Trama. Ben Cash è un padre di famiglia sui generis. Con i suoi sei figli vive nei boschi dello stato di Washington e impartisce loro un'educazione particolare fatta di caccia, difesa personale e attività fisica nel giorno e di letture filosofiche, scientifiche e linguistiche la sera intorno al fuoco. La loro vita nella loro eccentricità sembra perfetta, ma l'equilibrio verrà rotto dalla morte della madre da tempo malata. Ben e i figli quindi saranno costretti ad abbandonare il loro idillio bucolico per andare al funerale della madre. Il viaggio li farà scontrare con il mondo reale "diverso", la famiglia come ne uscirà?
Commento. Questo è un film che ha girato tanti festival e non si fa fatica a capire perché. C'è un concept molto forte, ma diciamo che l'idea drammatica di fondo è quella classica dei freaks che entrano in contatto con il mondo reale. C'è di sottofondo una critica al sistema educativo americano e in generale su come stanno venendo su le nuove generazioni dei giovani. Il risultato però a mio avviso è molto deludente e la presa di posizione finale si tiene in una terra di nessuno che dimostra pochissimo coraggio da parte dell'autore. Alcune idee sono anche simpatiche e i film alla fine scivola via abbastanza indolore, però non si capisce la direzione che il film voglia prendere e soprattutto di cosa si voglia parlare. L'impianto della storia è classico, ma alla fine le soluzioni prese per risolvere la situazione di crisi sono troppo facili e non tengono conto dello sviluppo drammatico del film. Abbastanza emblematihe le vicende dei due figli maschi i più critici nei confronti del sistema educativo paterno, che arrivano allo scontro con il padre per poi riconciliarcisi senza una vera risoluzione del conflitto stesso. La famiglia disegnata da Matt Ross si scopre antipatica e non si prova mai empatia con loro. La scena in cui si scontrano le due filosofie di vita tra una famiglia normale (quella della sorella della moglie interpretata da una grande Kathryn Han) e la famiglia "fantastica" di Viggo Mortensen, la famiglia protagonista ne esce con le ossa rotte e si rivela per quello che veramente è freaks senza umanità che sfoggiano una cultura vuota, nozionistica e soprattutto inverosimile (come si fanno a imparare sei lingue più l'esperanto rinchiusi in una foresta?). Il finale come dicevo si risolve facilmente senza tenere conto dei tanti conflitti che si erano venuti a creare. La figura del nonno (padre della madre) il vero antagonista, non ha un finale e tutta la vicenda legata alla madre è contraddittoria e poco chiara. Tutte le cose che la famiglia fa nel finale sono retoriche e melense e le varie rivelazioni non sorprendono mai veramente. E il finale non prende una vera posizione e arriva ad un compromesso facilissimo e paraculo Se si vogliono raccontare delle storie bisogna avere il coraggio di farle finire in un certo modo e non cercando di accontentare tutti. Questo è un film che strizza in continuazione l'occhio allo spettatore (la scelta delle musiche, certe situazioni "comiche", la fotografia, i costumi un po' strambi dei protagonisti), ma da un film in questi anni si pretende altro. Se si descrive una famiglia che ha un modo di vivere estremo, anche il film deve diventare estremo. Estremo non significa necessariamente violento, ma bisogna avere il coraggio di prendere decisioni difficili, mentre invece Ross sceglie un happy ending stucchevole e soprattutto già visto.
Conclusione. Il film alla fine, ripeto, scivola via abbastanza bene, ma non resta nulla. Strizza gli occhio a un certo tipo di pubblico, ma sono curioso di quanto resterà di questo prodotto tra un po' di tempo. Questi film indie che devono fare i conti con budget non molto ampi devono come minimo contare su una sceneggiatura perfetta (mentre questa ha dei buchi logici gravi in vari punti) e su una regia potente (mentre invece Ross dietro la macchina da presa è alquanto anonimo), altrimenti il rischio è quella di ritrovarsi con un prodotto apparentemente "carino", ma che è destinato ben presto a finire nel dimenticatoio.
