Trama. Mia e Sebastian vivono a Los Angeles e cercano con difficoltà di inseguire i propri sogni: la prima lavora in una caffetteria e prova a sfondare, senza successo, nel mondo del cinema o della tv con innumerevoli provini; il secondo è un jazzista nostalgico, che fa colazione davanti a uno storico locale jazz e la sera suona al piano le canzoni natalizie in un ristorante per coppiette. I due, come Harry ti presento Sally, si incrociano due volte (una nel traffico, una nel locale dove lavora Sebastian) per poi incontrarsi definitivamente e conoscersi ad una festa dove Sebastian suona in una band nostalgica degli anni '80 e Mia deve sorbirsi gli sproloqui dell'ultimo noioso fidanzato. Dopo un'iniziale antipatia fra i due, comincerà a nascere un'amicizia, ma una volta al cinema davanti a Gioventù Bruciata scoppierà l'amore. I due andranno a vivere insieme, ma le ambizioni lavorative di uno dei due metterà in crisi la coppia. Saranno capaci a superarla o le aspirazioni di carriera avranno la meglio?
Commento. Inizio subito col dire che la prima ora del film è di una qualità straordinaria, uno schiaffo di piacere allo spettatore che viene da subito preso in un turbine di colori, musiche, coreografie degno dei grandi musical del passato. Chazelle riesce a gestire sapientemente tutte le fasi del film calibrando il ritmo alla grande e alternando scene concitate a momenti più lenti e intimi. Poi diciamo che, scavallata la metà, il film subisce una flessione per poi riprendersi abbastanza bene nel finale.
Il film tecnicamente è impeccabile, i numeri musicali e coreografici sono di alta fattura dall'inizio alla fine con balli coinvolgenti canzoni belle e orecchiabili. Però quello che resta una volta finito il film è che si è assistito a un artificio costruito magnificamente, ma con poca anima. Perché se celebra magnificamente un atto d'amore verso il cinema, il Jazz e Los Angeles (fotografata divinamente da Linus Sangren), quella che dovrebbe essere la storia d'amore risente di un ridimensionamento. E' così grande l'amore manifestato per cinema, musica e città che la storia d'amore fra i due viene offuscata; è come se il rapporto di coppia debba vivere nella triangolarità per essere veramente completo e che da solo non sia autosufficiente. Per come si sviluppa il film va a calare proprio laddove la parte "musical" ha una sorta di pausa e l'autore deve rimboccarsi le maniche per far collimare tutte le dinamiche della trama. La crisi dell'amore nasce in modo pretestuoso utilizzando personaggi calati dall'alto che sembrano stare nel film con l'unico scopo di mettere zizzania. La scena della litigata cade proprio nel momento in cui ti aspetti che cada e si regge su cliché triti e ritriti (la mogliettina a casa un po' depressa che si lamenta di non vedere mai il marito sempre al lavoro). Nella seconda metà quindi il film subisce un calo vistoso perché appunto la musica si prende una pausa e subentrano dei dialoghi di cui avremmo fatto volentieri a meno. Poi sul finale, da un colpo di scena inaspettato (e forse un po' forzato), il film si riprende con una sequenza finale bellissima e dolcemente paracula.
Il film farà sicuramente incetta di oscar tecnici e probabilmente Chazelle vincerà l'oscar per la regia. Non sono altrettanto sicuro riguardo gli attori e infatti sono quelli più incerti. Forse quello che manca al film è proprio qualche personaggio di contorno che avrebbe dato al film un respiro maggiore quando invece risulta troppo chiuso sulla coppia. Di conseguenza le dinamiche di coppia non funzionano perché non hanno quegli sbocchi laterali necessari che in una romantic comedy ci devono essere. I personaggi c'erano (penso alla sorella di lui e alle coinquiline di lei che compaiono all'inizio anche in delle belle scene), ma si decide di non utilizzarli.
Conclusione. Il film è da vedere e finita la visione lascia una voglia di ballare e cantare (e questa è una delle cose più belle che un film possa fare). Ripensandoci però rimane quell'amarognolo in bocca di un qualcosa che non torna come dovrebbe Alcuni passaggi a livello di trama, sebbene corretti dal punto di vista logico, non riescono a scandagliare alla dovuta profondità le vere motivazioni dei personaggi, rendendo tutto molto prevedibile. Whiplash in questo mostrava più coraggio e più autenticità. Era infatti un film di sceneggiatura, perfetta nei suoi meccanismi, questo invece parte come un film di immagini per poi diventare un film di sceneggiatura dopo, ma non lo fa nel modo corretto. La morale che lasciava Whiplash era chiara, non condivisibile da tutti, ma chiara, qua invece il messaggio si perde.
