Trama. Mia e Sebastian vivono a Los Angeles e cercano con difficoltà di inseguire i propri sogni: la prima lavora in una caffetteria e prova a sfondare, senza successo, nel mondo del cinema o della tv con innumerevoli provini; il secondo è un jazzista nostalgico, che fa colazione davanti a uno storico locale jazz e la sera suona al piano le canzoni natalizie in un ristorante per coppiette. I due, come Harry ti presento Sally, si incrociano due volte (una nel traffico, una nel locale dove lavora Sebastian) per poi incontrarsi definitivamente e conoscersi ad una festa dove Sebastian suona in una band nostalgica degli anni '80 e Mia deve sorbirsi gli sproloqui dell'ultimo noioso fidanzato. Dopo un'iniziale antipatia fra i due, comincerà a nascere un'amicizia, ma una volta al cinema davanti a Gioventù Bruciata scoppierà l'amore. I due andranno a vivere insieme, ma le ambizioni lavorative di uno dei due metterà in crisi la coppia. Saranno capaci a superarla o le aspirazioni di carriera avranno la meglio?
Commento. Inizio subito col dire che la prima ora del film è di una qualità straordinaria, uno schiaffo di piacere allo spettatore che viene da subito preso in un turbine di colori, musiche, coreografie degno dei grandi musical del passato. Chazelle riesce a gestire sapientemente tutte le fasi del film calibrando il ritmo alla grande e alternando scene concitate a momenti più lenti e intimi. Poi diciamo che, scavallata la metà, il film subisce una flessione per poi riprendersi abbastanza bene nel finale.
Il film tecnicamente è impeccabile, i numeri musicali e coreografici sono di alta fattura dall'inizio alla fine con balli coinvolgenti canzoni belle e orecchiabili. Però quello che resta una volta finito il film è che si è assistito a un artificio costruito magnificamente, ma con poca anima. Perché se celebra magnificamente un atto d'amore verso il cinema, il Jazz e Los Angeles (fotografata divinamente da Linus Sangren), quella che dovrebbe essere la storia d'amore risente di un ridimensionamento. E' così grande l'amore manifestato per cinema, musica e città che la storia d'amore fra i due viene offuscata; è come se il rapporto di coppia debba vivere nella triangolarità per essere veramente completo e che da solo non sia autosufficiente. Per come si sviluppa il film va a calare proprio laddove la parte "musical" ha una sorta di pausa e l'autore deve rimboccarsi le maniche per far collimare tutte le dinamiche della trama. La crisi dell'amore nasce in modo pretestuoso utilizzando personaggi calati dall'alto che sembrano stare nel film con l'unico scopo di mettere zizzania. La scena della litigata cade proprio nel momento in cui ti aspetti che cada e si regge su cliché triti e ritriti (la mogliettina a casa un po' depressa che si lamenta di non vedere mai il marito sempre al lavoro). Nella seconda metà quindi il film subisce un calo vistoso perché appunto la musica si prende una pausa e subentrano dei dialoghi di cui avremmo fatto volentieri a meno. Poi sul finale, da un colpo di scena inaspettato (e forse un po' forzato), il film si riprende con una sequenza finale bellissima e dolcemente paracula.
Il film farà sicuramente incetta di oscar tecnici e probabilmente Chazelle vincerà l'oscar per la regia. Non sono altrettanto sicuro riguardo gli attori e infatti sono quelli più incerti. Forse quello che manca al film è proprio qualche personaggio di contorno che avrebbe dato al film un respiro maggiore quando invece risulta troppo chiuso sulla coppia. Di conseguenza le dinamiche di coppia non funzionano perché non hanno quegli sbocchi laterali necessari che in una romantic comedy ci devono essere. I personaggi c'erano (penso alla sorella di lui e alle coinquiline di lei che compaiono all'inizio anche in delle belle scene), ma si decide di non utilizzarli.