martedì 20 dicembre 2016
mercoledì 7 dicembre 2016
Sully recensione
Trama. Sully è un pilota di linea che nel gennaio 2009 appena decollato dall'aeroporto di La Guardia a New York in seguito ad uno scontro con uno stormo di uccelli che distruggono i motori del velivolo, non reputando sicuro ritornare in aeroporto o atterrare su altre piste vicine, decide di compiere un ammaraggio sul fiume Hudson. Nonostante le grandi difficoltà tutti i passeggeri sopravvivono e Sully diventa un eroe per i media. Ma la compagnia di assicurazione apre un'inchiesta per sapere se avesse potuto agire diversamente e Sully quindi paradossalmente dopo un tale atto di eroismo è costretto a subire un processo.Commento. Eastwood non è mai un regista banale, anche se gli ultimi film non erano stati pienamente azzeccati (non ho disdegnato American Snipe ma era un film con molti problemi). In questo caso torna alla grande e lo fa anche grazie ad un grande attore tornato anche lui in auge da un paio d'anni dopo un periodo di appannamento. La sceneggiatura di Kormanicki riesce a dosare perfettamente le varie sezioni narrative del film diluendo l'evento principale in tre grandi blocchi facendocelo assaporare un po' alla volta in modo da restituire molto efficacemente tutta la dinamica e l'emotività dell'evento. Ma anche gli scontri da "legal-movie" tra Sully e la compagnia di assicurazione (in cui notiamo con piacere la presenza di Anna Gunn la Skyler di Breaking Bad) si strutturano in un climax ascendente culminante in un'ultima scena magistrale. Ma la sola sceneggiatura non sarebbe stata sufficiente a rendere appassionante un evento extra.ordinario ma che comunque si è risolto in pochi minuti ed è qui che subentra l'abilità Eastwood che soprattutto nella sequenza sul fiume riesce ad alzare il livello di pathos ad una soglia altissima dimostrando anche di aver imparato da illustri precedenti (il debito, in piccolo, con Titanic è evidente). Anche la backstory di Sully in cui vengono raccontanti alcuni eventi dal suo passato è gestita nel migliore dei modi: le scene non hanno una durata eccessiva, non cadono in facili psicologismi e soprattutto sono funzionali alla main story. Grande, come già detto, l'interpretazione di Tom Hanks in un ruolo delicatissimo. Il suo personaggio infatti vive per tutto il film la contraddizione dell'essere esaltato come eroe dai media e dalla gente che incontra per strada e dell'essere accusato da parte della compagnia d'assicurazione di aver messo in pericolo 155 persone per un eccessiva smania di protagonismo. E tutto questo non fa che ripercuotersi su un pilota sconvolto che è fiero di aver salvato 155 persone, ma in cui si insinua il dubbio che forse avrebbe potuto non prendersi un tale rischio. Un ruolo quello di Hanks più complesso rispetto a quello di The Bridge of Spy, qui la sua interpretazione si arricchisce di sfumature, ma riesce sempre a restituire questo senso di dubbio lacerante fino all'ultima scena. Bello anche come viene affrontato il rapporto con il suo rapporto con il primo ufficiale ben interpretato da Aaron Eckhart (anche lui da qualche anno caduto un po' nel dimenticatoio), i due sono legati da amicizia sincera e da ammirazione reciproca. Più debole invece il tema familiare raccontato esclusivamente attraverso telefonate con la moglie (Laura Linney) in cui si nota un intervento più invasivo della sceneggiatura e quindi poca aderenza al reale.
La fotografia di Tom Stern (direttore della fotografia di Eastwood fin dai tempi di Debito di sangue) che ci restituisce una New York fredda, in cui dominano l'elemento azzurro del cielo e del fiume e dei vetri dei grattacieli, ricorda in parte quella la New York fotografata di Dariusz Wolski per The Walk di Robert Zemeckis. I film hanno qualche similitudine, traspare da entrambi un grande amore per la città e entrambi i film raccontano due eventi realmente accaduti e che soprattutto non sono conclusi in tragedia, ma lo fanno tenendo un livello di tensione sempre altissimo. Ma il film di Zemeckis aveva una prima parte (quella di Petit in Francia) resa male tecnicamente e narrativamente.
Conclusione. Ritorno alla grande per Eastwood, film magistrale, 96' minuti col fiato sospeso nonostante, ripeto, si racconti di un fatto sì extra-ordinario, ma che non è sfociato in tragedia. Hanks regge in modo magistrale il film dall'inizio alla fine. Bellissima New York e le corse per le strade del protagonista. Senza dubbio uno dei migliori film del 2016, dopo Boyle con il suo Steve Jobs (che però rimane un film modesto) un altro film che traccia la rotta di come da oggi in poi vanno affrontati i film biografici (anche se Sully lo è solo in parte) e quelli tratti da storie vere.
