Pagine

mercoledì 5 marzo 2014

Recensione di 12 anni schiavo

Trama: Solomon Northup è un violinista nero di talento che vive come cittadino libero a Sarasota, nello stato di New York, con una moglie e due figli. Un giorno però viene ingannato da due impresari e dopo essere stato drogato si ritrova in catene e in viaggio verso il sud. Qui viene prima venduto a William Ford e poi a Edwin Epps spietato padrone convinto sostenitore della schiavitù. Solomon sarà costretto a ogni tipo di fatica sia psicologia che fisica finché al termine dei 12 anni non troverà un modo per riottenere la libertà

Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.

Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7

Nessun commento:

Posta un commento