Trama. Ascesa, successo e declino di Jordan Belfort dagli inizi a Wall Street sotto la guida di Mark Hannah, passando per uno squallido call center specializzato in penny market, per arrivare alla creazione della sua agenzia la Stratton Oakmont grazie alla collaborazione con Donnie Azzof e di vari venditori al dettaglio e spacciatori. Jordan diventa un vero magnate della finanza anche grazie a metodi non propriamente legali. Accanto al lavoro Jordan conduce una vita dissipata all'insegna della droga e del sesso a cui fa prendere parte a tutti i suoi amici e colleghi.
La favola non durerà per molto perché l'Fbi indaga sui suoi traffici.
Commento. Apprestarsi alla recensione di questo film presenta diverse difficoltà. L'ultimo prodotto di Scorsese presenta infatti degli aspetti contraddittori che non consentono che il giudizio sia univoco. Partiamo da dei dati di fatto: il film in 180' nonostante una trama (volutamente) prevedibile e che non presenta grandi colpi di scena riesce a non annoiare neanche un secondo e a coinvolgere lo spettatore lungo tutta la durata senza nessun momento di flessione. Dall'altra parte però usciti dalla sala non si comprende bene che genere di film si è visto e nemmeno qual è il messaggio che si è voluto veicolare. Il film segue passo-passo la storia del protagonista, non lasciandolo neanche un momento. Fin dalla prima inquadratura si presenta come un carattere fortemente deciso di cui già sappiamo che non avrà momenti di sbandamento. La parte dell'apprendistato è breve e dopo neanche mezz'ora di film Jordan è diventato un uomo di successo, un successo che non riesce a non travolgerlo (inizia a drogarsi, lascia la moglie per un'altra, paga le mignotte in ufficio per i colleghi), ma è un personaggio che riesce a cavalcare quest'onda travolgente, riuscendo in qualche modo a lasciarsi travolgere, ma allo stesso tempo a fortificarsi. Scorsese ci presenta un personaggio addicted, dipendente dalla droga, dai soldi, dal sesso, dal sentirsi importante e del far parte di una squadra. Un uomo che non si ferma mai, che vive per oltrepassare l'ostacolo non tanto per vedere dove può arrivare, ma quanto può chiedere da se stesso. tutto ciò non è argomentato con voglia di rivalsa o per riscatto per un passato di miseria, ma è presentato come un dato di fatto fine a se stesso senza tante giustificazioni psicologiche.
Però nonostante un protagonista delineato egregiamente il film mostra qualche lacuna di sostanza, quasi come per molti aspetti fosse troppo "leggero", alcune scene (soprattutto quelle che riguardano le orge e le droghe) sono trascinate un po' troppo e riproposte forse anche in parti della storia in cui ci saremmo aspettati altro. Nonostante poi da parte del regista e dello sceneggiatore non ci sia neanche un momento di condanna morale dei personaggi e di quello che fanno, si ha l'impressione in certi momenti che tutti i personaggi partecipino di questo degrado morale generale. Scorse cerca l'eccesso e cercandolo ci regala scene di impatto visivo unico (la scena delle spogliarelliste in ufficio è magistrale), però qualche volta è come se quello che cercasse fosse solo l'eccesso e dietro di questo non ci fosse altro da investigare di modo che il tutto a volte appare un po' superficiale.
Alcune fasi della trama sono poco chiare e altre affrontate in modo superficiale. Sarebbe stato interessante trattare il tema del rapporto con la prima moglie e con i genitori in modo più approfondito.
Per quanto concerne gli attori Di Caprio abbandona un certo carattere che aveva assunto in alcuni degli ultimi film e sfodera un repertorio invidiabile. Nei monologhi dà il meglio di sé e nonostante giochi tutto su un esagerato "sopra le righe" riesce ad essere sempre credibile. Ormai è uno dei più bravi che ci sono in circolazione l'Oscar se lo meriterebbe tutto. Il contorno, anche se non esibisce grandi nomi (a parte un Matthew McConaughey che in una scena riesce a lasciare il segno), ma tutti ben funzionali alla trama primo fra tutti un Jonah Hill che dopo tante commedie non proprio impeccabile si cimenta in un ruolo importante dove riesce a mostrare le sue doti comiche, ma non solo.
Il comparto tecnico è impeccabile sotto tutti gli aspetti. I movimenti della macchina da presa nella sala del brocheraggio si vede che sono opera di un maestro che non si accontenta mai di inquadrature scontate cercando sempre la dinamicità della situazione.
