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sabato 25 febbraio 2017

Moonlight recensione

 Trama. Tre fasi della vita di Chiron: infanzia, adolescenza, età adulta: il difficile rapporto con Paula, la madre tossica; l'incontro con Juan e Teresa che diventano per lui una seconda famiglia; l'amicizia con Kevin che forse solo amicizia non è. Le vessazioni dei compagni di classe che lo chiamano faggot.

Commento. Vedendo il trailer mi sarei aspettato un film alla 12 anni schiavo, una grande epopea black. E invece Moonlight è un film completamente diverso. Tratto da un'opera teatrale, affronta argomenti scottanti come il razzismo, il bullismo, l'omosessualità, la tossicodipendenza. Lo fa senza mai cadere nel retorico, ma riuscendo quasi sempre a raccontarli con sincerità e dolcezza. Un dramma personale e intimo come non siamo abituati a vedere quando si tratta di discriminazione sessuale e razziale. Non c'è la volontà di denunciare alcunché né di mostrare le contraddizioni della società o i conflitti insanabili fra diversi gruppi sociali. Si sceglie di raccontare la storia di un ragazzo. senza la pretesa arrogante di sostenere chissà quale tesi o di mostrare chissà quali avvenimenti, ma soltanto la voglia di narrare un qualcosa. Se poi questo qualcosa diventi l'emblema di un tema universale quello è poi un percorso che l'autore lascia fare allo spettatore in totale autonomia. Jenkins ha la bravura nel non essere invasivo, nel non imporre dal di fuori quello si deve pensare o credere.
Due scene su tutte riescono a esprimere il senso del film e la bravura dell'autore nel maneggiare temi così pericolosi: la scena di Chiron e Casey in spiaggia dove le pelli nere diventano blu al chiaro di luna (In moonlight black boy seems blue è il titolo della piece teatrale ) e quella in cui Juan insegna a Chiron a nuotare. L'intimità che diventa universalità. Piccoli gesti che arrivano a diventare simboli di sentimenti universali.
Dicevamo tre fasi della vita Chiron, quindi un film diviso in tre parti, ognuna delle quali ha una sua struttura e un suo stile. La prima gioca sui silenzi del bambino protagonista, sugli sguardi di Juan e di Teresa, su movimenti di macchina a mano che girano vorticosi intorno ai personaggi. La seconda predilige la verticalità: le camminate solitarie di Chiron e un finale magistrale: il procedere veloce e deciso che culmina nell'unico vero colpo di teatro del film. Nella terza invece l'origine teatrale del testo viene maggiormente in primo piano. Chiron che è diventato Black si rincontra dopo tanti anni con Casey, i due si scontrano e si riavvicinano lungo il tavolo di un diner. E poi a casa di Casey si riconoscono finalmente per quello che sono e che erano e che forse diventeranno. Nella terza parte da sottolineare grande interpretazione di Trevante Rhodes che sebbene l'aspetto da duro e il fisico palestrato riesce a contenere quella dolcezza e quell'insicurezza che tanto erano evidenti nelle due versioni precedenti del protagonista.
Unica cosa da ridire è sul personaggio della madre interpretato da Naomi Harris. Personaggio fondamentale, ma allo stesso tempo non approfondito a pieno. La Harris (anche candidata all'oscar come attrice non-protagonista) non riesce a mio parare ad innalzarsi dal classico personaggio tormentato del tossico e a mettere quel tocco di verità che invece tutti gli altri personaggi hanno. Più che un problema dell'attrice il problema è di scrittura: la prima volta che vediamo il personaggio di Paula è in divisa di lavoro, poi la vediamo drogarsi dentro una macchina: non sappiamo bene chi sia, cosa faccia, che rapporto abbia con l'ex marito. E anche le scene tra lei e Chiron sanno di già visto e manca un momento nel film che mostri la verità della loro relazione madre-figlio.

Conclusione. Film che scava dentro. Forse appena alzato dal cinema non mi aveva convinto a pieno, ma mano a mano che ci ho pensato nei giorni successivi è cresciuto lasciando un qualcosa di profondo. Come ho detto tanti temi affrontati, tutti molti pericolosi, ma che però vengono restituiti nella loro essenzialità. Vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico non penso possa ripetersi all'Oscar, ma di questo Berry Jenkins, alla seconda opera, ne sentiremo parlare ancora per molto tempo.

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