Trama. La storia in tredici anni di Elena e Antonio, dal loro primo incontro in una giornata di pioggia sotto una pensilina degli autobus fino alla malattia di lei. Elena è una ragazza semplice che fa la cameriera in un bar e sogna un giorno di potersi aprire un locale tutto suo con il suo amico gay Fabio; Antonio è un meccanico, robusto, maschilista, fidanzato di Silvia. I due dopo un primo incontro in cui non si sopportano si innamorano. Li ritroviamo tredici anni dopo, vivono insieme, hanno due figli. Un giorno Elena scopre di avere un cancro.
Commento. Il film è nettamente separato in due parti: uno racconta l'innamoramento, l'altra la malattia. Tra le due nonostante la posta in gioco sia alta, il film, pur non inventandosi niente di nuovo, riesce a tenere una certa piacevole leggerezza e lo spettatore viene pian piano immerso in questo contesto familiare e di amicizia gradualmente e respirandone appieno l'atmosfera un po' spensierata. La seconda parte invece piomba in una drammaticità pesante e retorica e anche seguire le varie storie diventa più faticoso. Nel complesso Ozpetek dimostra ancora una volta di saperci fare con la cinepresa e a volte registicamente riesce a trasmettere molto. La sceneggiatura invece presenta diverse defezioni che alla fine gravano sul giudizio finale: la gran parte dei dialoghi sembrano scritti da un bambino con delle presunte battute che dovrebbero far ridere, ma invece fanno tutt'altro, alcuni passaggi di trama sono prevedibili e spesso si profonda in uno stucchevole insopportabile (leggasi alla voce: la studentessa che diventa dottoressa). Senza tralasciare il fatto che nella seconda parte praticamente la trama è assente, assistiamo soltanto a "tanto dolore" così presentato in modo così sfacciato da non creare la minima empatia e alcuni spunti di sceneggiatura sono introdotti per poi non essere ulteriormente approfonditi. Per terminare con la storia d'amore delineata molto bene all'inizio, ma trattata in modo superficiale in seguito tanto che questo amore che i due si confessano alla fine non viene mai veramente trasmesso agli spettatori. Anche gli attori non spiccano come in altri film dello stesso regista. La Smutniak è brava, Arca si barcamena e alla fine riesce a portare a casa la prestazione, dal resto sinceramente mi aspettavo di più. Nota positiva da Filippo Schicchitano che alle prese con un ruolo non facile interpreta un ragazzo gay con sincerità e riuscendo quasi sempre a non scadere nelle solite macchiette.
Commento. Il Film è deludente: parte bene, ma poi ha un calo vertiginoso nella seconda parte. Si ha l'impressione che Ozpetek sia voluto ritornare (dopo gli esperimenti di commedia) al dramma Saturno Contro, ma non riuscendoci a pieno. Lì assenza di trama era retta però da buonissime interpretazioni ed efficienti caratterizzazioni dei personaggi, qui invece la storia d'amore, che alla fine sembra aver poco da dire la fa da padrona, e i personaggi di contorno sono meno azzeccati rispetto ad altre volte. Voto 4,5
sabato 29 marzo 2014
lunedì 10 marzo 2014
Recensione di Sotto una buona stella
Trama. Federico Picchioni in poco tempo perde il lavoro e vede morire l'ex moglie. Non potendosi più permettere di pagare l'appartamento ai figli sarà costretto a portarseli a casa. Intanto la fidanzata lo lascia, ma a risolvere i problemi ci penserà la nuova vicina Luisa Tombolini.
Commento. Verdone torna al cinema dopo un paio d'anni dopo il buono "Posti in piedi in paradiso" e ancora una volta non riesce a convincere. Il Verdone degli ultimi tempi sembra che voglia tenere i piedi in più scarpe cercando un equilibrio che non riesce a mantenere. Il film vuole essere tante cose (comico, romantico, con una spruzzata di sociale, con una riflessione sulla differenza generazionale), ma alla fine la consistenza è poca. La sceneggiatura ha dei buchi clamorosi (personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni fine a se stesse, vicende che si aprono e non si chiudono) con passaggi di trama inspiegabili (non si capisce perché dopo aver perso il lavoro e lamentarsi della mancanza di soldi Verdone non venda l'atticone all'EUR di 250 metri quadri). Il discorso sulla differenza generazionale è affrontato con banalità e calcando i soliti luoghi comuni (i grandi non capiscono, i piccoli sono un po' scapestrati, ma alla fine buoni e capaci di buoni sentimenti). L'unica cosa che funziona alla fine è il rapporto tra Verdone e la Cortellesi, alcune scene fanno ridere, altre sorridere, però tutto già visto e i temi di "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" sono lontani anni luce.
Per quanto riguarda le interpretazioni Verdone è la solita sicurezza con la sua maestria nel comico, grottesco e nel drammatico, la Cortellesi invece offre una delle solite interpretazioni: è brava, carina e fa anche ridere, però non ha mai quel "di più" che le consenta di fare il salto di qualità. Dimostra di essere brava in tutta, ma non eccellere in nulla e alla fine dei tanti film usciti con lei come protagonista negli ultimi anni sembra sempre di vedere il solito personaggio. Le servirebbe forse lavorare in film un po' meno leggeri con un regista che sappia tirarci fuori qualcosa di diverso.
Nota dolente i due giovani: Tea Falco è francamente insopportabile ( e spiegatemi perché una che è nata a Roma da due genitori romani debba parlare siciliano), Richelmy abbastanza inutile. I personaggi erano già stereotipati di loro gli attori non hanno fatto nulla per renderli un po' meno insopportabili. Il cast di contorno è abbastanza anonimo rispetto agli standard dei film di Verdone.