Conclusione. Nonostante tutti gli appunti che gli si possono muovere, il film è ricco di spunti molto interessanti, le opere di Scorsese non sono mai banali e anche questa ha tanto da raccontare. Però qualche dubbio resta legato soprattutto al messaggio finale che il film vuole dare. Voto 7,5
martedì 28 gennaio 2014
sabato 18 gennaio 2014
Recensione Il Capitale Umano
Trama. Nella fredda Brianza si intrecciano le storie dell'agente immobiliare Dino Ossola che fa di tutto per entrare a far parte del fondo azionario del magnate finanziario Giovanni Bernaschi; quella di Carla Bernaschi moglie di Giovanni, donna alle soglie della mezza età, attrice mai veramente sbocciata, che prova a rilanciare la propria vita cercando di salvare, con i soldi del marito, un teatro dalla chiusura; quella di Serena Ossola, figlia di Dino e fidanzata di Massimiliano Bernaschi che un giorno incontra Luca, paziente di Roberta, la sua matrigna, si innamora e decide di cambiare la propria vita.
Commento. Virzì con questo film abbandona i temi e i luoghi a lui più cari e si addentra in un genere e in ambientazioni, mai toccate nelle sue precedenti fatiche artistiche. Ma nonostante i cambiamenti apparenti, le vere ragioni che muovono tutte le sue produzioni permangono anche in quest'ultimo film e quello che ci arriva è un ritratto dell'Italia contemporanea (improntata sull'immaginario del regista e degli sceneggiatori): ricconi senza scrupoli e anche un po' ipocriti, una piccola-media borghesia disposta a tutto per sfondare, donne fuori dal mondo che ricercano nell'arte una sorta di riscatto per una vita inconcludente, ragazzi che sentono il peso del mondo adulto che grava su di loro, alcuni saranno capaci di emanciparsi, altri resteranno intrappolati.
Come al solito Virzì e Bruni non vanno tanto per il sottile con la delineazione dei personaggi: sulla scena si muovono delle maschere fatte a posta per riempire lo spazio filmico, poco si sa del loro passato, delle loro colpe, debolezze, degli altri rapporti. Ognuno simboleggia un certo mondo e nel film veste unicamente quella funzione. Quello delle maschere è uno stile puramente italiano che Virzì sa gestire con abilità riuscendolo a declinare lungo tutti i generi non restando soltanto ancorato alla commedia. Il film ha in queste caratterizzazioni molto marcate sicuramente un punto di forza, ogni personaggio è un "qualcosa" che si staglia in modo netto nel tappeto narrativo, ma inevitabilmente finisce per essere anche un punto di debolezza. I personaggi iniziano e finiscono allo stesso modo, c'è chi si arrende, c'è chi non se ne accorge, c'è chi crede di cambiare e non è cambiato, c'è chi non vuole cambiare. Forse solo i ragazzi (e non tutti) sfuggono al triste destino dell'immobilità.
Il film è suddiviso in quattro episodi di cui tre seguono il punto di vista di un personaggio e l'ultimo è un epilogo che coinvolge tutti. Il primo è sicuramente il più riuscito con un Bentivoglio che tenendo la scena in modo magistrale riesce a costruire un personaggio abietto e viscido, ma con cui non riesci a non empatizzare.
Se nell'episodio iniziale la critica sociale alla piccola borghesia riesce ad essere penetrante, nel secondo Virzì vorrebbe portare avanti in parallelo la delineazione di un personaggio "originale", quello di Bruni Tedeschi, e contemporaneamente muovere una critica alla stato "dei beni culturali" in Italia. Ma se il primo riesce solo in parte con una buona prova dell'attrice, ma con una scrittura del personaggio più confuso che a volte cerca più l'effetto che la profondità, l'intento critico è troppo esplicito e sfacciato cadendo nei soliti luoghi comuni sull'Italia (il sindaco leghista è a mio parere una macchietta fuori contesto). Se si vuole far passare il messaggio "non si possono trasformare teatri storici in appartamenti" lo si dovrebbe fare in modo più sottile.