Voto 8,5
giovedì 18 agosto 2016
Ghostbusters recensione
TramaErin Gilbert (Kristen Wiig) è una ricercatrice/associata di una prestigiosa università di New York. Una mattina mentre sta provando una lezione di fisica quantistica che avrebbe dovuto tenere da lì a poco riceve la visita di uno strambo individuo che le chiede conto di un libro sui fantasmi scritto qualche anno addietro a quattro mani con la sua amica di un tempo Abby Yates (Melissa McCarthy). Timorosa che la scoperta di quella pubblicazione possa compromettere la sua carriera scientifica si reca dall'amica per chiedere che ritiri il libro da Amazon. L'amica che intanto continua le ricerche sugli ectoplasmi in uno scantinato di un liceo sfigato con la collaborazione di Jillian Holtzmann, si rifiuta. Durante la lite però ricevono una chiamata per una casa apparentemente infestata. Le tre si recheranno sul posto e Erin Gilbert investita dal vomito ectoplasmatico di un fantasma di una vecchia nobildonna assassina del '800 dovrà ricredersi. Cacciate dalle rispettiva scuole le tre fonderanno una ditta di acchiappafantasmi a cui si aggiungerà anche l'afroamericana Rowan North e il segretario Kevin Beckmann.
Commento
Remake del celebre e cult movie del 1984. Operazione estiva fin nel midollo. Mi ha molto ricordato Pixels (che a sua volta si ispirava moltissimo all'originale di Ivan Reitman), ma si vede che in questo caso c'è stato meno pressapochismo nella sceneggiatura e anche nella prova delle attrici. La protagonista è decisamente Kristen Wiig, è lei che ha (o per meglio dire vorrebbe) avere la storia d'amore, è lei che compie il processo di cambiamento ed è lei che sul finale compie l'azione eclatante. Questa preponderanza della Wiig mette leggermente in secondo piano Melissa McCarthy che è leggermente sottotono. Questo potrebbe essere anche un pregio visto che nello scorso film di Feig (Spy) il film perdeva proprio quando Melissa cominciava ad uscire dal personaggio drammatico per entrare nel suo personaggio comico che l'ha resa famosa (aggressiva fisicamente e verbalmente). Qui invece abbiamo una Melissa stranamente tranquilla che non ruba la scena. Il film è scritto bene, con un buon ritmo e un finale articolato, ma non complesso che nonostante la poca originalità riesce ad appassionare perché soprattutto si prende i suoi tempi. Il film, come ho detto, è un'operazione estiva in tutto e per tutto (si ride anche in varie parti), vorrebbe veicolare qualche messaggio più profondo (l'emancipazione delle donne? dei nerd?) ma sicuramente non calca la mano su quest'aspetto e questo è un pregio. Alla fine si tratta di donne un po' sfigate, single e con un lavoro strambo, ma il regista non ci vuole dare l'immagine di quattro emarginate sociali. è un blockbusters ed è pure giusto che non ci soffermi troppo su queste cose.
Speciale menzione per Kate McKinnon un vero talento, pazza, comica e soprattuto fighissima, ha una scena d'azione spettacolare in cui lecca la canna delle pistole prima di sparare. Simpatico (ma forse avrebbero potuto fare di più) il personaggio del segretario demente di Chris Hemsworth che dopo lo strepitoso cameo di "Come ti rovino le vacanze" si rivela un attore simpatico e anche capace di parecchia autoironia. Completamente inadatta Leslie Jones (l'ultima acchiappa fantasmi). A volte in questi film hai l'impressione che debbano mettere per forza un'afroamericana. Qui personalmente non ce n'era per niente bisogno perché McCarthy, McKinnon e Wiig bastano ampiamente per portare avanti il film.