Conclusione. Un'altra prova poco convincente per Verdone che sembra ormai avviluppato nella dinamica dei film "veltroniani" (parliamo di tutto, ma alla fine non parliamo di niente). Si sente una certa stanchezza, "il compitino". Il Verdone di una volta tornerà mai? Non dico un ritorno dei personaggi, ma una critica sociale e una visione della realtà un po' più acuta rispetto a queste ultime. Voto 5
Commento. Verdone torna al cinema dopo un paio d'anni dopo il buono "Posti in piedi in paradiso" e ancora una volta non riesce a convincere. Il Verdone degli ultimi tempi sembra che voglia tenere i piedi in più scarpe cercando un equilibrio che non riesce a mantenere. Il film vuole essere tante cose (comico, romantico, con una spruzzata di sociale, con una riflessione sulla differenza generazionale), ma alla fine la consistenza è poca. La sceneggiatura ha dei buchi clamorosi (personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni fine a se stesse, vicende che si aprono e non si chiudono) con passaggi di trama inspiegabili (non si capisce perché dopo aver perso il lavoro e lamentarsi della mancanza di soldi Verdone non venda l'atticone all'EUR di 250 metri quadri). Il discorso sulla differenza generazionale è affrontato con banalità e calcando i soliti luoghi comuni (i grandi non capiscono, i piccoli sono un po' scapestrati, ma alla fine buoni e capaci di buoni sentimenti). L'unica cosa che funziona alla fine è il rapporto tra Verdone e la Cortellesi, alcune scene fanno ridere, altre sorridere, però tutto già visto e i temi di "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" sono lontani anni luce.
Per quanto riguarda le interpretazioni Verdone è la solita sicurezza con la sua maestria nel comico, grottesco e nel drammatico, la Cortellesi invece offre una delle solite interpretazioni: è brava, carina e fa anche ridere, però non ha mai quel "di più" che le consenta di fare il salto di qualità. Dimostra di essere brava in tutta, ma non eccellere in nulla e alla fine dei tanti film usciti con lei come protagonista negli ultimi anni sembra sempre di vedere il solito personaggio. Le servirebbe forse lavorare in film un po' meno leggeri con un regista che sappia tirarci fuori qualcosa di diverso.
Nota dolente i due giovani: Tea Falco è francamente insopportabile ( e spiegatemi perché una che è nata a Roma da due genitori romani debba parlare siciliano), Richelmy abbastanza inutile. I personaggi erano già stereotipati di loro gli attori non hanno fatto nulla per renderli un po' meno insopportabili. Il cast di contorno è abbastanza anonimo rispetto agli standard dei film di Verdone.
Conclusione. Un'altra prova poco convincente per Verdone che sembra ormai avviluppato nella dinamica dei film "veltroniani" (parliamo di tutto, ma alla fine non parliamo di niente). Si sente una certa stanchezza, "il compitino". Il Verdone di una volta tornerà mai? Non dico un ritorno dei personaggi, ma una critica sociale e una visione della realtà un po' più acuta rispetto a queste ultime. Voto 5
Recensioni brevi di altri film sparsi
Tutto sua madre
Una commedia ben fatta, vista un po' per caso, con molti spunti comici e una grandissima interpretazione di questo comico francese Guillame Gallienne. Storia non banale, con qualche ingenuità che comunque strappa un sorriso chiusa da un finale originale e "prezioso" Il film è passato un po' in sordina, ma se le commedie italiane cominciassero ad avere questa profondità il cinema del nostro paese sarebbe sicuramente di un altro livello. Voto 7
I segreti di Osage County.
Da un testo teatrale, una famiglia si riunisce dopo la morte del padre. Interpretazioni grandiose di Maryl Streep e soprattutto Julia Robers che riesce a incalanarsi con maestria nel ruolo di una quarantenne fallita segnando un punto di svolta della sua carriera. Testo dall'andamento classico, scritto magistralmente, parte lento e indefinito per poi crescere in modo vertiginoso nel finale. La scena centrale quella del pranzo dopo il funerale è da antologia per ritmo, recitazione e regia. Tutti gli attori (tranne Juliette Lewis) molto bravi. Tanti i temi trattati dalla famiglia al territorio americano. Colpi di scena a mio avviso un po' prevedibili, però il risultato finale è di altissima fattura. Voto 7,5
Saving Mr Banks
Operazione commerciale sulla storia che ha portato alla realizzazione del film di Mary Poppins nella sfida tra la scrittrice dei libri Pamela Travers e Walt Disney. Film carino, mai noioso che veicola in modo a volte eccessivamente retorico buoni sentimenti. Inutile e già vista la trama parallela (che racconta della giovinezza di Pamela in Australia e del suo rapporto con il padre) che scade spesso e volentieri in facili psicologismi. L'interpretazione della Thompson è come al solito da ricordare e anche Tom Hanks è capace in qualche frangente di prendersi la scena. Simpatici i siparietti con le canzoni che non riescono a non strappare qualche lacrimuccia (bisogna ammetterlo Mary Poppins ha una delle più belle colonne sonore della storia del cinema). Hippy Ending in scontato, ma piacevole stile hollywoodiano. Voto 6,5
Dallas Buyers Club
Film di denuncia, un po' già visto, con due grandissime interpretazioni di Jared Leto e Matthew Mc Conaguey. La trama avvince e prende (soprattutto all'inizio) poi si scade un po' negli stereotipi del genere. Un film di attori, ma che sicuramente dal punto di vista cinematografico non dice nulla di che. Voto 6
Una commedia ben fatta, vista un po' per caso, con molti spunti comici e una grandissima interpretazione di questo comico francese Guillame Gallienne. Storia non banale, con qualche ingenuità che comunque strappa un sorriso chiusa da un finale originale e "prezioso" Il film è passato un po' in sordina, ma se le commedie italiane cominciassero ad avere questa profondità il cinema del nostro paese sarebbe sicuramente di un altro livello. Voto 7
I segreti di Osage County.