E arriviamo al terzo episodio, a mio parere quello su cui maggiormente sentiamo la mano del regista. Il genere è quello della storia d'amore adolescenziale di cui ripercorre quasi tutti gli stilemi. La ragazza si innamora di un ragazzo tormentato orfano, con uno zio mezzo tossico e molto ingombrante. I ragazzi oltre a offrire una prova recitativa mediocre non riescono a trasmettere un briciolo di simpatia per i loro personaggi Quello che Virzì ci offre è uno spaccato troppo semplicistico dei giovani d'oggi per poter trovare qualche empatia: c'è il viziato, c'è la ragazza che vorrebbe distaccarsi dal mondo dei viziati, ma non ci riesce fino in fondo e c'è il ragazzo strano ed eccentrico con mille problemi. E del mondo dei ragazzi sebbene a stretta contiguità con quello degli adulti non se ne spiegano le interazioni e i nessi causali che sarebbe stato interessante scoprire. Quello che ne esce è una storia totalmente a sé che di originale ha poco e in cui i ragazzi diventano assumono più delle funzioni "macchiniche" subordinate alla trama che seguire i loro veri e propri bisogni.
Il finale poi lascia perplessi soprattutto per quello che è il lascito generale: i ricchi vincono sempre e non sono neanche così colpevoli, i poveri sono anche sfigati, ma alla fine se la cavano pure loro. Ma tra i due chi vince? Sembra che i due mondi restino paralleli (adulti-ragazzi, ricchi-poveri) e non trovino una sintesi finale.
Conclusioni. Nonostante le varie critiche che si possono trovare, il film resta un prodotto di prima qualità soprattutto in un contesto italiano dove le pellicole di un certo rilievo scarseggiano. Molti lo hanno definito un film in discontinuità con la poetica del regista, ma non credo che sia così: se prescindiamo dall'ambientazione e da quel debole respiro thriller il film è si inserisce in modo coerente con i lavori precedenti e anzi ne rappresenta una sorta di coronamento.
Dal punto di vista della scrittura il film è molto solido e tranne qualche passaggio di trama un po' forzato (vedersi soprattutto il colpo di svolta finale di cui è protagonista involontario Bentivoglio) il tutto è efficiente e a tratti si raggiungono picchi di suspance godibili. Dal punto di vista registico, il film funziona e ha anche dei begli spunti, ma ancora qualche volta Virzì dimostra di non avere ancora un gusto dell'immaginato raffinatissimo (penso come punto di riferimento soprattutto l'ultimo Tornatore). Di note stonate ce ne sono e la cosa che più salta all'occhio sono tre ragazzi con delle parti di un certo peso, ma che riescono a restituire meno della metà di quello che i loro personaggi potrebbero trasmettere. Resta comunque un film da andare a vedere e su cui discutere perché gli spunti che dà sono molti. Un film che più che essere goduto passivamente deve essere visto, ragionato e discusso. Voto 7
Commento. Virzì con questo film abbandona i temi e i luoghi a lui più cari e si addentra in un genere e in ambientazioni, mai toccate nelle sue precedenti fatiche artistiche. Ma nonostante i cambiamenti apparenti, le vere ragioni che muovono tutte le sue produzioni permangono anche in quest'ultimo film e quello che ci arriva è un ritratto dell'Italia contemporanea (improntata sull'immaginario del regista e degli sceneggiatori): ricconi senza scrupoli e anche un po' ipocriti, una piccola-media borghesia disposta a tutto per sfondare, donne fuori dal mondo che ricercano nell'arte una sorta di riscatto per una vita inconcludente, ragazzi che sentono il peso del mondo adulto che grava su di loro, alcuni saranno capaci di emanciparsi, altri resteranno intrappolati.
Come al solito Virzì e Bruni non vanno tanto per il sottile con la delineazione dei personaggi: sulla scena si muovono delle maschere fatte a posta per riempire lo spazio filmico, poco si sa del loro passato, delle loro colpe, debolezze, degli altri rapporti. Ognuno simboleggia un certo mondo e nel film veste unicamente quella funzione. Quello delle maschere è uno stile puramente italiano che Virzì sa gestire con abilità riuscendolo a declinare lungo tutti i generi non restando soltanto ancorato alla commedia. Il film ha in queste caratterizzazioni molto marcate sicuramente un punto di forza, ogni personaggio è un "qualcosa" che si staglia in modo netto nel tappeto narrativo, ma inevitabilmente finisce per essere anche un punto di debolezza. I personaggi iniziano e finiscono allo stesso modo, c'è chi si arrende, c'è chi non se ne accorge, c'è chi crede di cambiare e non è cambiato, c'è chi non vuole cambiare. Forse solo i ragazzi (e non tutti) sfuggono al triste destino dell'immobilità.