Conclusione. Il film è da vedere e finita la visione lascia una voglia di ballare e cantare (e questa è una delle cose più belle che un film possa fare). Ripensandoci però rimane quell'amarognolo in bocca di un qualcosa che non torna come dovrebbe Alcuni passaggi a livello di trama, sebbene corretti dal punto di vista logico, non riescono a scandagliare alla dovuta profondità le vere motivazioni dei personaggi, rendendo tutto molto prevedibile. Whiplash in questo mostrava più coraggio e più autenticità. Era infatti un film di sceneggiatura, perfetta nei suoi meccanismi, questo invece parte come un film di immagini per poi diventare un film di sceneggiatura dopo, ma non lo fa nel modo corretto. La morale che lasciava Whiplash era chiara, non condivisibile da tutti, ma chiara, qua invece il messaggio si perde.
Probabilmente un film che potrebbe scontare l'altissimo hype che lo ha accompagnato dal festival di Venezia in poi e che quindi rischia di presentarsi come qualcosa che non è. Non è un capolavoro, ma un bellissimo e ben fatto film "nostalgia", un The Artist fatto molto meglio.
Personalmente mi sarei aspettato un incasso in Italia migliore e invece rischia di finire dietro a Collateral Beauty come incassi complessivi, ma aspettiamo la seconda settimana per un responso definitivo.
martedì 31 gennaio 2017
domenica 29 gennaio 2017
Arrival Recensione
Trama. Gli alieni sono arrivati. Sono atterrate precisamente dodici navicelle in dodici parti diverse del mondo. Negli Stati uniti l'insigne, ma un po' introversa, linguista Louis Banks viene prelevata dall'università di Berkley da un reparto dell'esercito americano. Il suo compito, insieme allo scienziato Ian Donnelly, quello di comunicare con gli alieni atterrati nel Montana per arrivare a chiedere loro "what is your purpose on earth?". Ma il linguaggio a cui si troverà davanti Louis sarà qualcosa di completamente inedito e al TEMPO stesso rivoluzionario.
Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson. Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.
Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.
Commento. Oramai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare questo cineasta del Canada francese dal suo fulminante esordio nel cinema americano con Prisoners, uno dei film più belli usciti negli ultimi anni. Tutto ciò che c'era di buono nel film con Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal è stato confermato nel successivo Sicario e con quest'ultima opera non possiamo dire che il buon Denis abbia perso la mano, tutt'altro. Villneuve è un regista di un'abilità unica, il suo stile lento e solenne oramai è un marchio di fabbrica come del resto la musica rimbombante di Johann Johannson. Ciò che balza subito all'occhio di questo film è la sua compattezza. La durata è quella più giusta per questo genere di film, ma soprattutto c'è una sorta di necessarietà nel susseguirsi delle scene, mai una sbavatura, mai una lungaggine, mai situazioni portate troppo in là e questo per un film di fantascienza è fondamentale. Anzi gioca a nascondino con tutti gli stereotipi del genere, assecondandoli per poi rinnegarli e rovesciarli. I personaggi sono pochi, il luogo è uno solo e il tempo dall'inizio alla fine è lineare (?). Il ritmo quindi è perfetto, l'inizio è lento, calibrato nelle sue parti, per poi accelerare a livello di suspance e colpi di scena nel finale dove tutto viene svelato nei momenti appropriati. Amy Adams riesce ancora a confermarsi attrice preziosa per la sua essenzialità, non eccede in nulla e qui è bravissima nel farsi trasportare dal film e dalle suggestioni che l'incontro con gli alieni le provocano. Per essere un film fantascientifico la brava Amy e riesce costantemente a conservare la sua femminilità diversamente a quello che accade ad altre attrici impegnate in altri ruoli (vero Jennifer?). Qui, come in Nocturnal Animals, Amy è nella neutralità che il suo viso acquisisce decisività e sensualità. Meno incisivi gli attori maschili la cui interpretazione è troppo schiacciata sulla trama, ma anche perché non riescono pienamente a trasmettere la loro verità ai personaggi, più però per colpa della sceneggiatura che delle loro performance.
Infatti è la sceneggiatura quella a mostrare qualche passaggio a vuoto. Se il colpo di scena finale è gestito molto bene, dall'altra il modo in cui Louis riesce a decifrare il linguaggio degli eptodi diventa molto chiaro per la protagonista, ma meno chiaro per il pubblico così come il modo in cui riesce a sintonizzarsi sulla loro percezione temporale. Due passaggi che per la loro importanza andavano gestiti meglio e che restano invece oscuri per le dinamiche. Inoltre alcuni rapporti tra i personaggi per le loro ripercussioni nel proseguo del film andavano forse approfondite maggiormente per dare loro maggiore risonanza.