Probabilmente un film che potrebbe scontare l'altissimo hype che lo ha accompagnato dal festival di Venezia in poi e che quindi rischia di presentarsi come qualcosa che non è. Non è un capolavoro, ma un bellissimo e ben fatto film "nostalgia", un The Artist fatto molto meglio.
Personalmente mi sarei aspettato un incasso in Italia migliore e invece rischia di finire dietro a Collateral Beauty come incassi complessivi, ma aspettiamo la seconda settimana per un responso definitivo.
martedì 31 gennaio 2017
domenica 29 gennaio 2017
Arrival Recensione
Trama. Gli alieni sono arrivati. Sono atterrate precisamente dodici navicelle in dodici parti diverse del mondo. Negli Stati uniti l'insigne, ma un po' introversa, linguista Louis Banks viene prelevata dall'università di Berkley da un reparto dell'esercito americano. Il suo compito, insieme allo scienziato Ian Donnelly, quello di comunicare con gli alieni atterrati nel Montana per arrivare a chiedere loro "what is your purpose on earth?". Ma il linguaggio a cui si troverà davanti Louis sarà qualcosa di completamente inedito e al TEMPO stesso rivoluzionario.
Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson. Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.
Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.
Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson. Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.
Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.
giovedì 19 gennaio 2017
Silence Recensione
Trama. Due gesuiti partono per il Giappone alla ricerca del loro maestro disperso da qualche anno e che si dice abbia abiurato la fede cattolica. Il viaggio in Giappone però metterà di fronte ai giovani gesuiti una realtà così violenta e crudele ben al di là della loro immaginazione.
Commenta. Silence è un film complesso che sta facendo nascere e continuerà a far nascere opinioni contrastanti. Anche scriverne di conseguenza diventa impresa non semplice perciò comincerò col dire le cose che non mi sono piaciute. Comincio con l'evidenziare una nota che forse si può definire "di colore", ma che può provocare parecchio fastidio durante la visione. Garfield, Driver e Neeson dovrebbero essere portoghesi e parlare portoghese, come dovrebbero parlare portoghese tutti i giapponesi che incontrano durante il loro viaggio. Sentirli parlare in "americano" rende tutto molto anacronistico (parliamo del XVII secolo ossia un'epoca in cui l'inglese era ancora lungi dal diventare la lingua internazionale che è oggi). Sarebbe stata una scelta più coraggiosa ed economicamente svantaggiosa ma che avrebbe pagato di più in termini artistici scegliere due attori portoghesi e girare il film tutto in portoghese. è vero che molti film hanno utilizzato questa sospensione dell'incredulità riguardo la lingua, ma in questo caso la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un elemento fondamentale della storia. Silence parla di evangelizzazione e lo sappiamo che il primo passo dell'evangelizzazione è l'insegnamento della lingua e sentire personaggi giapponesi che dicono "i can speak portuguese" e dirlo in inglese rompe tutto il contesto storico in cui il film è stato inserito.
Proseguo dicendo che in alcune scene la violenza e il dolore sono esibiti in modo troppo sfacciato e palese per penetrare in profondità. I dibattiti intellettuali in cui si fronteggiano cristianesimo e conseguente cultura occidentale con il buddismo e la conseguente cultura orientale non hanno la sufficiente pregnanza cinematografica visto che anche dal punto di vista speculativo sono abbastanza poveri. Non condivido la scelta di un cattivo troppo macchietta per incutere il timore necessario e in generale dei respiri comici che ho trovato fuori luogo.
Però il film nonostante i tanti difetti ti lascia qualcosa dentro. Sarà l'abilità di Scorsese, sarà la scelta di una tematica così sui generis ma che riesce però nonostante il particolarismo temporale e spaziale a rendersi universale, sarà il dilemma morale a cui verrà sottoposto il protagonista nel finale che Scorsese riesce a portare alle estreme conseguenze, sarà un personaggio di Kichijiro un vero e proprio capolavoro di sceneggiatura che rappresenta l'emblema di cosa è il cristianesimo. A fronte di questa complessità va detta una cosa che il modo in cui tratta Scorsese il cattolicesimo e il problema della fede in generale è di una maturità unica e non lo fa tanto nei dialoghi "di scontro culturale", ma dispiegandolo lungo tutto il film per poi culminare in una sequenza finale da manuale.