Conclusione
Il film è stato un flop, forse 144 milioni di budget è esagerato per un reboot, forse con qualche idea in più e qualche soldo in meno si sarebbe potuto fare qualcosa in più. Invece questo è un prodotto standard (fatto benino), ma che non ha nulla per uscire dallo standard. SPY, che non era un film perfetto, anzi aveva anche delle cose parecchio Trash, però era una cosa molto più fresca, in qualche modo nuovo e si prendeva il suo spazio nella grande galassia delle parodie dei film di spie. Anche Pixels ad esempio che era un film scritto peggio ed interpretato peggio aveva un'idea molto più figa e forse anche più attuale (bellissimo il confronto tra i due videogiocatori quello degli anni '80 e quello del duemila, tra videogiochi da sala e videogiochi domestici).
Voto 5,5
sabato 29 marzo 2014
Recensione di Allacciate le cinture
Trama. La storia in tredici anni di Elena e Antonio, dal loro primo incontro in una giornata di pioggia sotto una pensilina degli autobus fino alla malattia di lei. Elena è una ragazza semplice che fa la cameriera in un bar e sogna un giorno di potersi aprire un locale tutto suo con il suo amico gay Fabio; Antonio è un meccanico, robusto, maschilista, fidanzato di Silvia. I due dopo un primo incontro in cui non si sopportano si innamorano. Li ritroviamo tredici anni dopo, vivono insieme, hanno due figli. Un giorno Elena scopre di avere un cancro.
Commento. Il film è nettamente separato in due parti: uno racconta l'innamoramento, l'altra la malattia. Tra le due nonostante la posta in gioco sia alta, il film, pur non inventandosi niente di nuovo, riesce a tenere una certa piacevole leggerezza e lo spettatore viene pian piano immerso in questo contesto familiare e di amicizia gradualmente e respirandone appieno l'atmosfera un po' spensierata. La seconda parte invece piomba in una drammaticità pesante e retorica e anche seguire le varie storie diventa più faticoso. Nel complesso Ozpetek dimostra ancora una volta di saperci fare con la cinepresa e a volte registicamente riesce a trasmettere molto. La sceneggiatura invece presenta diverse defezioni che alla fine gravano sul giudizio finale: la gran parte dei dialoghi sembrano scritti da un bambino con delle presunte battute che dovrebbero far ridere, ma invece fanno tutt'altro, alcuni passaggi di trama sono prevedibili e spesso si profonda in uno stucchevole insopportabile (leggasi alla voce: la studentessa che diventa dottoressa). Senza tralasciare il fatto che nella seconda parte praticamente la trama è assente, assistiamo soltanto a "tanto dolore" così presentato in modo così sfacciato da non creare la minima empatia e alcuni spunti di sceneggiatura sono introdotti per poi non essere ulteriormente approfonditi. Per terminare con la storia d'amore delineata molto bene all'inizio, ma trattata in modo superficiale in seguito tanto che questo amore che i due si confessano alla fine non viene mai veramente trasmesso agli spettatori. Anche gli attori non spiccano come in altri film dello stesso regista. La Smutniak è brava, Arca si barcamena e alla fine riesce a portare a casa la prestazione, dal resto sinceramente mi aspettavo di più. Nota positiva da Filippo Schicchitano che alle prese con un ruolo non facile interpreta un ragazzo gay con sincerità e riuscendo quasi sempre a non scadere nelle solite macchiette.
Commento. Il Film è deludente: parte bene, ma poi ha un calo vertiginoso nella seconda parte. Si ha l'impressione che Ozpetek sia voluto ritornare (dopo gli esperimenti di commedia) al dramma Saturno Contro, ma non riuscendoci a pieno. Lì assenza di trama era retta però da buonissime interpretazioni ed efficienti caratterizzazioni dei personaggi, qui invece la storia d'amore, che alla fine sembra aver poco da dire la fa da padrona, e i personaggi di contorno sono meno azzeccati rispetto ad altre volte. Voto 4,5
Commento. Il film è nettamente separato in due parti: uno racconta l'innamoramento, l'altra la malattia. Tra le due nonostante la posta in gioco sia alta, il film, pur non inventandosi niente di nuovo, riesce a tenere una certa piacevole leggerezza e lo spettatore viene pian piano immerso in questo contesto familiare e di amicizia gradualmente e respirandone appieno l'atmosfera un po' spensierata. La seconda parte invece piomba in una drammaticità pesante e retorica e anche seguire le varie storie diventa più faticoso. Nel complesso Ozpetek dimostra ancora una volta di saperci fare con la cinepresa e a volte registicamente riesce a trasmettere molto. La sceneggiatura invece presenta diverse defezioni che alla fine gravano sul giudizio finale: la gran parte dei dialoghi sembrano scritti da un bambino con delle presunte battute che dovrebbero far ridere, ma invece fanno tutt'altro, alcuni passaggi di trama sono prevedibili e spesso si profonda in uno stucchevole insopportabile (leggasi alla voce: la studentessa che diventa dottoressa). Senza tralasciare il fatto che nella seconda parte praticamente la trama è assente, assistiamo soltanto a "tanto dolore" così presentato in modo così sfacciato da non creare la minima empatia e alcuni spunti di sceneggiatura sono introdotti per poi non essere ulteriormente approfonditi. Per terminare con la storia d'amore delineata molto bene all'inizio, ma trattata in modo superficiale in seguito tanto che questo amore che i due si confessano alla fine non viene mai veramente trasmesso agli spettatori. Anche gli attori non spiccano come in altri film dello stesso regista. La Smutniak è brava, Arca si barcamena e alla fine riesce a portare a casa la prestazione, dal resto sinceramente mi aspettavo di più. Nota positiva da Filippo Schicchitano che alle prese con un ruolo non facile interpreta un ragazzo gay con sincerità e riuscendo quasi sempre a non scadere nelle solite macchiette.