Il film è suddiviso in quattro episodi di cui tre seguono il punto di vista di un personaggio e l'ultimo è un epilogo che coinvolge tutti. Il primo è sicuramente il più riuscito con un Bentivoglio che tenendo la scena in modo magistrale riesce a costruire un personaggio abietto e viscido, ma con cui non riesci a non empatizzare.
Se nell'episodio iniziale la critica sociale alla piccola borghesia riesce ad essere penetrante, nel secondo Virzì vorrebbe portare avanti in parallelo la delineazione di un personaggio "originale", quello di Bruni Tedeschi, e contemporaneamente muovere una critica alla stato "dei beni culturali" in Italia. Ma se il primo riesce solo in parte con una buona prova dell'attrice, ma con una scrittura del personaggio più confuso che a volte cerca più l'effetto che la profondità, l'intento critico è troppo esplicito e sfacciato cadendo nei soliti luoghi comuni sull'Italia (il sindaco leghista è a mio parere una macchietta fuori contesto). Se si vuole far passare il messaggio "non si possono trasformare teatri storici in appartamenti" lo si dovrebbe fare in modo più sottile.
E arriviamo al terzo episodio, a mio parere quello su cui maggiormente sentiamo la mano del regista. Il genere è quello della storia d'amore adolescenziale di cui ripercorre quasi tutti gli stilemi. La ragazza si innamora di un ragazzo tormentato orfano, con uno zio mezzo tossico e molto ingombrante. I ragazzi oltre a offrire una prova recitativa mediocre non riescono a trasmettere un briciolo di simpatia per i loro personaggi Quello che Virzì ci offre è uno spaccato troppo semplicistico dei giovani d'oggi per poter trovare qualche empatia: c'è il viziato, c'è la ragazza che vorrebbe distaccarsi dal mondo dei viziati, ma non ci riesce fino in fondo e c'è il ragazzo strano ed eccentrico con mille problemi. E del mondo dei ragazzi sebbene a stretta contiguità con quello degli adulti non se ne spiegano le interazioni e i nessi causali che sarebbe stato interessante scoprire. Quello che ne esce è una storia totalmente a sé che di originale ha poco e in cui i ragazzi diventano assumono più delle funzioni "macchiniche" subordinate alla trama che seguire i loro veri e propri bisogni.
Il finale poi lascia perplessi soprattutto per quello che è il lascito generale: i ricchi vincono sempre e non sono neanche così colpevoli, i poveri sono anche sfigati, ma alla fine se la cavano pure loro. Ma tra i due chi vince? Sembra che i due mondi restino paralleli (adulti-ragazzi, ricchi-poveri) e non trovino una sintesi finale.
Conclusioni. Nonostante le varie critiche che si possono trovare, il film resta un prodotto di prima qualità soprattutto in un contesto italiano dove le pellicole di un certo rilievo scarseggiano. Molti lo hanno definito un film in discontinuità con la poetica del regista, ma non credo che sia così: se prescindiamo dall'ambientazione e da quel debole respiro thriller il film è si inserisce in modo coerente con i lavori precedenti e anzi ne rappresenta una sorta di coronamento.
Dal punto di vista della scrittura il film è molto solido e tranne qualche passaggio di trama un po' forzato (vedersi soprattutto il colpo di svolta finale di cui è protagonista involontario Bentivoglio) il tutto è efficiente e a tratti si raggiungono picchi di suspance godibili. Dal punto di vista registico, il film funziona e ha anche dei begli spunti, ma ancora qualche volta Virzì dimostra di non avere ancora un gusto dell'immaginato raffinatissimo (penso come punto di riferimento soprattutto l'ultimo Tornatore). Di note stonate ce ne sono e la cosa che più salta all'occhio sono tre ragazzi con delle parti di un certo peso, ma che riescono a restituire meno della metà di quello che i loro personaggi potrebbero trasmettere. Resta comunque un film da andare a vedere e su cui discutere perché gli spunti che dà sono molti. Un film che più che essere goduto passivamente deve essere visto, ragionato e discusso. Voto 7
domenica 12 gennaio 2014
Recensione American Hustle
Trama. Irving Rosenfeld e Sydney Prosser si incontrano ad una festa, si innamorano e diventano insieme una coppia di abili truffatori. Il loro idillio però ha fine quando vengono smascherati dall'agente del FBI Richie Di Masio che però invece di arrestarli li promette la libertà se lo aiuteranno ad incastrare una serie di politici corrotti e mafiosi tra i quali il sindaco di Camden Carmine Polito. Il lavoro sembra andare per il verso giusto quando interviene sulla scena Rosalyn, ex moglie di Irving che scompiglierà le carte in tavola.