Conclusione. Film da vedere, su cui discutere. La visione può riservare qualche fatica, ma il film comincia a dare i suoi effetti sul lungo periodo, va quindi mangiato e digerito bene.
Commenta. Silence è un film complesso che sta facendo nascere e continuerà a far nascere opinioni contrastanti. Anche scriverne di conseguenza diventa impresa non semplice perciò comincerò col dire le cose che non mi sono piaciute. Comincio con l'evidenziare una nota che forse si può definire "di colore", ma che può provocare parecchio fastidio durante la visione. Garfield, Driver e Neeson dovrebbero essere portoghesi e parlare portoghese, come dovrebbero parlare portoghese tutti i giapponesi che incontrano durante il loro viaggio. Sentirli parlare in "americano" rende tutto molto anacronistico (parliamo del XVII secolo ossia un'epoca in cui l'inglese era ancora lungi dal diventare la lingua internazionale che è oggi). Sarebbe stata una scelta più coraggiosa ed economicamente svantaggiosa ma che avrebbe pagato di più in termini artistici scegliere due attori portoghesi e girare il film tutto in portoghese. è vero che molti film hanno utilizzato questa sospensione dell'incredulità riguardo la lingua, ma in questo caso la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un elemento fondamentale della storia. Silence parla di evangelizzazione e lo sappiamo che il primo passo dell'evangelizzazione è l'insegnamento della lingua e sentire personaggi giapponesi che dicono "i can speak portuguese" e dirlo in inglese rompe tutto il contesto storico in cui il film è stato inserito.
Proseguo dicendo che in alcune scene la violenza e il dolore sono esibiti in modo troppo sfacciato e palese per penetrare in profondità. I dibattiti intellettuali in cui si fronteggiano cristianesimo e conseguente cultura occidentale con il buddismo e la conseguente cultura orientale non hanno la sufficiente pregnanza cinematografica visto che anche dal punto di vista speculativo sono abbastanza poveri. Non condivido la scelta di un cattivo troppo macchietta per incutere il timore necessario e in generale dei respiri comici che ho trovato fuori luogo.
Però il film nonostante i tanti difetti ti lascia qualcosa dentro. Sarà l'abilità di Scorsese, sarà la scelta di una tematica così sui generis ma che riesce però nonostante il particolarismo temporale e spaziale a rendersi universale, sarà il dilemma morale a cui verrà sottoposto il protagonista nel finale che Scorsese riesce a portare alle estreme conseguenze, sarà un personaggio di Kichijiro un vero e proprio capolavoro di sceneggiatura che rappresenta l'emblema di cosa è il cristianesimo. A fronte di questa complessità va detta una cosa che il modo in cui tratta Scorsese il cattolicesimo e il problema della fede in generale è di una maturità unica e non lo fa tanto nei dialoghi "di scontro culturale", ma dispiegandolo lungo tutto il film per poi culminare in una sequenza finale da manuale.
Conclusione. Film da vedere, su cui discutere. La visione può riservare qualche fatica, ma il film comincia a dare i suoi effetti sul lungo periodo, va quindi mangiato e digerito bene.
sabato 14 gennaio 2017
Film Top e Flop 2016
Top 5
1. Io, Daniel Blake regia di Ken Loach
2. Sully regia di Clint Eastwood
3. Lo Chiamavano Jeeg Robot regia di Gabriele Mainetti
4. Rogue One regia di Gareth Edwards
5. Remember regia di Atom Egoyan
Flop 5
1. Batman vs Superman regia di Zack Snyder
2. The Legend of Tarzan regia di David Yates
3. The Revenant regia di Alejandro Gonzales Inarritu
4. Suicide Squad regia di David Ayer
5. Captain Fantastic regia di Matt Ross
5 Special Mention to
1. Il Libro della Giungla regia di Jon Favre
2. Veloce come il Vento regia di Matteo Rovere
3. I Magnifici 7 regia di Antoine Fuqua
4. The Witch regia di Robert Eggers
5. La Ragazza del Treno regia di Tate Taylor
giovedì 29 dicembre 2016
Recensione "The Night of"
Trama. Nazir Khan è un "bravo ragazzo" pakistano che vive a New York. Una sera prende il taxi del padre, senza dirglielo, per andare a una festa, ma si perde. Accostato a un angolo della strada sale improvvisamente una ragazza tanto bella quanto misteriosa. I due vanno prima in riva al mare, bevono una birra, si prendono delle pillole, poi a casa di lei fanno dei giochi un po' estremi e finiscono a fare sesso. Dopo un po' Nazir si risveglia e trova la ragazza morta assassinata nel suo letto in un lago di sangue. In preda al panico scappa, ma la sua fuga dura poco, infatti viene arrestato preso dalla polizia e accusato come il maggiore indiziato. A difenderlo arriverà uno stravagante avvocato "sfigato" (John Turturro) tormentato da un fastidioso eczema ai piedi. Riuscirà Nazir a dimostrare la sua innocenza?