Conclusione. Dopo due film (sotto)terreni che indagavano gli istinti più animali e brutali dell'essere umano Villeneuve torna con un film aereo, leggero come la sua protagonista: una Amy Adams sempre più convincente e questa volta più che mai meritevole di una candidatura agli Oscar (che invece ha deciso di darla a una non brillantissima Maryl Streep). Film che si va a inscrivere nel cosiddetto filone della fantascienza adulta dopo Interstellar, ma riesce a raggiungere vette di poesia e leggerezza che nel film di Nolan invece venivano coperti da una messinscena e da dialoghi freddi ed eccessivamente tecnicistici. Prodotto di qualità assoluta che però viene in parte rovinata da alcuni errori di sceneggiatura banali. Villeneuve però si dimostra regista di una bravura estrema che non ha vergogna di conciliare la forte autorialità del suo stile con storie che potremmo definire main-stream, ma che rispetto ai blockbuster, privi di idee e tutti uguali degli ultimi anni, sono parecchi gradini più sopra.
giovedì 19 gennaio 2017
Silence Recensione
Trama. Due gesuiti partono per il Giappone alla ricerca del loro maestro disperso da qualche anno e che si dice abbia abiurato la fede cattolica. Il viaggio in Giappone però metterà di fronte ai giovani gesuiti una realtà così violenta e crudele ben al di là della loro immaginazione.
Commenta. Silence è un film complesso che sta facendo nascere e continuerà a far nascere opinioni contrastanti. Anche scriverne di conseguenza diventa impresa non semplice perciò comincerò col dire le cose che non mi sono piaciute. Comincio con l'evidenziare una nota che forse si può definire "di colore", ma che può provocare parecchio fastidio durante la visione. Garfield, Driver e Neeson dovrebbero essere portoghesi e parlare portoghese, come dovrebbero parlare portoghese tutti i giapponesi che incontrano durante il loro viaggio. Sentirli parlare in "americano" rende tutto molto anacronistico (parliamo del XVII secolo ossia un'epoca in cui l'inglese era ancora lungi dal diventare la lingua internazionale che è oggi). Sarebbe stata una scelta più coraggiosa ed economicamente svantaggiosa ma che avrebbe pagato di più in termini artistici scegliere due attori portoghesi e girare il film tutto in portoghese. è vero che molti film hanno utilizzato questa sospensione dell'incredulità riguardo la lingua, ma in questo caso la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un elemento fondamentale della storia. Silence parla di evangelizzazione e lo sappiamo che il primo passo dell'evangelizzazione è l'insegnamento della lingua e sentire personaggi giapponesi che dicono "i can speak portuguese" e dirlo in inglese rompe tutto il contesto storico in cui il film è stato inserito.
Proseguo dicendo che in alcune scene la violenza e il dolore sono esibiti in modo troppo sfacciato e palese per penetrare in profondità. I dibattiti intellettuali in cui si fronteggiano cristianesimo e conseguente cultura occidentale con il buddismo e la conseguente cultura orientale non hanno la sufficiente pregnanza cinematografica visto che anche dal punto di vista speculativo sono abbastanza poveri. Non condivido la scelta di un cattivo troppo macchietta per incutere il timore necessario e in generale dei respiri comici che ho trovato fuori luogo.
Però il film nonostante i tanti difetti ti lascia qualcosa dentro. Sarà l'abilità di Scorsese, sarà la scelta di una tematica così sui generis ma che riesce però nonostante il particolarismo temporale e spaziale a rendersi universale, sarà il dilemma morale a cui verrà sottoposto il protagonista nel finale che Scorsese riesce a portare alle estreme conseguenze, sarà un personaggio di Kichijiro un vero e proprio capolavoro di sceneggiatura che rappresenta l'emblema di cosa è il cristianesimo. A fronte di questa complessità va detta una cosa che il modo in cui tratta Scorsese il cattolicesimo e il problema della fede in generale è di una maturità unica e non lo fa tanto nei dialoghi "di scontro culturale", ma dispiegandolo lungo tutto il film per poi culminare in una sequenza finale da manuale.