Commento. Dopo il discusso "Lato positivo" torna sugli schermi un nuovo lavoro di David O. Russell. La confezione del film è semplicemente perfetta: regia magistrale, costumi d'epoca un po' kitsch, ma tremendamente efficienti e coerenti con la storia, interpretazioni magistrali. David O. Russell si conferma uno dei registi hollywoodiani più interessanti nel panorama contemporaneo. Il film per molti versi appare impeccabile eppure ci si alza dalla sala non pienamente soddisfatti. Le riserve riguardano soprattutto la sceneggiatura. L'inizio si sofferma soprattutto sul personaggio di Bale e su quello della Adams, ma se il primo è tratteggiato con pochi, ma incisivi spunti, il ruolo femminile è volutamente meno chiaro e purtroppo lo rimarrà quasi per tutto l'arco del film. Con l'introduzione del personaggio di Bradley Cooper entriamo nella seconda parte del film, sicuramente la più densa in cui poi faranno la propria apparizione anche gli altri personaggi. Qui il film si biforca lungo tre direttive: la truffa architettata da Irving, Sydney e Richie, la pseudostoria d'amore tra Sydney e Richie e l'amicizia che invece si forma tra Carmine e Irving. Se quest'ultima è raccontata in modo semplice, ma molto efficiente, la storia d'amore e di inganni tra l'Adams e Cooper ha tratti più incerti e nonostante comunque la buona prova degli attori non si capisce bene dove la sceneggiatura voglia condurci. Si ha l'impressione il più delle volte che lo script insegui più il gioco di trucchi e inganni che i sentimenti dei personaggi. L'intervento massiccio di una sempre più splendida e brava Jennifer Lawrence ci farà entrare nell'ultima parte del film dove si assiste al classico film sulle truffe, con un finale in parte prevedibile e in parte un po' troppo conciliante.
Il film riesce a reggere quindi bene quasi due ore e mezza, ma l'inizio e la fine sono un po' troppo affrettati (molti passaggi di trama non sono chiarissimi) e il mezzo a volte si dilunga.
I rapporti delineati nel film sono comunque affrontati in modo profondo: la storia d'amore tra Bale e Adams all'inizio sfiora un infantilismo quasi poetico, l'amicizia tra Renner e Bale e retta dagli attori ha dei momenti di emozioni sincere per culminare in una scena bellissima che testimonia tutta la bravura di Christian Bale. Il personaggio della Lawrence è delineato benissimo e interpretai ancora meglio e ci regala delle scene di antologia assoluta (lei che canta "Live and let die" diventerà storica).
Conclusione. Il film resta un prodotto validissimo, spero vivamente che riceva delle candidature ai prossimi oscar. Eppure però delle perplessità restano: alcuni spunti sono geniali, ma a volte si ha l'impressione che non siano stati amalgamati al meglio.Voto 7,5
Commento. Dopo il discusso "Lato positivo" torna sugli schermi un nuovo lavoro di David O. Russell. La confezione del film è semplicemente perfetta: regia magistrale, costumi d'epoca un po' kitsch, ma tremendamente efficienti e coerenti con la storia, interpretazioni magistrali. David O. Russell si conferma uno dei registi hollywoodiani più interessanti nel panorama contemporaneo. Il film per molti versi appare impeccabile eppure ci si alza dalla sala non pienamente soddisfatti. Le riserve riguardano soprattutto la sceneggiatura. L'inizio si sofferma soprattutto sul personaggio di Bale e su quello della Adams, ma se il primo è tratteggiato con pochi, ma incisivi spunti, il ruolo femminile è volutamente meno chiaro e purtroppo lo rimarrà quasi per tutto l'arco del film. Con l'introduzione del personaggio di Bradley Cooper entriamo nella seconda parte del film, sicuramente la più densa in cui poi faranno la propria apparizione anche gli altri personaggi. Qui il film si biforca lungo tre direttive: la truffa architettata da Irving, Sydney e Richie, la pseudostoria d'amore tra Sydney e Richie e l'amicizia che invece si forma tra Carmine e Irving. Se quest'ultima è raccontata in modo semplice, ma molto efficiente, la storia d'amore e di inganni tra l'Adams e Cooper ha tratti più incerti e nonostante comunque la buona prova degli attori non si capisce bene dove la sceneggiatura voglia condurci. Si ha l'impressione il più delle volte che lo script insegui più il gioco di trucchi e inganni che i sentimenti dei personaggi. L'intervento massiccio di una sempre più splendida e brava Jennifer Lawrence ci farà entrare nell'ultima parte del film dove si assiste al classico film sulle truffe, con un finale in parte prevedibile e in parte un po' troppo conciliante.