Da un testo teatrale, una famiglia si riunisce dopo la morte del padre. Interpretazioni grandiose di Maryl Streep e soprattutto Julia Robers che riesce a incalanarsi con maestria nel ruolo di una quarantenne fallita segnando un punto di svolta della sua carriera. Testo dall'andamento classico, scritto magistralmente, parte lento e indefinito per poi crescere in modo vertiginoso nel finale. La scena centrale quella del pranzo dopo il funerale è da antologia per ritmo, recitazione e regia. Tutti gli attori (tranne Juliette Lewis) molto bravi. Tanti i temi trattati dalla famiglia al territorio americano. Colpi di scena a mio avviso un po' prevedibili, però il risultato finale è di altissima fattura. Voto 7,5Saving Mr Banks
Operazione commerciale sulla storia che ha portato alla realizzazione del film di Mary Poppins nella sfida tra la scrittrice dei libri Pamela Travers e Walt Disney. Film carino, mai noioso che veicola in modo a volte eccessivamente retorico buoni sentimenti. Inutile e già vista la trama parallela (che racconta della giovinezza di Pamela in Australia e del suo rapporto con il padre) che scade spesso e volentieri in facili psicologismi. L'interpretazione della Thompson è come al solito da ricordare e anche Tom Hanks è capace in qualche frangente di prendersi la scena. Simpatici i siparietti con le canzoni che non riescono a non strappare qualche lacrimuccia (bisogna ammetterlo Mary Poppins ha una delle più belle colonne sonore della storia del cinema). Hippy Ending in scontato, ma piacevole stile hollywoodiano. Voto 6,5
Dallas Buyers Club
Film di denuncia, un po' già visto, con due grandissime interpretazioni di Jared Leto e Matthew Mc Conaguey. La trama avvince e prende (soprattutto all'inizio) poi si scade un po' negli stereotipi del genere. Un film di attori, ma che sicuramente dal punto di vista cinematografico non dice nulla di che. Voto 6
mercoledì 5 marzo 2014
Recensione di 12 anni schiavo
Trama: Solomon Northup è un violinista nero di talento che vive come cittadino libero a Sarasota, nello stato di New York, con una moglie e due figli. Un giorno però viene ingannato da due impresari e dopo essere stato drogato si ritrova in catene e in viaggio verso il sud. Qui viene prima venduto a William Ford e poi a Edwin Epps spietato padrone convinto sostenitore della schiavitù. Solomon sarà costretto a ogni tipo di fatica sia psicologia che fisica finché al termine dei 12 anni non troverà un modo per riottenere la libertà
Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.
Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7
Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.
Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7
domenica 23 febbraio 2014
Recensione di A proposito di Davis
Trama. Lwelyn Davis è un cantante folk che dopo la morte del patner con cui formava un duo cerca di lanciarsi come solista, ma senza successo: non ha una casa, la donna che ama non lo ricambia, il suo agente fa finta di interessarsi di lui, la sorella lo disprezza, il padre è in una casa di cura.
Commento. I fratelli Coen tornano dopo più di due anni (dopo il Grinta film da tutti disprezzato, ma che io ho trovato riuscitissimo) e lo fanno alla grandissima; riescono a confezionare un prodotto tecnicamente impeccabile e con una trama apparentemente povera riescono ad affrontare con un tocco leggero temi profondi.
La struttura del film è circolare, il film inizia e si conclude nello stesso punto così da fare della fine un nuovo inizio e ripartire. Il protagonista è avviluppato in un veri e propri circoli; si intravedono degli spiragli, possibilità per prendere altre direzioni, ma sono solo abbozzi, illusioni e si è costretti a ritornare alla solita routine, una routine dove tutto è imprevedibile, non si sa dove si sarà, con chi. Ogni giorno ci si sveglia su un divano diverso. Lo sfondo è la New York degli anni '60, Greenwich Village che i Coen disegnano con la fotografia sopraffina di Bruno Delbonnel che privilegia i colori freddi, per delle immagini sempre perfette che incorniciano il viso di Carey Mulligan, mai così bella.
Si vuole raccontare una vita piena di sfortune e di rincorse inutili in un periodo in cui a tutti sembra andare per il verso giusto. Ma i Coen non fanno altro che fotografare la condizione umana, un andare a zonzo per la città, con le mani occupate da borse, valigie, strumenti e un gatto che non sei stato capace di evitare che scappasse di casa. Non è una visione pessimista, non si parla di sfortuna ma c'è proposito di raccontare una parte di noi, una parte della nostra vita.
I Coen riescono nella difficile impresa di restare coerenti con la propria poetica (una serie di personaggi grotteschi e surreali tra cui domina incontrastato un magistrale John Goodman) e nonostante tutto fare qualche passo avanti, non accontentandosi solo di dare una nuova forma alla solita storia. Con questo film riescono veramente a raggiungere vette inaspettate anche grazie a una serie di canzoni cantate live dal protagonista sempre ben inserite e che sembrano esprimere lo spirito non solo di un uomo, ma di tutto un popolo.
Cconlusione. Sembra ombra di dubbio uno dei film più riusciti degli ultimi anni. A differenza di altri film degli stessi registi il film non lascia affatto "spaesati", ma anzi si lascia la sala soddisfatti e sereni nonostante la trama lasci comunque adito a riflessioni ulteriori. Pellicola quindi straconsigliata. Da vedere assolutamente. Voto 9
Commento. I fratelli Coen tornano dopo più di due anni (dopo il Grinta film da tutti disprezzato, ma che io ho trovato riuscitissimo) e lo fanno alla grandissima; riescono a confezionare un prodotto tecnicamente impeccabile e con una trama apparentemente povera riescono ad affrontare con un tocco leggero temi profondi.
La struttura del film è circolare, il film inizia e si conclude nello stesso punto così da fare della fine un nuovo inizio e ripartire. Il protagonista è avviluppato in un veri e propri circoli; si intravedono degli spiragli, possibilità per prendere altre direzioni, ma sono solo abbozzi, illusioni e si è costretti a ritornare alla solita routine, una routine dove tutto è imprevedibile, non si sa dove si sarà, con chi. Ogni giorno ci si sveglia su un divano diverso. Lo sfondo è la New York degli anni '60, Greenwich Village che i Coen disegnano con la fotografia sopraffina di Bruno Delbonnel che privilegia i colori freddi, per delle immagini sempre perfette che incorniciano il viso di Carey Mulligan, mai così bella.
Si vuole raccontare una vita piena di sfortune e di rincorse inutili in un periodo in cui a tutti sembra andare per il verso giusto. Ma i Coen non fanno altro che fotografare la condizione umana, un andare a zonzo per la città, con le mani occupate da borse, valigie, strumenti e un gatto che non sei stato capace di evitare che scappasse di casa. Non è una visione pessimista, non si parla di sfortuna ma c'è proposito di raccontare una parte di noi, una parte della nostra vita.
