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mercoledì 15 febbraio 2017

Split Recensione

Trama. Casey è un'adolescente un po' introversa e solitaria. All'uscita da una festa lei e altre due sue compagne di classe vengono rapite da un uomo che le addormenta con uno spray e le rinchiude in un bunker sotto terra. Il nome dell'uomo è Kevin, ma non è stato Kevin a rapire le ragazze, bensì Dennis una delle 23 personalità che abita la mente di Kevin. Kevin è in cura presso la psichiatra Karen Fletcher con cui si relaziona con la personalità di nome Barry, un'estroverso stilista forse omosessuale che governa le altre personalità. Ma forse Barry non è Barry. All'interno della psiche di Kevin infatti sono ora Dennis e Patricia ad aver preso il controllo. Il loro fine è quello di preparare Kevin ad accogliere dentro di sé la Bestia, la ventiquattresima personalità, la più terribile e la più potente che ancora non si è palesata. Le ragazze dovranno servire proprio come cibo votivo per la bestia.
Casey però, temprata da un'infanzia difficile e in possesso di abilità di cui le sue amiche sono sprovviste, forse avrà le armi per fermare le personalità di Kevin e salvarsi.

Commento. La struttura di base del film ricalca in pieno quelle classiche del genere horror: un aguzzino tanto strano quanto spaventoso e una protagonista che deve salvarsi dall'incubo presente attraverso un'elaborazione dei suoi traumi passati. Entrambi i personaggi inoltre non così dissimili da come può sembrare all'apparenza.
La sequenza iniziale è magistrale. Shyamalan con un uso delicato della panoramica riesce a far raggiungere alla scena una vetta di tensione altissima scaraventando lo spettatore nella storia senza esitazioni. Il film poi diventa susseguirsi di duelli: tra Kevin e Casey nel bunker e Kevin e la psichiatra nello studio di lei.Tre prestazioni attoriali di notevole fattura, soprattutto quella di Anya Taylor Joy che dopo The Witch si conferma una delle attrici emergenti più interessanti del panorama contemporaneo. La prova di McAvoy è convincente, ma non così complicata come alcuni la fanno passare. Il lavoro dell'attore è proprio quello di ospitare dentro se stesso varie personalità, e McAvoy fa questo e lo fa molto bene, ma niente più di questo.
La prima ora è di buonissimo livello, poi però la seconda parte va peggiorando per poi lasciare nel finale un forte senso di delusione. Si aspetta in ogni scena un qualcosa di sconvolgente che però non si palesa mai.
Prima di tutto delle 23 personalità ne vediamo giusto 5 o 6 e tutto il discorso psichiatrico è trattato in modo un po' troppo semplicistico; sarebbe stato interessante ad esempio soffermarsi sugli eventuali tratti comuni tra le personalità e tra le personalità e il soggetto ospitante. Ci si sarebbe dovuti soffermare inoltre su alcuni risvolti della trama come ad esempio le dinamiche politiche interne alla psiche di Kevin che sono dette, ma mai effettivamente visualizzate. Il villain, che si palesa alla fine, rimanda per l'ennesima volta alla narrativa superomistica che sinceramente per un film del genere mi sarei evitato. La Bestia risulta essere un cattivo stereotipato e senza nerbo tanto da riuscire molto più spaventose le personalità di Patricia e di Hedwig (meno quella di Dennis, a mio parere, non perfettamente inquadrata). La scelta quindi di trattare il disturbo dissociativo di identità da un punto di vista fantascientifico toglie alla storia la sua originalità di partenza che sarebbe stata mantenuta con un approccio più realistico. La sequenza finale poi si conclude in un modo un po' troppo frettoloso e con un messaggio finale ("chi ha sofferto è più forte") che avrei preferito vedere tramutato in immagine piuttosto che sentirlo dire a mo' di aforisma moralistico-religioso.
Il tanto atteso colpo di scena finale è inutile aspettarlo perché non c'è. Il colpo di scena è in realtà cross-over che però non accende i cuori in modo particolare (soprattutto dopo aver visto il finale di Rogue One, quello sì che accendeva i cuori).

Conclusione. Visto quanto mi era piaciuto The Visit mi aspettavo molto di più da questo film. Quelli che gridano al capolavoro forse si sono fatti rapire più dall'idea del film che da come poi il film si sviluppa effettivamente. E l'idea di base infatti era molto buona, ma non la si è sfruttata in tutte le sue innumerevoli potenzialità. Non è un crimine quello di voler rendere main-stream un argomento complesso e delicato come le malattie mentali, però Shyamalan invece di semplificare rende semplicistico e quindi svuota l'argomento di tutte le sue particolarità e ricchezze. Il film probabilmente sarebbe diventato più ostico e meno lineare, ma sarebbe risultato sicuramente un prodotto innovativo.
Ci sarà sicuramente un sequel, però speriamo vivamente di non dover assistere ad una Shyamalan League perché già ne abbiamo abbastanza delle altre due.

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