Commento. Il Film è deludente: parte bene, ma poi ha un calo vertiginoso nella seconda parte. Si ha l'impressione che Ozpetek sia voluto ritornare (dopo gli esperimenti di commedia) al dramma Saturno Contro, ma non riuscendoci a pieno. Lì assenza di trama era retta però da buonissime interpretazioni ed efficienti caratterizzazioni dei personaggi, qui invece la storia d'amore, che alla fine sembra aver poco da dire la fa da padrona, e i personaggi di contorno sono meno azzeccati rispetto ad altre volte. Voto 4,5
lunedì 10 marzo 2014
Recensione di Sotto una buona stella
Trama. Federico Picchioni in poco tempo perde il lavoro e vede morire l'ex moglie. Non potendosi più permettere di pagare l'appartamento ai figli sarà costretto a portarseli a casa. Intanto la fidanzata lo lascia, ma a risolvere i problemi ci penserà la nuova vicina Luisa Tombolini.
Commento. Verdone torna al cinema dopo un paio d'anni dopo il buono "Posti in piedi in paradiso" e ancora una volta non riesce a convincere. Il Verdone degli ultimi tempi sembra che voglia tenere i piedi in più scarpe cercando un equilibrio che non riesce a mantenere. Il film vuole essere tante cose (comico, romantico, con una spruzzata di sociale, con una riflessione sulla differenza generazionale), ma alla fine la consistenza è poca. La sceneggiatura ha dei buchi clamorosi (personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni fine a se stesse, vicende che si aprono e non si chiudono) con passaggi di trama inspiegabili (non si capisce perché dopo aver perso il lavoro e lamentarsi della mancanza di soldi Verdone non venda l'atticone all'EUR di 250 metri quadri). Il discorso sulla differenza generazionale è affrontato con banalità e calcando i soliti luoghi comuni (i grandi non capiscono, i piccoli sono un po' scapestrati, ma alla fine buoni e capaci di buoni sentimenti). L'unica cosa che funziona alla fine è il rapporto tra Verdone e la Cortellesi, alcune scene fanno ridere, altre sorridere, però tutto già visto e i temi di "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" sono lontani anni luce.
Per quanto riguarda le interpretazioni Verdone è la solita sicurezza con la sua maestria nel comico, grottesco e nel drammatico, la Cortellesi invece offre una delle solite interpretazioni: è brava, carina e fa anche ridere, però non ha mai quel "di più" che le consenta di fare il salto di qualità. Dimostra di essere brava in tutta, ma non eccellere in nulla e alla fine dei tanti film usciti con lei come protagonista negli ultimi anni sembra sempre di vedere il solito personaggio. Le servirebbe forse lavorare in film un po' meno leggeri con un regista che sappia tirarci fuori qualcosa di diverso.
Nota dolente i due giovani: Tea Falco è francamente insopportabile ( e spiegatemi perché una che è nata a Roma da due genitori romani debba parlare siciliano), Richelmy abbastanza inutile. I personaggi erano già stereotipati di loro gli attori non hanno fatto nulla per renderli un po' meno insopportabili. Il cast di contorno è abbastanza anonimo rispetto agli standard dei film di Verdone.