I Coen riescono nella difficile impresa di restare coerenti con la propria poetica (una serie di personaggi grotteschi e surreali tra cui domina incontrastato un magistrale John Goodman) e nonostante tutto fare qualche passo avanti, non accontentandosi solo di dare una nuova forma alla solita storia. Con questo film riescono veramente a raggiungere vette inaspettate anche grazie a una serie di canzoni cantate live dal protagonista sempre ben inserite e che sembrano esprimere lo spirito non solo di un uomo, ma di tutto un popolo.
Cconlusione. Sembra ombra di dubbio uno dei film più riusciti degli ultimi anni. A differenza di altri film degli stessi registi il film non lascia affatto "spaesati", ma anzi si lascia la sala soddisfatti e sereni nonostante la trama lasci comunque adito a riflessioni ulteriori. Pellicola quindi straconsigliata. Da vedere assolutamente. Voto 9
martedì 28 gennaio 2014
Recensione di The Wolf of Wall Street
Trama. Ascesa, successo e declino di Jordan Belfort dagli inizi a Wall Street sotto la guida di Mark Hannah, passando per uno squallido call center specializzato in penny market, per arrivare alla creazione della sua agenzia la Stratton Oakmont grazie alla collaborazione con Donnie Azzof e di vari venditori al dettaglio e spacciatori. Jordan diventa un vero magnate della finanza anche grazie a metodi non propriamente legali. Accanto al lavoro Jordan conduce una vita dissipata all'insegna della droga e del sesso a cui fa prendere parte a tutti i suoi amici e colleghi.
La favola non durerà per molto perché l'Fbi indaga sui suoi traffici.
Commento. Apprestarsi alla recensione di questo film presenta diverse difficoltà. L'ultimo prodotto di Scorsese presenta infatti degli aspetti contraddittori che non consentono che il giudizio sia univoco. Partiamo da dei dati di fatto: il film in 180' nonostante una trama (volutamente) prevedibile e che non presenta grandi colpi di scena riesce a non annoiare neanche un secondo e a coinvolgere lo spettatore lungo tutta la durata senza nessun momento di flessione. Dall'altra parte però usciti dalla sala non si comprende bene che genere di film si è visto e nemmeno qual è il messaggio che si è voluto veicolare. Il film segue passo-passo la storia del protagonista, non lasciandolo neanche un momento. Fin dalla prima inquadratura si presenta come un carattere fortemente deciso di cui già sappiamo che non avrà momenti di sbandamento. La parte dell'apprendistato è breve e dopo neanche mezz'ora di film Jordan è diventato un uomo di successo, un successo che non riesce a non travolgerlo (inizia a drogarsi, lascia la moglie per un'altra, paga le mignotte in ufficio per i colleghi), ma è un personaggio che riesce a cavalcare quest'onda travolgente, riuscendo in qualche modo a lasciarsi travolgere, ma allo stesso tempo a fortificarsi. Scorsese ci presenta un personaggio addicted, dipendente dalla droga, dai soldi, dal sesso, dal sentirsi importante e del far parte di una squadra. Un uomo che non si ferma mai, che vive per oltrepassare l'ostacolo non tanto per vedere dove può arrivare, ma quanto può chiedere da se stesso. tutto ciò non è argomentato con voglia di rivalsa o per riscatto per un passato di miseria, ma è presentato come un dato di fatto fine a se stesso senza tante giustificazioni psicologiche.
Però nonostante un protagonista delineato egregiamente il film mostra qualche lacuna di sostanza, quasi come per molti aspetti fosse troppo "leggero", alcune scene (soprattutto quelle che riguardano le orge e le droghe) sono trascinate un po' troppo e riproposte forse anche in parti della storia in cui ci saremmo aspettati altro. Nonostante poi da parte del regista e dello sceneggiatore non ci sia neanche un momento di condanna morale dei personaggi e di quello che fanno, si ha l'impressione in certi momenti che tutti i personaggi partecipino di questo degrado morale generale. Scorse cerca l'eccesso e cercandolo ci regala scene di impatto visivo unico (la scena delle spogliarelliste in ufficio è magistrale), però qualche volta è come se quello che cercasse fosse solo l'eccesso e dietro di questo non ci fosse altro da investigare di modo che il tutto a volte appare un po' superficiale.
Alcune fasi della trama sono poco chiare e altre affrontate in modo superficiale. Sarebbe stato interessante trattare il tema del rapporto con la prima moglie e con i genitori in modo più approfondito.
Per quanto concerne gli attori Di Caprio abbandona un certo carattere che aveva assunto in alcuni degli ultimi film e sfodera un repertorio invidiabile. Nei monologhi dà il meglio di sé e nonostante giochi tutto su un esagerato "sopra le righe" riesce ad essere sempre credibile. Ormai è uno dei più bravi che ci sono in circolazione l'Oscar se lo meriterebbe tutto. Il contorno, anche se non esibisce grandi nomi (a parte un Matthew McConaughey che in una scena riesce a lasciare il segno), ma tutti ben funzionali alla trama primo fra tutti un Jonah Hill che dopo tante commedie non proprio impeccabile si cimenta in un ruolo importante dove riesce a mostrare le sue doti comiche, ma non solo.
Il comparto tecnico è impeccabile sotto tutti gli aspetti. I movimenti della macchina da presa nella sala del brocheraggio si vede che sono opera di un maestro che non si accontenta mai di inquadrature scontate cercando sempre la dinamicità della situazione.
Conclusione. Nonostante tutti gli appunti che gli si possono muovere, il film è ricco di spunti molto interessanti, le opere di Scorsese non sono mai banali e anche questa ha tanto da raccontare. Però qualche dubbio resta legato soprattutto al messaggio finale che il film vuole dare. Voto 7,5
La favola non durerà per molto perché l'Fbi indaga sui suoi traffici.