Commento. The Night of è stata salutata come una delle migliori serie televisive del 2016, ideata da Steve Zaillan (sceneggiatore di film di Spielberg, Ridley Scott e Scorsese) la serie dal punto di vista tecnico è impeccabile, la fotografia sempre tendente al grigio di Fred Helmes (che mi ha ricordato quella di Seven anche se meno estrema di quella di Darius Khondji) è bellissima, le musiche azzeccate. La serie è composta da otto puntate da circa un'ora l'una. L'operazione ricorda in parte, ed è giusto che lo ricordi, uno dei picchi della serialità di questi ultimi anni ossia True Detective: entrambe sono dei gialli/thriller, entrami sono autoconclusivi.
E' doveroso cominciare col dire che la puntata pilota è un gioiello dal punto di vista registro e di scrittura e Riz Ahmed è perfetto nel ruolo di questo protagonista spinto qua e là dagli eventi che si susseguono senza soluzione di continuità. E forse il problema sta proprio qua, le altre puntate non riescono a reggere il confronto con la prima e il tutto comincia a perdersi e non si capisce che direzione voglia prendere la serie. Soprattuto non si capisce dentro quale genere la serie voglia immergersi. Dalla seconda puntata in poi infatti comincia a seguire tre filoni narrativi (detective story, legal thriller e prison movie) che però fanno fatica a trovare una sintesi comune. Mentre il primo filone (quello del detective) non decolla fino alle ultime due puntate per poi farlo molto bene, ma forse per troppo poco tempo (a questo proposito da sottolineare la prova di Bill Camp nel ruolo del detective Dennis Box), il secondo (legal) è ben fatto e segue in modo corretto e allo stesso tempo originale tutte le regole del genere, mentre il terzo (prison) è il peggiore dei tre. L'esperienza in carcere di Nazir sa tutto di già sentito, le dinamiche carcerarie sono sempre le stesse che abbiamo visto in mille film (ma qualcuno si è visto Orange is the new Black?), il personaggio di Micheal Kenneth Williams è molto approssimativo ed è slegato da tutto il contesto e soprattutto Riz Ahmed non riesce a reggere a livello attoriale il passaggio "breaking bad" e il personaggio che ne viene fuori alla fine è finto e stereotipato. A parte questo i personaggi sono scritti tutti benissimo come le figure dei genitori di Nazir, per niente facili da scrivere e da interpretate, sono risolte benissimo da due attori pakistani veramente validi (e belli cinematograficamente), ma da sottolineare la prova di Jeannie Berlin nel ruolo del procuratore distrettuale, la nemica del protagonista. La prova della quasi settantenne dà una verità inedita al personaggio, le sigarette, gli sguardi, le camminate, l'uso della penna, ogni gesto restituisce un significato, uno stato d'animo e tutti con verità e originalità. Buona anche la prova di Turturro che da grande attore qual è porta sempre la sua prestazione a casa, ma qui forse ci si aspettava qualcosina di più. Diciamo che nell'ultimo periodo (film di Moretti incluso) si è un po' impelagato in questo personaggio del freak/sfigato (e certo con quella faccia che può fare?) però da uno che è riuscito a concepire i personaggi che ha concepito mi aspettavo di più. Meno azzeccata invece la performance di Amara Kan (sempre impassibile con gli occhi sbarrati) e anche la scrittura del suo personaggio mi è sembrata un po' approssimativa e poco chiara in alcuni passaggi.