Conclusione. Un'altra prova poco convincente per Verdone che sembra ormai avviluppato nella dinamica dei film "veltroniani" (parliamo di tutto, ma alla fine non parliamo di niente). Si sente una certa stanchezza, "il compitino". Il Verdone di una volta tornerà mai? Non dico un ritorno dei personaggi, ma una critica sociale e una visione della realtà un po' più acuta rispetto a queste ultime. Voto 5
Commento. Verdone torna al cinema dopo un paio d'anni dopo il buono "Posti in piedi in paradiso" e ancora una volta non riesce a convincere. Il Verdone degli ultimi tempi sembra che voglia tenere i piedi in più scarpe cercando un equilibrio che non riesce a mantenere. Il film vuole essere tante cose (comico, romantico, con una spruzzata di sociale, con una riflessione sulla differenza generazionale), ma alla fine la consistenza è poca. La sceneggiatura ha dei buchi clamorosi (personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni fine a se stesse, vicende che si aprono e non si chiudono) con passaggi di trama inspiegabili (non si capisce perché dopo aver perso il lavoro e lamentarsi della mancanza di soldi Verdone non venda l'atticone all'EUR di 250 metri quadri). Il discorso sulla differenza generazionale è affrontato con banalità e calcando i soliti luoghi comuni (i grandi non capiscono, i piccoli sono un po' scapestrati, ma alla fine buoni e capaci di buoni sentimenti). L'unica cosa che funziona alla fine è il rapporto tra Verdone e la Cortellesi, alcune scene fanno ridere, altre sorridere, però tutto già visto e i temi di "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" sono lontani anni luce.
Per quanto riguarda le interpretazioni Verdone è la solita sicurezza con la sua maestria nel comico, grottesco e nel drammatico, la Cortellesi invece offre una delle solite interpretazioni: è brava, carina e fa anche ridere, però non ha mai quel "di più" che le consenta di fare il salto di qualità. Dimostra di essere brava in tutta, ma non eccellere in nulla e alla fine dei tanti film usciti con lei come protagonista negli ultimi anni sembra sempre di vedere il solito personaggio. Le servirebbe forse lavorare in film un po' meno leggeri con un regista che sappia tirarci fuori qualcosa di diverso.
Nota dolente i due giovani: Tea Falco è francamente insopportabile ( e spiegatemi perché una che è nata a Roma da due genitori romani debba parlare siciliano), Richelmy abbastanza inutile. I personaggi erano già stereotipati di loro gli attori non hanno fatto nulla per renderli un po' meno insopportabili. Il cast di contorno è abbastanza anonimo rispetto agli standard dei film di Verdone.
Conclusione. Un'altra prova poco convincente per Verdone che sembra ormai avviluppato nella dinamica dei film "veltroniani" (parliamo di tutto, ma alla fine non parliamo di niente). Si sente una certa stanchezza, "il compitino". Il Verdone di una volta tornerà mai? Non dico un ritorno dei personaggi, ma una critica sociale e una visione della realtà un po' più acuta rispetto a queste ultime. Voto 5
Recensioni brevi di altri film sparsi
Tutto sua madre
Una commedia ben fatta, vista un po' per caso, con molti spunti comici e una grandissima interpretazione di questo comico francese Guillame Gallienne. Storia non banale, con qualche ingenuità che comunque strappa un sorriso chiusa da un finale originale e "prezioso" Il film è passato un po' in sordina, ma se le commedie italiane cominciassero ad avere questa profondità il cinema del nostro paese sarebbe sicuramente di un altro livello. Voto 7
I segreti di Osage County.