Commento. Apprestarsi alla recensione di questo film presenta diverse difficoltà. L'ultimo prodotto di Scorsese presenta infatti degli aspetti contraddittori che non consentono che il giudizio sia univoco. Partiamo da dei dati di fatto: il film in 180' nonostante una trama (volutamente) prevedibile e che non presenta grandi colpi di scena riesce a non annoiare neanche un secondo e a coinvolgere lo spettatore lungo tutta la durata senza nessun momento di flessione. Dall'altra parte però usciti dalla sala non si comprende bene che genere di film si è visto e nemmeno qual è il messaggio che si è voluto veicolare. Il film segue passo-passo la storia del protagonista, non lasciandolo neanche un momento. Fin dalla prima inquadratura si presenta come un carattere fortemente deciso di cui già sappiamo che non avrà momenti di sbandamento. La parte dell'apprendistato è breve e dopo neanche mezz'ora di film Jordan è diventato un uomo di successo, un successo che non riesce a non travolgerlo (inizia a drogarsi, lascia la moglie per un'altra, paga le mignotte in ufficio per i colleghi), ma è un personaggio che riesce a cavalcare quest'onda travolgente, riuscendo in qualche modo a lasciarsi travolgere, ma allo stesso tempo a fortificarsi. Scorsese ci presenta un personaggio addicted, dipendente dalla droga, dai soldi, dal sesso, dal sentirsi importante e del far parte di una squadra. Un uomo che non si ferma mai, che vive per oltrepassare l'ostacolo non tanto per vedere dove può arrivare, ma quanto può chiedere da se stesso. tutto ciò non è argomentato con voglia di rivalsa o per riscatto per un passato di miseria, ma è presentato come un dato di fatto fine a se stesso senza tante giustificazioni psicologiche.
Però nonostante un protagonista delineato egregiamente il film mostra qualche lacuna di sostanza, quasi come per molti aspetti fosse troppo "leggero", alcune scene (soprattutto quelle che riguardano le orge e le droghe) sono trascinate un po' troppo e riproposte forse anche in parti della storia in cui ci saremmo aspettati altro. Nonostante poi da parte del regista e dello sceneggiatore non ci sia neanche un momento di condanna morale dei personaggi e di quello che fanno, si ha l'impressione in certi momenti che tutti i personaggi partecipino di questo degrado morale generale. Scorse cerca l'eccesso e cercandolo ci regala scene di impatto visivo unico (la scena delle spogliarelliste in ufficio è magistrale), però qualche volta è come se quello che cercasse fosse solo l'eccesso e dietro di questo non ci fosse altro da investigare di modo che il tutto a volte appare un po' superficiale.
Alcune fasi della trama sono poco chiare e altre affrontate in modo superficiale. Sarebbe stato interessante trattare il tema del rapporto con la prima moglie e con i genitori in modo più approfondito.
Per quanto concerne gli attori Di Caprio abbandona un certo carattere che aveva assunto in alcuni degli ultimi film e sfodera un repertorio invidiabile. Nei monologhi dà il meglio di sé e nonostante giochi tutto su un esagerato "sopra le righe" riesce ad essere sempre credibile. Ormai è uno dei più bravi che ci sono in circolazione l'Oscar se lo meriterebbe tutto. Il contorno, anche se non esibisce grandi nomi (a parte un Matthew McConaughey che in una scena riesce a lasciare il segno), ma tutti ben funzionali alla trama primo fra tutti un Jonah Hill che dopo tante commedie non proprio impeccabile si cimenta in un ruolo importante dove riesce a mostrare le sue doti comiche, ma non solo.
Il comparto tecnico è impeccabile sotto tutti gli aspetti. I movimenti della macchina da presa nella sala del brocheraggio si vede che sono opera di un maestro che non si accontenta mai di inquadrature scontate cercando sempre la dinamicità della situazione.
Conclusione. Nonostante tutti gli appunti che gli si possono muovere, il film è ricco di spunti molto interessanti, le opere di Scorsese non sono mai banali e anche questa ha tanto da raccontare. Però qualche dubbio resta legato soprattutto al messaggio finale che il film vuole dare. Voto 7,5
sabato 18 gennaio 2014
Recensione Il Capitale Umano
Trama. Nella fredda Brianza si intrecciano le storie dell'agente immobiliare Dino Ossola che fa di tutto per entrare a far parte del fondo azionario del magnate finanziario Giovanni Bernaschi; quella di Carla Bernaschi moglie di Giovanni, donna alle soglie della mezza età, attrice mai veramente sbocciata, che prova a rilanciare la propria vita cercando di salvare, con i soldi del marito, un teatro dalla chiusura; quella di Serena Ossola, figlia di Dino e fidanzata di Massimiliano Bernaschi che un giorno incontra Luca, paziente di Roberta, la sua matrigna, si innamora e decide di cambiare la propria vita.
Commento. Virzì con questo film abbandona i temi e i luoghi a lui più cari e si addentra in un genere e in ambientazioni, mai toccate nelle sue precedenti fatiche artistiche. Ma nonostante i cambiamenti apparenti, le vere ragioni che muovono tutte le sue produzioni permangono anche in quest'ultimo film e quello che ci arriva è un ritratto dell'Italia contemporanea (improntata sull'immaginario del regista e degli sceneggiatori): ricconi senza scrupoli e anche un po' ipocriti, una piccola-media borghesia disposta a tutto per sfondare, donne fuori dal mondo che ricercano nell'arte una sorta di riscatto per una vita inconcludente, ragazzi che sentono il peso del mondo adulto che grava su di loro, alcuni saranno capaci di emanciparsi, altri resteranno intrappolati.
Come al solito Virzì e Bruni non vanno tanto per il sottile con la delineazione dei personaggi: sulla scena si muovono delle maschere fatte a posta per riempire lo spazio filmico, poco si sa del loro passato, delle loro colpe, debolezze, degli altri rapporti. Ognuno simboleggia un certo mondo e nel film veste unicamente quella funzione. Quello delle maschere è uno stile puramente italiano che Virzì sa gestire con abilità riuscendolo a declinare lungo tutti i generi non restando soltanto ancorato alla commedia. Il film ha in queste caratterizzazioni molto marcate sicuramente un punto di forza, ogni personaggio è un "qualcosa" che si staglia in modo netto nel tappeto narrativo, ma inevitabilmente finisce per essere anche un punto di debolezza. I personaggi iniziano e finiscono allo stesso modo, c'è chi si arrende, c'è chi non se ne accorge, c'è chi crede di cambiare e non è cambiato, c'è chi non vuole cambiare. Forse solo i ragazzi (e non tutti) sfuggono al triste destino dell'immobilità.
