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domenica 29 gennaio 2017

Arrival Recensione

Trama. Gli alieni sono arrivati. Sono atterrate precisamente dodici navicelle in dodici parti diverse del mondo. Negli Stati uniti l'insigne, ma un po' introversa, linguista Louis Banks viene prelevata dall'università di Berkley da un reparto dell'esercito americano. Il suo compito, insieme allo scienziato Ian Donnelly, quello di comunicare con gli alieni atterrati nel Montana per arrivare a chiedere loro "what is your purpose on earth?". Ma il linguaggio a cui si troverà davanti Louis sarà qualcosa di completamente inedito e al TEMPO stesso rivoluzionario.

Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson.  Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.

Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.

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