Conclusione. Questi anni sono un po' contraddistinti dalla sindrome da serie tv, cioè che si tende a trasformare subito le serie belle in capolavori, ma non c'è nessuna che venga stroncata veramente. Esiste dunque una sorta di eccessivo timore reverenziale per delle serie che andrebbero analizzate a fondo per poterne dare dei giudizi oggettivi. The Night of è un prodotto ottimo, però non si deve far passare con questo giudizio vari problemi di cui la serie è affetta. In generale ho l'impressione che se fosse durata la metà non sarebbe stato uno scandalo, anzi si sarebbero evitate delle lungaggini (soprattutto quelle in carcere che ho trovato ridondanti) e si sarebbe data più compattezza al tutto. True Detective quella compattezza ce l'aveva perché era focalizzata sui due protagonisti (le loro rispettive vite private) e l'indagine. Qua invece oltre l'ondeggiare continuo tra diversi generi, si fa fatica anche a capire chi è il protagonista (Turturro o Ahmed?). E quest'ultimo (che trovai ottimo come spalla di Gyllenhaal in The Night Crowley) in questa occasione l'ho trovato incapace di reggere un ruolo così complesso. Per concludere buon prodotto, ottimo prodotto, però dovremmo a volte trovare il coraggio anche di dire cosa non quadra senza paura di ledere sua maestà HBO.
Commento. The Night of è stata salutata come una delle migliori serie televisive del 2016, ideata da Steve Zaillan (sceneggiatore di film di Spielberg, Ridley Scott e Scorsese) la serie dal punto di vista tecnico è impeccabile, la fotografia sempre tendente al grigio di Fred Helmes (che mi ha ricordato quella di Seven anche se meno estrema di quella di Darius Khondji) è bellissima, le musiche azzeccate. La serie è composta da otto puntate da circa un'ora l'una. L'operazione ricorda in parte, ed è giusto che lo ricordi, uno dei picchi della serialità di questi ultimi anni ossia True Detective: entrambe sono dei gialli/thriller, entrami sono autoconclusivi.
E' doveroso cominciare col dire che la puntata pilota è un gioiello dal punto di vista registro e di scrittura e Riz Ahmed è perfetto nel ruolo di questo protagonista spinto qua e là dagli eventi che si susseguono senza soluzione di continuità. E forse il problema sta proprio qua, le altre puntate non riescono a reggere il confronto con la prima e il tutto comincia a perdersi e non si capisce che direzione voglia prendere la serie. Soprattuto non si capisce dentro quale genere la serie voglia immergersi. Dalla seconda puntata in poi infatti comincia a seguire tre filoni narrativi (detective story, legal thriller e prison movie) che però fanno fatica a trovare una sintesi comune. Mentre il primo filone (quello del detective) non decolla fino alle ultime due puntate per poi farlo molto bene, ma forse per troppo poco tempo (a questo proposito da sottolineare la prova di Bill Camp nel ruolo del detective Dennis Box), il secondo (legal) è ben fatto e segue in modo corretto e allo stesso tempo originale tutte le regole del genere, mentre il terzo (prison) è il peggiore dei tre. L'esperienza in carcere di Nazir sa tutto di già sentito, le dinamiche carcerarie sono sempre le stesse che abbiamo visto in mille film (ma qualcuno si è visto Orange is the new Black?), il personaggio di Micheal Kenneth Williams è molto approssimativo ed è slegato da tutto il contesto e soprattutto Riz Ahmed non riesce a reggere a livello attoriale il passaggio "breaking bad" e il personaggio che ne viene fuori alla fine è finto e stereotipato. A parte questo i personaggi sono scritti tutti benissimo come le figure dei genitori di Nazir, per niente facili da scrivere e da interpretate, sono risolte benissimo da due attori pakistani veramente validi (e belli cinematograficamente), ma da sottolineare la prova di Jeannie Berlin nel ruolo del procuratore distrettuale, la nemica del protagonista. La prova della quasi settantenne dà una verità inedita al personaggio, le sigarette, gli sguardi, le camminate, l'uso della penna, ogni gesto restituisce un significato, uno stato d'animo e tutti con verità e originalità. Buona anche la prova di Turturro che da grande attore qual è porta sempre la sua prestazione a casa, ma qui forse ci si aspettava qualcosina di più. Diciamo che nell'ultimo periodo (film di Moretti incluso) si è un po' impelagato in questo personaggio del freak/sfigato (e certo con quella faccia che può fare?) però da uno che è riuscito a concepire i personaggi che ha concepito mi aspettavo di più. Meno azzeccata invece la performance di Amara Kan (sempre impassibile con gli occhi sbarrati) e anche la scrittura del suo personaggio mi è sembrata un po' approssimativa e poco chiara in alcuni passaggi.