Il film è suddiviso in quattro episodi di cui tre seguono il punto di vista di un personaggio e l'ultimo è un epilogo che coinvolge tutti. Il primo è sicuramente il più riuscito con un Bentivoglio che tenendo la scena in modo magistrale riesce a costruire un personaggio abietto e viscido, ma con cui non riesci a non empatizzare.
Se nell'episodio iniziale la critica sociale alla piccola borghesia riesce ad essere penetrante, nel secondo Virzì vorrebbe portare avanti in parallelo la delineazione di un personaggio "originale", quello di Bruni Tedeschi, e contemporaneamente muovere una critica alla stato "dei beni culturali" in Italia. Ma se il primo riesce solo in parte con una buona prova dell'attrice, ma con una scrittura del personaggio più confuso che a volte cerca più l'effetto che la profondità, l'intento critico è troppo esplicito e sfacciato cadendo nei soliti luoghi comuni sull'Italia (il sindaco leghista è a mio parere una macchietta fuori contesto). Se si vuole far passare il messaggio "non si possono trasformare teatri storici in appartamenti" lo si dovrebbe fare in modo più sottile.
E arriviamo al terzo episodio, a mio parere quello su cui maggiormente sentiamo la mano del regista. Il genere è quello della storia d'amore adolescenziale di cui ripercorre quasi tutti gli stilemi. La ragazza si innamora di un ragazzo tormentato orfano, con uno zio mezzo tossico e molto ingombrante. I ragazzi oltre a offrire una prova recitativa mediocre non riescono a trasmettere un briciolo di simpatia per i loro personaggi Quello che Virzì ci offre è uno spaccato troppo semplicistico dei giovani d'oggi per poter trovare qualche empatia: c'è il viziato, c'è la ragazza che vorrebbe distaccarsi dal mondo dei viziati, ma non ci riesce fino in fondo e c'è il ragazzo strano ed eccentrico con mille problemi. E del mondo dei ragazzi sebbene a stretta contiguità con quello degli adulti non se ne spiegano le interazioni e i nessi causali che sarebbe stato interessante scoprire. Quello che ne esce è una storia totalmente a sé che di originale ha poco e in cui i ragazzi diventano assumono più delle funzioni "macchiniche" subordinate alla trama che seguire i loro veri e propri bisogni.
Il finale poi lascia perplessi soprattutto per quello che è il lascito generale: i ricchi vincono sempre e non sono neanche così colpevoli, i poveri sono anche sfigati, ma alla fine se la cavano pure loro. Ma tra i due chi vince? Sembra che i due mondi restino paralleli (adulti-ragazzi, ricchi-poveri) e non trovino una sintesi finale.
Conclusioni. Nonostante le varie critiche che si possono trovare, il film resta un prodotto di prima qualità soprattutto in un contesto italiano dove le pellicole di un certo rilievo scarseggiano. Molti lo hanno definito un film in discontinuità con la poetica del regista, ma non credo che sia così: se prescindiamo dall'ambientazione e da quel debole respiro thriller il film è si inserisce in modo coerente con i lavori precedenti e anzi ne rappresenta una sorta di coronamento.
Dal punto di vista della scrittura il film è molto solido e tranne qualche passaggio di trama un po' forzato (vedersi soprattutto il colpo di svolta finale di cui è protagonista involontario Bentivoglio) il tutto è efficiente e a tratti si raggiungono picchi di suspance godibili. Dal punto di vista registico, il film funziona e ha anche dei begli spunti, ma ancora qualche volta Virzì dimostra di non avere ancora un gusto dell'immaginato raffinatissimo (penso come punto di riferimento soprattutto l'ultimo Tornatore). Di note stonate ce ne sono e la cosa che più salta all'occhio sono tre ragazzi con delle parti di un certo peso, ma che riescono a restituire meno della metà di quello che i loro personaggi potrebbero trasmettere. Resta comunque un film da andare a vedere e su cui discutere perché gli spunti che dà sono molti. Un film che più che essere goduto passivamente deve essere visto, ragionato e discusso. Voto 7
Commento. Virzì con questo film abbandona i temi e i luoghi a lui più cari e si addentra in un genere e in ambientazioni, mai toccate nelle sue precedenti fatiche artistiche. Ma nonostante i cambiamenti apparenti, le vere ragioni che muovono tutte le sue produzioni permangono anche in quest'ultimo film e quello che ci arriva è un ritratto dell'Italia contemporanea (improntata sull'immaginario del regista e degli sceneggiatori): ricconi senza scrupoli e anche un po' ipocriti, una piccola-media borghesia disposta a tutto per sfondare, donne fuori dal mondo che ricercano nell'arte una sorta di riscatto per una vita inconcludente, ragazzi che sentono il peso del mondo adulto che grava su di loro, alcuni saranno capaci di emanciparsi, altri resteranno intrappolati.
Come al solito Virzì e Bruni non vanno tanto per il sottile con la delineazione dei personaggi: sulla scena si muovono delle maschere fatte a posta per riempire lo spazio filmico, poco si sa del loro passato, delle loro colpe, debolezze, degli altri rapporti. Ognuno simboleggia un certo mondo e nel film veste unicamente quella funzione. Quello delle maschere è uno stile puramente italiano che Virzì sa gestire con abilità riuscendolo a declinare lungo tutti i generi non restando soltanto ancorato alla commedia. Il film ha in queste caratterizzazioni molto marcate sicuramente un punto di forza, ogni personaggio è un "qualcosa" che si staglia in modo netto nel tappeto narrativo, ma inevitabilmente finisce per essere anche un punto di debolezza. I personaggi iniziano e finiscono allo stesso modo, c'è chi si arrende, c'è chi non se ne accorge, c'è chi crede di cambiare e non è cambiato, c'è chi non vuole cambiare. Forse solo i ragazzi (e non tutti) sfuggono al triste destino dell'immobilità.
Il film è suddiviso in quattro episodi di cui tre seguono il punto di vista di un personaggio e l'ultimo è un epilogo che coinvolge tutti. Il primo è sicuramente il più riuscito con un Bentivoglio che tenendo la scena in modo magistrale riesce a costruire un personaggio abietto e viscido, ma con cui non riesci a non empatizzare.