Il film riesce a reggere quindi bene quasi due ore e mezza, ma l'inizio e la fine sono un po' troppo affrettati (molti passaggi di trama non sono chiarissimi) e il mezzo a volte si dilunga.
I rapporti delineati nel film sono comunque affrontati in modo profondo: la storia d'amore tra Bale e Adams all'inizio sfiora un infantilismo quasi poetico, l'amicizia tra Renner e Bale e retta dagli attori ha dei momenti di emozioni sincere per culminare in una scena bellissima che testimonia tutta la bravura di Christian Bale. Il personaggio della Lawrence è delineato benissimo e interpretai ancora meglio e ci regala delle scene di antologia assoluta (lei che canta "Live and let die" diventerà storica).
Conclusione. Il film resta un prodotto validissimo, spero vivamente che riceva delle candidature ai prossimi oscar. Eppure però delle perplessità restano: alcuni spunti sono geniali, ma a volte si ha l'impressione che non siano stati amalgamati al meglio.Voto 7,5
giovedì 2 gennaio 2014
Recensione di Lo Hobbit La desolazione di Smaug
Trama. Bilbo e la banda dei nani proseguono il loro viaggio verso Erebor. Dopo essersi imbattuti nel Multiforma Beorn che li aiuta a seminare gli occhi, si apprestano ad attraversare Bosco Atro. Ma durante il viaggio nella foresta vengono rapiti dagli Elfi del reame boscoso. Intanto Gandalf è in cerca del negromante. I nani riusciranno a scappare dagli elfi grazie all'aiuto di Bilbo e ad arrivare a Pontelagolungo dove dovranno vedersela con Bard l'arcere e il governatore. Alla fine arriveranno finalmente al monte dove Bilbo finalmente sfiderà il drago.Commento. Nonostante un buon primo capitolo, questo secondo episodio non è all'altezza del precedente. La storia è prevedibile, le sottotrame (alcune inventate di sana pianta dal regista) sono quanto di più sentito ci possa essere (Jackson ci poteva risparmiare la storia d'amore tra l'elfo e il nano), gli effetti speciali in molte occasioni sono ridonanti e alcune volte tirati via. Le sequenze da salvare si contano sulle dita di una mano e la tanto decantata scena tra Bilbo e il drago a mio avviso è più lunga del dovuto. Per carità la confezione è impeccabile, i paesaggi, i costumi, la fotografia sono di altissimo livello, ma erano picchi qualitativi che Jackson aveva già raggiunto nella prima trilogia e che uno spettatore di questo film dava per scontato. Peccato perché di materiale per fare bene ce ne era parecchio. La seconda parte del libro Lo Hobbit presenta delle situazioni che leggendo non vedevo l'ora di veder trasportate al cinema e invece il film proprio in quei punti (l'incontro con Beorn e tutto il viaggio nel Bosco) è tirato via e le questioni sono risolte in pochi minuti per dare spazio poi invece a sequenze non presenti nel libro e che stonano nel quadro generale della storia.
Lo Hobbit un viaggio inaspettato rimane a mio parere superiore, nel primo Jackson era riuscito a tenere uno stile favolistico molto fedele al libro, in questo secondo capitolo invece sopravviene un'atmosfera epica completamente fuori tema. E' chiaro da questo secondo film che l'intento di Peter Jackson era quello di fare una sorta di pre-quel del signore degli anelli, ma a questo punto lo si sarebbe potuto fare meglio.
Conclusione. Il film è completamente sotto le aspettative, rispetto alla vecchia trilogia Jackson non presenta nulla di nuovo, anzi ripropone situazioni già viste stiracchiandole a volte fino alla noia. Il film incasserà, ma questa trilogia si dimenticherà presto. Voto 4,5
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