Conclusione. Questi anni sono un po' contraddistinti dalla sindrome da serie tv, cioè che si tende a trasformare subito le serie belle in capolavori, ma non c'è nessuna che venga stroncata veramente. Esiste dunque una sorta di eccessivo timore reverenziale per delle serie che andrebbero analizzate a fondo per poterne dare dei giudizi oggettivi. The Night of è un prodotto ottimo, però non si deve far passare con questo giudizio vari problemi di cui la serie è affetta. In generale ho l'impressione che se fosse durata la metà non sarebbe stato uno scandalo, anzi si sarebbero evitate delle lungaggini (soprattutto quelle in carcere che ho trovato ridondanti) e si sarebbe data più compattezza al tutto. True Detective quella compattezza ce l'aveva perché era focalizzata sui due protagonisti (le loro rispettive vite private) e l'indagine. Qua invece oltre l'ondeggiare continuo tra diversi generi, si fa fatica anche a capire chi è il protagonista (Turturro o Ahmed?). E quest'ultimo (che trovai ottimo come spalla di Gyllenhaal in The Night Crowley) in questa occasione l'ho trovato incapace di reggere un ruolo così complesso. Per concludere buon prodotto, ottimo prodotto, però dovremmo a volte trovare il coraggio anche di dire cosa non quadra senza paura di ledere sua maestà HBO.
martedì 20 dicembre 2016
Captain Fantastic Recensione
Trama. Ben Cash è un padre di famiglia sui generis. Con i suoi sei figli vive nei boschi dello stato di Washington e impartisce loro un'educazione particolare fatta di caccia, difesa personale e attività fisica nel giorno e di letture filosofiche, scientifiche e linguistiche la sera intorno al fuoco. La loro vita nella loro eccentricità sembra perfetta, ma l'equilibrio verrà rotto dalla morte della madre da tempo malata. Ben e i figli quindi saranno costretti ad abbandonare il loro idillio bucolico per andare al funerale della madre. Il viaggio li farà scontrare con il mondo reale "diverso", la famiglia come ne uscirà?
Commento. Questo è un film che ha girato tanti festival e non si fa fatica a capire perché. C'è un concept molto forte, ma diciamo che l'idea drammatica di fondo è quella classica dei freaks che entrano in contatto con il mondo reale. C'è di sottofondo una critica al sistema educativo americano e in generale su come stanno venendo su le nuove generazioni dei giovani. Il risultato però a mio avviso è molto deludente e la presa di posizione finale si tiene in una terra di nessuno che dimostra pochissimo coraggio da parte dell'autore. Alcune idee sono anche simpatiche e i film alla fine scivola via abbastanza indolore, però non si capisce la direzione che il film voglia prendere e soprattutto di cosa si voglia parlare. L'impianto della storia è classico, ma alla fine le soluzioni prese per risolvere la situazione di crisi sono troppo facili e non tengono conto dello sviluppo drammatico del film. Abbastanza emblematihe le vicende dei due figli maschi i più critici nei confronti del sistema educativo paterno, che arrivano allo scontro con il padre per poi riconciliarcisi senza una vera risoluzione del conflitto stesso. La famiglia disegnata da Matt Ross si scopre antipatica e non si prova mai empatia con loro. La scena in cui si scontrano le due filosofie di vita tra una famiglia normale (quella della sorella della moglie interpretata da una grande Kathryn Han) e la famiglia "fantastica" di Viggo Mortensen, la famiglia protagonista ne esce con le ossa rotte e si rivela per quello che veramente è freaks senza umanità che sfoggiano una cultura vuota, nozionistica e soprattutto inverosimile (come si fanno a imparare sei lingue più l'esperanto rinchiusi in una foresta?). Il finale come dicevo si risolve facilmente senza tenere conto dei tanti conflitti che si erano venuti a creare. La figura del nonno (padre della madre) il vero antagonista, non ha un finale e tutta la vicenda legata alla madre è contraddittoria e poco chiara. Tutte le cose che la famiglia fa nel finale sono retoriche e melense e le varie rivelazioni non sorprendono mai veramente. E il finale non prende una vera posizione e arriva ad un compromesso facilissimo e paraculo Se si vogliono raccontare delle storie bisogna avere il coraggio di farle finire in un certo modo e non cercando di accontentare tutti. Questo è un film che strizza in continuazione l'occhio allo spettatore (la scelta delle musiche, certe situazioni "comiche", la fotografia, i costumi un po' strambi dei protagonisti), ma da un film in questi anni si pretende altro. Se si descrive una famiglia che ha un modo di vivere estremo, anche il film deve diventare estremo. Estremo non significa necessariamente violento, ma bisogna avere il coraggio di prendere decisioni difficili, mentre invece Ross sceglie un happy ending stucchevole e soprattutto già visto.