Se nell'episodio iniziale la critica sociale alla piccola borghesia riesce ad essere penetrante, nel secondo Virzì vorrebbe portare avanti in parallelo la delineazione di un personaggio "originale", quello di Bruni Tedeschi, e contemporaneamente muovere una critica alla stato "dei beni culturali" in Italia. Ma se il primo riesce solo in parte con una buona prova dell'attrice, ma con una scrittura del personaggio più confuso che a volte cerca più l'effetto che la profondità, l'intento critico è troppo esplicito e sfacciato cadendo nei soliti luoghi comuni sull'Italia (il sindaco leghista è a mio parere una macchietta fuori contesto). Se si vuole far passare il messaggio "non si possono trasformare teatri storici in appartamenti" lo si dovrebbe fare in modo più sottile.
E arriviamo al terzo episodio, a mio parere quello su cui maggiormente sentiamo la mano del regista. Il genere è quello della storia d'amore adolescenziale di cui ripercorre quasi tutti gli stilemi. La ragazza si innamora di un ragazzo tormentato orfano, con uno zio mezzo tossico e molto ingombrante. I ragazzi oltre a offrire una prova recitativa mediocre non riescono a trasmettere un briciolo di simpatia per i loro personaggi Quello che Virzì ci offre è uno spaccato troppo semplicistico dei giovani d'oggi per poter trovare qualche empatia: c'è il viziato, c'è la ragazza che vorrebbe distaccarsi dal mondo dei viziati, ma non ci riesce fino in fondo e c'è il ragazzo strano ed eccentrico con mille problemi. E del mondo dei ragazzi sebbene a stretta contiguità con quello degli adulti non se ne spiegano le interazioni e i nessi causali che sarebbe stato interessante scoprire. Quello che ne esce è una storia totalmente a sé che di originale ha poco e in cui i ragazzi diventano assumono più delle funzioni "macchiniche" subordinate alla trama che seguire i loro veri e propri bisogni.
Il finale poi lascia perplessi soprattutto per quello che è il lascito generale: i ricchi vincono sempre e non sono neanche così colpevoli, i poveri sono anche sfigati, ma alla fine se la cavano pure loro. Ma tra i due chi vince? Sembra che i due mondi restino paralleli (adulti-ragazzi, ricchi-poveri) e non trovino una sintesi finale.
Conclusioni. Nonostante le varie critiche che si possono trovare, il film resta un prodotto di prima qualità soprattutto in un contesto italiano dove le pellicole di un certo rilievo scarseggiano. Molti lo hanno definito un film in discontinuità con la poetica del regista, ma non credo che sia così: se prescindiamo dall'ambientazione e da quel debole respiro thriller il film è si inserisce in modo coerente con i lavori precedenti e anzi ne rappresenta una sorta di coronamento.
Dal punto di vista della scrittura il film è molto solido e tranne qualche passaggio di trama un po' forzato (vedersi soprattutto il colpo di svolta finale di cui è protagonista involontario Bentivoglio) il tutto è efficiente e a tratti si raggiungono picchi di suspance godibili. Dal punto di vista registico, il film funziona e ha anche dei begli spunti, ma ancora qualche volta Virzì dimostra di non avere ancora un gusto dell'immaginato raffinatissimo (penso come punto di riferimento soprattutto l'ultimo Tornatore). Di note stonate ce ne sono e la cosa che più salta all'occhio sono tre ragazzi con delle parti di un certo peso, ma che riescono a restituire meno della metà di quello che i loro personaggi potrebbero trasmettere. Resta comunque un film da andare a vedere e su cui discutere perché gli spunti che dà sono molti. Un film che più che essere goduto passivamente deve essere visto, ragionato e discusso. Voto 7
domenica 12 gennaio 2014
Recensione American Hustle
Trama. Irving Rosenfeld e Sydney Prosser si incontrano ad una festa, si innamorano e diventano insieme una coppia di abili truffatori. Il loro idillio però ha fine quando vengono smascherati dall'agente del FBI Richie Di Masio che però invece di arrestarli li promette la libertà se lo aiuteranno ad incastrare una serie di politici corrotti e mafiosi tra i quali il sindaco di Camden Carmine Polito. Il lavoro sembra andare per il verso giusto quando interviene sulla scena Rosalyn, ex moglie di Irving che scompiglierà le carte in tavola.
Commento. Dopo il discusso "Lato positivo" torna sugli schermi un nuovo lavoro di David O. Russell. La confezione del film è semplicemente perfetta: regia magistrale, costumi d'epoca un po' kitsch, ma tremendamente efficienti e coerenti con la storia, interpretazioni magistrali. David O. Russell si conferma uno dei registi hollywoodiani più interessanti nel panorama contemporaneo. Il film per molti versi appare impeccabile eppure ci si alza dalla sala non pienamente soddisfatti. Le riserve riguardano soprattutto la sceneggiatura. L'inizio si sofferma soprattutto sul personaggio di Bale e su quello della Adams, ma se il primo è tratteggiato con pochi, ma incisivi spunti, il ruolo femminile è volutamente meno chiaro e purtroppo lo rimarrà quasi per tutto l'arco del film. Con l'introduzione del personaggio di Bradley Cooper entriamo nella seconda parte del film, sicuramente la più densa in cui poi faranno la propria apparizione anche gli altri personaggi. Qui il film si biforca lungo tre direttive: la truffa architettata da Irving, Sydney e Richie, la pseudostoria d'amore tra Sydney e Richie e l'amicizia che invece si forma tra Carmine e Irving. Se quest'ultima è raccontata in modo semplice, ma molto efficiente, la storia d'amore e di inganni tra l'Adams e Cooper ha tratti più incerti e nonostante comunque la buona prova degli attori non si capisce bene dove la sceneggiatura voglia condurci. Si ha l'impressione il più delle volte che lo script insegui più il gioco di trucchi e inganni che i sentimenti dei personaggi. L'intervento massiccio di una sempre più splendida e brava Jennifer Lawrence ci farà entrare nell'ultima parte del film dove si assiste al classico film sulle truffe, con un finale in parte prevedibile e in parte un po' troppo conciliante.
Il film riesce a reggere quindi bene quasi due ore e mezza, ma l'inizio e la fine sono un po' troppo affrettati (molti passaggi di trama non sono chiarissimi) e il mezzo a volte si dilunga.
