il viso scavato di Hugh Jackman, l'ambientazione desertica (insolita per un film dei supereroi che spesso prediligono l'ambiente metropolitano) e il ritorno di un grande protagonista di questo franchise l'indimenticabile Patrick Stewart nel ruolo del Professor X. James Mangold compie delle scelte coraggiose escludendo tutte le caratteristiche ormai canoniche dei super hero movie. E il motivo è semplice, Logan un supereroe non è o meglio il suo è un processo per diventare un eroe, un vero eroe.
All'inizio vedremo il solito Logan, sarcastico, disincantato, incazzoso, poi gradualmente le cose cambiano e Hugh Jackman (che in questo ruolo a mio avviso ha sempre dato il meglio del suo talento attoriale) riesce a far avvertire scena dopo scena piccoli, ma decisivi cambiamenti.
Il primo atto è magistrale, la capacità di calare un eroe come Wolverine in un contesto quotidiano funziona in modo egregio (vedere la scena dentro la limousine con le ragazze). Mangold riesce a creare un futuro distopico senza cadere negli stereotipi del genere apportando invece piccoli cambiamenti quasi impercettibili che però riescono a restituire la sensazione di un futuro malato e oscuro.
Il secondo atto è un on the road dove comincia a uscire fuori il grande talento attoriale di Patrick Stewart e cominciamo a conoscere Dafne Keen (che personalmente ho preferito nella prima parte muta, rispetto a quando comincia a parlare nella seconda, ma forse è colpa di un poco chiaro doppiaggio). Il ritmo è proprio il classico che del road movie, il problema alla macchina, la fermata a Las Vegas, l'incontro con dei gentili viaggiatori. Sentiamo la famiglia (nonno-padre-figlia) in tutti quei piccoli gesti quotidiani tipici di un viaggio e non mancheranno anche scene più leggere.
Nel terzo atto il film perde di brillantezza. Alcuni passaggi di trama non sono proprio chiari (tutta la vicenda del gruppo Transingen in Messico è spiegata male, così come è poco chiaro il ruolo di Calibano) e i due/tre villain non riescono ad essere incisivi come dovrebbero (ma si sa il vero nemico di Wolverine può essere solo il colonnello Stricker). Il combattimento finale ha delle parti appassionanti, ma non è coinvolgente come dovrebbe.
Conclusione. Che dire, film veramente ben fatto. Dopo lo scherzo Deadpool arriva la vera e propria riscrittura del genere e non poteva che mettere al centro il personaggio di Wolverine uno dei più amati e dei più riusciti dell'Universo Marvel. Questo film dimostra che si può uscire dai binari prestabiliti del super-hero movie e cercare altre strade per affrontare questo genere. La Marvel Disney dovrebbe imparare dalla saga di X Men che dal 2000 a oggi ha saputo reinventarsi in stili e narrazioni sempre nuove e diverse. Però qualche cosa non gira come dovrebbe, il finale manca di quell'epicità che secondo la saga conclusiva di un personaggio del genere forse avrebbe richiesto. Ma ciò non intacca però una struttura d'insieme veramente di pregevole fattura. Logan è la prova che si può parlare di un supereroe senza per questo sbilanciarsi troppo sulla leggerezza (Marvel) né su una ridondante componente dark (Batman e Dc Universe). Mangold riscrive completamente il genere a metà tra un western e un on the road e riesce anche a riprendere, rielaborandola, l'atmosfera di Breaking Bad (le scene del deserto me lo hanno ricordato tantissimo).

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