Conclusione. Il film alla fine, ripeto, scivola via abbastanza bene, ma non resta nulla. Strizza gli occhio a un certo tipo di pubblico, ma sono curioso di quanto resterà di questo prodotto tra un po' di tempo. Questi film indie che devono fare i conti con budget non molto ampi devono come minimo contare su una sceneggiatura perfetta (mentre questa ha dei buchi logici gravi in vari punti) e su una regia potente (mentre invece Ross dietro la macchina da presa è alquanto anonimo), altrimenti il rischio è quella di ritrovarsi con un prodotto apparentemente "carino", ma che è destinato ben presto a finire nel dimenticatoio.
Commento. Questo è un film che ha girato tanti festival e non si fa fatica a capire perché. C'è un concept molto forte, ma diciamo che l'idea drammatica di fondo è quella classica dei freaks che entrano in contatto con il mondo reale. C'è di sottofondo una critica al sistema educativo americano e in generale su come stanno venendo su le nuove generazioni dei giovani. Il risultato però a mio avviso è molto deludente e la presa di posizione finale si tiene in una terra di nessuno che dimostra pochissimo coraggio da parte dell'autore. Alcune idee sono anche simpatiche e i film alla fine scivola via abbastanza indolore, però non si capisce la direzione che il film voglia prendere e soprattutto di cosa si voglia parlare. L'impianto della storia è classico, ma alla fine le soluzioni prese per risolvere la situazione di crisi sono troppo facili e non tengono conto dello sviluppo drammatico del film. Abbastanza emblematihe le vicende dei due figli maschi i più critici nei confronti del sistema educativo paterno, che arrivano allo scontro con il padre per poi riconciliarcisi senza una vera risoluzione del conflitto stesso. La famiglia disegnata da Matt Ross si scopre antipatica e non si prova mai empatia con loro. La scena in cui si scontrano le due filosofie di vita tra una famiglia normale (quella della sorella della moglie interpretata da una grande Kathryn Han) e la famiglia "fantastica" di Viggo Mortensen, la famiglia protagonista ne esce con le ossa rotte e si rivela per quello che veramente è freaks senza umanità che sfoggiano una cultura vuota, nozionistica e soprattutto inverosimile (come si fanno a imparare sei lingue più l'esperanto rinchiusi in una foresta?). Il finale come dicevo si risolve facilmente senza tenere conto dei tanti conflitti che si erano venuti a creare. La figura del nonno (padre della madre) il vero antagonista, non ha un finale e tutta la vicenda legata alla madre è contraddittoria e poco chiara. Tutte le cose che la famiglia fa nel finale sono retoriche e melense e le varie rivelazioni non sorprendono mai veramente. E il finale non prende una vera posizione e arriva ad un compromesso facilissimo e paraculo Se si vogliono raccontare delle storie bisogna avere il coraggio di farle finire in un certo modo e non cercando di accontentare tutti. Questo è un film che strizza in continuazione l'occhio allo spettatore (la scelta delle musiche, certe situazioni "comiche", la fotografia, i costumi un po' strambi dei protagonisti), ma da un film in questi anni si pretende altro. Se si descrive una famiglia che ha un modo di vivere estremo, anche il film deve diventare estremo. Estremo non significa necessariamente violento, ma bisogna avere il coraggio di prendere decisioni difficili, mentre invece Ross sceglie un happy ending stucchevole e soprattutto già visto.
Conclusione. Il film alla fine, ripeto, scivola via abbastanza bene, ma non resta nulla. Strizza gli occhio a un certo tipo di pubblico, ma sono curioso di quanto resterà di questo prodotto tra un po' di tempo. Questi film indie che devono fare i conti con budget non molto ampi devono come minimo contare su una sceneggiatura perfetta (mentre questa ha dei buchi logici gravi in vari punti) e su una regia potente (mentre invece Ross dietro la macchina da presa è alquanto anonimo), altrimenti il rischio è quella di ritrovarsi con un prodotto apparentemente "carino", ma che è destinato ben presto a finire nel dimenticatoio.