Da un testo teatrale, una famiglia si riunisce dopo la morte del padre. Interpretazioni grandiose di Maryl Streep e soprattutto Julia Robers che riesce a incalanarsi con maestria nel ruolo di una quarantenne fallita segnando un punto di svolta della sua carriera. Testo dall'andamento classico, scritto magistralmente, parte lento e indefinito per poi crescere in modo vertiginoso nel finale. La scena centrale quella del pranzo dopo il funerale è da antologia per ritmo, recitazione e regia. Tutti gli attori (tranne Juliette Lewis) molto bravi. Tanti i temi trattati dalla famiglia al territorio americano. Colpi di scena a mio avviso un po' prevedibili, però il risultato finale è di altissima fattura. Voto 7,5
Saving Mr Banks
Operazione commerciale sulla storia che ha portato alla realizzazione del film di Mary Poppins nella sfida tra la scrittrice dei libri Pamela Travers e Walt Disney. Film carino, mai noioso che veicola in modo a volte eccessivamente retorico buoni sentimenti. Inutile e già vista la trama parallela (che racconta della giovinezza di Pamela in Australia e del suo rapporto con il padre) che scade spesso e volentieri in facili psicologismi. L'interpretazione della Thompson è come al solito da ricordare e anche Tom Hanks è capace in qualche frangente di prendersi la scena. Simpatici i siparietti con le canzoni che non riescono a non strappare qualche lacrimuccia (bisogna ammetterlo Mary Poppins ha una delle più belle colonne sonore della storia del cinema). Hippy Ending in scontato, ma piacevole stile hollywoodiano. Voto 6,5
Dallas Buyers Club
Film di denuncia, un po' già visto, con due grandissime interpretazioni di Jared Leto e Matthew Mc Conaguey. La trama avvince e prende (soprattutto all'inizio) poi si scade un po' negli stereotipi del genere. Un film di attori, ma che sicuramente dal punto di vista cinematografico non dice nulla di che. Voto 6
Una commedia ben fatta, vista un po' per caso, con molti spunti comici e una grandissima interpretazione di questo comico francese Guillame Gallienne. Storia non banale, con qualche ingenuità che comunque strappa un sorriso chiusa da un finale originale e "prezioso" Il film è passato un po' in sordina, ma se le commedie italiane cominciassero ad avere questa profondità il cinema del nostro paese sarebbe sicuramente di un altro livello. Voto 7
I segreti di Osage County.
Da un testo teatrale, una famiglia si riunisce dopo la morte del padre. Interpretazioni grandiose di Maryl Streep e soprattutto Julia Robers che riesce a incalanarsi con maestria nel ruolo di una quarantenne fallita segnando un punto di svolta della sua carriera. Testo dall'andamento classico, scritto magistralmente, parte lento e indefinito per poi crescere in modo vertiginoso nel finale. La scena centrale quella del pranzo dopo il funerale è da antologia per ritmo, recitazione e regia. Tutti gli attori (tranne Juliette Lewis) molto bravi. Tanti i temi trattati dalla famiglia al territorio americano. Colpi di scena a mio avviso un po' prevedibili, però il risultato finale è di altissima fattura. Voto 7,5Saving Mr Banks
Operazione commerciale sulla storia che ha portato alla realizzazione del film di Mary Poppins nella sfida tra la scrittrice dei libri Pamela Travers e Walt Disney. Film carino, mai noioso che veicola in modo a volte eccessivamente retorico buoni sentimenti. Inutile e già vista la trama parallela (che racconta della giovinezza di Pamela in Australia e del suo rapporto con il padre) che scade spesso e volentieri in facili psicologismi. L'interpretazione della Thompson è come al solito da ricordare e anche Tom Hanks è capace in qualche frangente di prendersi la scena. Simpatici i siparietti con le canzoni che non riescono a non strappare qualche lacrimuccia (bisogna ammetterlo Mary Poppins ha una delle più belle colonne sonore della storia del cinema). Hippy Ending in scontato, ma piacevole stile hollywoodiano. Voto 6,5
Dallas Buyers Club
Film di denuncia, un po' già visto, con due grandissime interpretazioni di Jared Leto e Matthew Mc Conaguey. La trama avvince e prende (soprattutto all'inizio) poi si scade un po' negli stereotipi del genere. Un film di attori, ma che sicuramente dal punto di vista cinematografico non dice nulla di che. Voto 6
mercoledì 5 marzo 2014
Recensione di 12 anni schiavo
Trama: Solomon Northup è un violinista nero di talento che vive come cittadino libero a Sarasota, nello stato di New York, con una moglie e due figli. Un giorno però viene ingannato da due impresari e dopo essere stato drogato si ritrova in catene e in viaggio verso il sud. Qui viene prima venduto a William Ford e poi a Edwin Epps spietato padrone convinto sostenitore della schiavitù. Solomon sarà costretto a ogni tipo di fatica sia psicologia che fisica finché al termine dei 12 anni non troverà un modo per riottenere la libertà
Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.
Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7
Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.
Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7
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