I rapporti delineati nel film sono comunque affrontati in modo profondo: la storia d'amore tra Bale e Adams all'inizio sfiora un infantilismo quasi poetico, l'amicizia tra Renner e Bale e retta dagli attori ha dei momenti di emozioni sincere per culminare in una scena bellissima che testimonia tutta la bravura di Christian Bale. Il personaggio della Lawrence è delineato benissimo e interpretai ancora meglio e ci regala delle scene di antologia assoluta (lei che canta "Live and let die" diventerà storica).
Conclusione. Il film resta un prodotto validissimo, spero vivamente che riceva delle candidature ai prossimi oscar. Eppure però delle perplessità restano: alcuni spunti sono geniali, ma a volte si ha l'impressione che non siano stati amalgamati al meglio.Voto 7,5
Commento. Dopo il discusso "Lato positivo" torna sugli schermi un nuovo lavoro di David O. Russell. La confezione del film è semplicemente perfetta: regia magistrale, costumi d'epoca un po' kitsch, ma tremendamente efficienti e coerenti con la storia, interpretazioni magistrali. David O. Russell si conferma uno dei registi hollywoodiani più interessanti nel panorama contemporaneo. Il film per molti versi appare impeccabile eppure ci si alza dalla sala non pienamente soddisfatti. Le riserve riguardano soprattutto la sceneggiatura. L'inizio si sofferma soprattutto sul personaggio di Bale e su quello della Adams, ma se il primo è tratteggiato con pochi, ma incisivi spunti, il ruolo femminile è volutamente meno chiaro e purtroppo lo rimarrà quasi per tutto l'arco del film. Con l'introduzione del personaggio di Bradley Cooper entriamo nella seconda parte del film, sicuramente la più densa in cui poi faranno la propria apparizione anche gli altri personaggi. Qui il film si biforca lungo tre direttive: la truffa architettata da Irving, Sydney e Richie, la pseudostoria d'amore tra Sydney e Richie e l'amicizia che invece si forma tra Carmine e Irving. Se quest'ultima è raccontata in modo semplice, ma molto efficiente, la storia d'amore e di inganni tra l'Adams e Cooper ha tratti più incerti e nonostante comunque la buona prova degli attori non si capisce bene dove la sceneggiatura voglia condurci. Si ha l'impressione il più delle volte che lo script insegui più il gioco di trucchi e inganni che i sentimenti dei personaggi. L'intervento massiccio di una sempre più splendida e brava Jennifer Lawrence ci farà entrare nell'ultima parte del film dove si assiste al classico film sulle truffe, con un finale in parte prevedibile e in parte un po' troppo conciliante.
Il film riesce a reggere quindi bene quasi due ore e mezza, ma l'inizio e la fine sono un po' troppo affrettati (molti passaggi di trama non sono chiarissimi) e il mezzo a volte si dilunga.
I rapporti delineati nel film sono comunque affrontati in modo profondo: la storia d'amore tra Bale e Adams all'inizio sfiora un infantilismo quasi poetico, l'amicizia tra Renner e Bale e retta dagli attori ha dei momenti di emozioni sincere per culminare in una scena bellissima che testimonia tutta la bravura di Christian Bale. Il personaggio della Lawrence è delineato benissimo e interpretai ancora meglio e ci regala delle scene di antologia assoluta (lei che canta "Live and let die" diventerà storica).
Conclusione. Il film resta un prodotto validissimo, spero vivamente che riceva delle candidature ai prossimi oscar. Eppure però delle perplessità restano: alcuni spunti sono geniali, ma a volte si ha l'impressione che non siano stati amalgamati al meglio.Voto 7,5
giovedì 2 gennaio 2014
Recensione di Lo Hobbit La desolazione di Smaug
Trama. Bilbo e la banda dei nani proseguono il loro viaggio verso Erebor. Dopo essersi imbattuti nel Multiforma Beorn che li aiuta a seminare gli occhi, si apprestano ad attraversare Bosco Atro. Ma durante il viaggio nella foresta vengono rapiti dagli Elfi del reame boscoso. Intanto Gandalf è in cerca del negromante. I nani riusciranno a scappare dagli elfi grazie all'aiuto di Bilbo e ad arrivare a Pontelagolungo dove dovranno vedersela con Bard l'arcere e il governatore. Alla fine arriveranno finalmente al monte dove Bilbo finalmente sfiderà il drago.Commento. Nonostante un buon primo capitolo, questo secondo episodio non è all'altezza del precedente. La storia è prevedibile, le sottotrame (alcune inventate di sana pianta dal regista) sono quanto di più sentito ci possa essere (Jackson ci poteva risparmiare la storia d'amore tra l'elfo e il nano), gli effetti speciali in molte occasioni sono ridonanti e alcune volte tirati via. Le sequenze da salvare si contano sulle dita di una mano e la tanto decantata scena tra Bilbo e il drago a mio avviso è più lunga del dovuto. Per carità la confezione è impeccabile, i paesaggi, i costumi, la fotografia sono di altissimo livello, ma erano picchi qualitativi che Jackson aveva già raggiunto nella prima trilogia e che uno spettatore di questo film dava per scontato. Peccato perché di materiale per fare bene ce ne era parecchio. La seconda parte del libro Lo Hobbit presenta delle situazioni che leggendo non vedevo l'ora di veder trasportate al cinema e invece il film proprio in quei punti (l'incontro con Beorn e tutto il viaggio nel Bosco) è tirato via e le questioni sono risolte in pochi minuti per dare spazio poi invece a sequenze non presenti nel libro e che stonano nel quadro generale della storia.
Lo Hobbit un viaggio inaspettato rimane a mio parere superiore, nel primo Jackson era riuscito a tenere uno stile favolistico molto fedele al libro, in questo secondo capitolo invece sopravviene un'atmosfera epica completamente fuori tema. E' chiaro da questo secondo film che l'intento di Peter Jackson era quello di fare una sorta di pre-quel del signore degli anelli, ma a questo punto lo si sarebbe potuto fare meglio.
Conclusione. Il film è completamente sotto le aspettative, rispetto alla vecchia trilogia Jackson non presenta nulla di nuovo, anzi ripropone situazioni già viste stiracchiandole a volte fino alla noia. Il film incasserà, ma questa trilogia si dimenticherà presto. Voto 4,5
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