mercoledì 7 dicembre 2016
Sully recensione
Trama. Sully è un pilota di linea che nel gennaio 2009 appena decollato dall'aeroporto di La Guardia a New York in seguito ad uno scontro con uno stormo di uccelli che distruggono i motori del velivolo, non reputando sicuro ritornare in aeroporto o atterrare su altre piste vicine, decide di compiere un ammaraggio sul fiume Hudson. Nonostante le grandi difficoltà tutti i passeggeri sopravvivono e Sully diventa un eroe per i media. Ma la compagnia di assicurazione apre un'inchiesta per sapere se avesse potuto agire diversamente e Sully quindi paradossalmente dopo un tale atto di eroismo è costretto a subire un processo.Commento. Eastwood non è mai un regista banale, anche se gli ultimi film non erano stati pienamente azzeccati (non ho disdegnato American Snipe ma era un film con molti problemi). In questo caso torna alla grande e lo fa anche grazie ad un grande attore tornato anche lui in auge da un paio d'anni dopo un periodo di appannamento. La sceneggiatura di Kormanicki riesce a dosare perfettamente le varie sezioni narrative del film diluendo l'evento principale in tre grandi blocchi facendocelo assaporare un po' alla volta in modo da restituire molto efficacemente tutta la dinamica e l'emotività dell'evento. Ma anche gli scontri da "legal-movie" tra Sully e la compagnia di assicurazione (in cui notiamo con piacere la presenza di Anna Gunn la Skyler di Breaking Bad) si strutturano in un climax ascendente culminante in un'ultima scena magistrale. Ma la sola sceneggiatura non sarebbe stata sufficiente a rendere appassionante un evento extra.ordinario ma che comunque si è risolto in pochi minuti ed è qui che subentra l'abilità Eastwood che soprattutto nella sequenza sul fiume riesce ad alzare il livello di pathos ad una soglia altissima dimostrando anche di aver imparato da illustri precedenti (il debito, in piccolo, con Titanic è evidente). Anche la backstory di Sully in cui vengono raccontanti alcuni eventi dal suo passato è gestita nel migliore dei modi: le scene non hanno una durata eccessiva, non cadono in facili psicologismi e soprattutto sono funzionali alla main story. Grande, come già detto, l'interpretazione di Tom Hanks in un ruolo delicatissimo. Il suo personaggio infatti vive per tutto il film la contraddizione dell'essere esaltato come eroe dai media e dalla gente che incontra per strada e dell'essere accusato da parte della compagnia d'assicurazione di aver messo in pericolo 155 persone per un eccessiva smania di protagonismo. E tutto questo non fa che ripercuotersi su un pilota sconvolto che è fiero di aver salvato 155 persone, ma in cui si insinua il dubbio che forse avrebbe potuto non prendersi un tale rischio. Un ruolo quello di Hanks più complesso rispetto a quello di The Bridge of Spy, qui la sua interpretazione si arricchisce di sfumature, ma riesce sempre a restituire questo senso di dubbio lacerante fino all'ultima scena. Bello anche come viene affrontato il rapporto con il suo rapporto con il primo ufficiale ben interpretato da Aaron Eckhart (anche lui da qualche anno caduto un po' nel dimenticatoio), i due sono legati da amicizia sincera e da ammirazione reciproca. Più debole invece il tema familiare raccontato esclusivamente attraverso telefonate con la moglie (Laura Linney) in cui si nota un intervento più invasivo della sceneggiatura e quindi poca aderenza al reale.
La fotografia di Tom Stern (direttore della fotografia di Eastwood fin dai tempi di Debito di sangue) che ci restituisce una New York fredda, in cui dominano l'elemento azzurro del cielo e del fiume e dei vetri dei grattacieli, ricorda in parte quella la New York fotografata di Dariusz Wolski per The Walk di Robert Zemeckis. I film hanno qualche similitudine, traspare da entrambi un grande amore per la città e entrambi i film raccontano due eventi realmente accaduti e che soprattutto non sono conclusi in tragedia, ma lo fanno tenendo un livello di tensione sempre altissimo. Ma il film di Zemeckis aveva una prima parte (quella di Petit in Francia) resa male tecnicamente e narrativamente.
Conclusione. Ritorno alla grande per Eastwood, film magistrale, 96' minuti col fiato sospeso nonostante, ripeto, si racconti di un fatto sì extra-ordinario, ma che non è sfociato in tragedia. Hanks regge in modo magistrale il film dall'inizio alla fine. Bellissima New York e le corse per le strade del protagonista. Senza dubbio uno dei migliori film del 2016, dopo Boyle con il suo Steve Jobs (che però rimane un film modesto) un altro film che traccia la rotta di come da oggi in poi vanno affrontati i film biografici (anche se Sully lo è solo in parte) e quelli tratti da storie vere.
Voto 8,5
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