Conclusione. Film da vedere, su cui discutere. La visione può riservare qualche fatica, ma il film comincia a dare i suoi effetti sul lungo periodo, va quindi mangiato e digerito bene.
Commenta. Silence è un film complesso che sta facendo nascere e continuerà a far nascere opinioni contrastanti. Anche scriverne di conseguenza diventa impresa non semplice perciò comincerò col dire le cose che non mi sono piaciute. Comincio con l'evidenziare una nota che forse si può definire "di colore", ma che può provocare parecchio fastidio durante la visione. Garfield, Driver e Neeson dovrebbero essere portoghesi e parlare portoghese, come dovrebbero parlare portoghese tutti i giapponesi che incontrano durante il loro viaggio. Sentirli parlare in "americano" rende tutto molto anacronistico (parliamo del XVII secolo ossia un'epoca in cui l'inglese era ancora lungi dal diventare la lingua internazionale che è oggi). Sarebbe stata una scelta più coraggiosa ed economicamente svantaggiosa ma che avrebbe pagato di più in termini artistici scegliere due attori portoghesi e girare il film tutto in portoghese. è vero che molti film hanno utilizzato questa sospensione dell'incredulità riguardo la lingua, ma in questo caso la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un elemento fondamentale della storia. Silence parla di evangelizzazione e lo sappiamo che il primo passo dell'evangelizzazione è l'insegnamento della lingua e sentire personaggi giapponesi che dicono "i can speak portuguese" e dirlo in inglese rompe tutto il contesto storico in cui il film è stato inserito.
Proseguo dicendo che in alcune scene la violenza e il dolore sono esibiti in modo troppo sfacciato e palese per penetrare in profondità. I dibattiti intellettuali in cui si fronteggiano cristianesimo e conseguente cultura occidentale con il buddismo e la conseguente cultura orientale non hanno la sufficiente pregnanza cinematografica visto che anche dal punto di vista speculativo sono abbastanza poveri. Non condivido la scelta di un cattivo troppo macchietta per incutere il timore necessario e in generale dei respiri comici che ho trovato fuori luogo.
Però il film nonostante i tanti difetti ti lascia qualcosa dentro. Sarà l'abilità di Scorsese, sarà la scelta di una tematica così sui generis ma che riesce però nonostante il particolarismo temporale e spaziale a rendersi universale, sarà il dilemma morale a cui verrà sottoposto il protagonista nel finale che Scorsese riesce a portare alle estreme conseguenze, sarà un personaggio di Kichijiro un vero e proprio capolavoro di sceneggiatura che rappresenta l'emblema di cosa è il cristianesimo. A fronte di questa complessità va detta una cosa che il modo in cui tratta Scorsese il cattolicesimo e il problema della fede in generale è di una maturità unica e non lo fa tanto nei dialoghi "di scontro culturale", ma dispiegandolo lungo tutto il film per poi culminare in una sequenza finale da manuale.
Conclusione. Film da vedere, su cui discutere. La visione può riservare qualche fatica, ma il film comincia a dare i suoi effetti sul lungo periodo, va quindi mangiato e digerito bene.
sabato 14 gennaio 2017
Film Top e Flop 2016
Top 5
1. Io, Daniel Blake regia di Ken Loach
2. Sully regia di Clint Eastwood
3. Lo Chiamavano Jeeg Robot regia di Gabriele Mainetti
4. Rogue One regia di Gareth Edwards
5. Remember regia di Atom Egoyan
Flop 5
1. Batman vs Superman regia di Zack Snyder
2. The Legend of Tarzan regia di David Yates
3. The Revenant regia di Alejandro Gonzales Inarritu
4. Suicide Squad regia di David Ayer
5. Captain Fantastic regia di Matt Ross
5 Special Mention to
1. Il Libro della Giungla regia di Jon Favre
2. Veloce come il Vento regia di Matteo Rovere
3. I Magnifici 7 regia di Antoine Fuqua
4. The Witch regia di Robert Eggers
5. La Ragazza del Treno regia di Tate Taylor
Iscriviti a:
Commenti (Atom)


