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giovedì 29 dicembre 2016

Recensione "The Night of"

Trama. Nazir Khan è un "bravo ragazzo" pakistano che vive a New York. Una sera prende il taxi del padre, senza dirglielo, per andare a una festa, ma si perde. Accostato a un angolo della strada sale improvvisamente una ragazza tanto bella quanto misteriosa. I due vanno prima in riva al mare, bevono una birra, si prendono delle pillole, poi a casa di lei fanno dei giochi un po' estremi e finiscono a fare sesso. Dopo un po' Nazir si risveglia e trova la ragazza morta assassinata nel suo letto in un lago di sangue. In preda al panico scappa, ma la sua fuga dura poco, infatti viene arrestato preso dalla polizia e accusato come il maggiore indiziato. A difenderlo arriverà uno stravagante avvocato "sfigato" (John Turturro) tormentato da un fastidioso eczema ai piedi. Riuscirà Nazir a dimostrare la sua innocenza?

Commento. The Night of è stata salutata come una delle migliori serie televisive del 2016, ideata da Steve Zaillan (sceneggiatore di film di Spielberg, Ridley Scott e Scorsese) la serie dal punto di vista tecnico è impeccabile, la fotografia sempre tendente al grigio di Fred Helmes (che mi ha ricordato quella di Seven anche se meno estrema di quella di Darius Khondji) è bellissima, le musiche azzeccate. La serie è composta da otto puntate da circa un'ora l'una. L'operazione ricorda in parte, ed è giusto che lo ricordi, uno dei picchi della serialità di questi ultimi anni ossia True Detective: entrambe sono dei gialli/thriller, entrami sono autoconclusivi.
E' doveroso cominciare col dire che la puntata pilota è un gioiello dal punto di vista registro e di scrittura e Riz Ahmed è perfetto nel ruolo di questo protagonista spinto qua e là dagli eventi che si susseguono senza soluzione di continuità. E forse il problema sta proprio qua, le altre puntate non riescono a reggere il confronto con la prima e il tutto comincia a perdersi e non si capisce che direzione voglia prendere la serie. Soprattuto non si capisce dentro quale genere la serie voglia immergersi. Dalla seconda puntata in poi infatti comincia a seguire tre filoni narrativi (detective story, legal thriller e prison movie) che però fanno fatica a trovare una sintesi comune. Mentre il primo filone (quello del detective) non decolla fino alle ultime due puntate per poi farlo molto bene, ma forse per troppo poco tempo (a questo proposito da sottolineare la prova di Bill Camp nel ruolo del detective Dennis Box), il secondo (legal) è ben fatto e segue in modo corretto e allo stesso tempo originale tutte le regole del genere, mentre il terzo (prison) è il peggiore dei tre. L'esperienza in carcere di Nazir sa tutto di già sentito, le dinamiche carcerarie sono sempre le stesse che abbiamo visto in mille film (ma qualcuno si è visto Orange is the new Black?), il personaggio di Micheal Kenneth Williams è molto approssimativo ed è slegato da tutto il contesto e soprattutto Riz Ahmed non riesce a reggere a livello attoriale il passaggio "breaking bad" e il personaggio che ne viene fuori alla fine è finto e stereotipato. A parte questo i personaggi sono scritti tutti benissimo come le figure dei genitori di Nazir, per niente facili da scrivere e da interpretate, sono risolte benissimo da due attori pakistani veramente validi (e belli cinematograficamente), ma da sottolineare la prova di Jeannie Berlin nel ruolo del procuratore distrettuale, la nemica del protagonista. La prova della quasi settantenne dà una verità inedita al personaggio, le sigarette, gli sguardi, le camminate, l'uso della penna, ogni gesto restituisce un significato, uno stato d'animo e tutti con verità e originalità. Buona anche la prova di Turturro che da grande attore qual è porta sempre la sua prestazione a casa, ma qui forse ci si aspettava qualcosina di più. Diciamo che nell'ultimo periodo (film di Moretti incluso) si è un po' impelagato in questo personaggio del freak/sfigato (e certo con quella faccia che può fare?) però da uno che è riuscito a concepire i personaggi che ha concepito mi aspettavo di più. Meno azzeccata invece la performance di Amara Kan (sempre impassibile con gli occhi sbarrati) e anche la scrittura del suo personaggio mi è sembrata un po' approssimativa e poco chiara in alcuni passaggi.

Conclusione. Questi anni sono un po' contraddistinti dalla sindrome da serie tv, cioè che si tende a trasformare subito le serie belle in capolavori, ma non c'è nessuna che venga stroncata veramente. Esiste dunque una sorta di eccessivo timore reverenziale per delle serie che andrebbero analizzate a fondo per poterne dare dei giudizi oggettivi. The Night of è un prodotto ottimo, però non si deve far passare con questo giudizio vari problemi di cui la serie è affetta. In generale ho l'impressione che se fosse durata la metà non sarebbe stato uno scandalo, anzi si sarebbero evitate delle lungaggini (soprattutto quelle in carcere che ho trovato ridondanti) e si sarebbe data più compattezza al tutto. True Detective quella compattezza ce l'aveva perché era focalizzata sui due protagonisti (le loro rispettive vite private) e l'indagine. Qua invece oltre l'ondeggiare continuo tra diversi generi, si fa fatica anche a capire chi è il protagonista (Turturro o Ahmed?). E quest'ultimo (che trovai ottimo come spalla di Gyllenhaal in The Night Crowley) in questa occasione l'ho trovato incapace di reggere un ruolo così complesso. Per concludere buon prodotto, ottimo prodotto, però dovremmo a volte trovare il coraggio anche di dire cosa non quadra senza paura di ledere sua maestà HBO.

martedì 20 dicembre 2016

Captain Fantastic Recensione

Trama. Ben Cash è un padre di famiglia sui generis. Con i suoi sei figli vive nei boschi dello stato di Washington e impartisce loro un'educazione particolare fatta di caccia, difesa personale e attività fisica nel giorno e di letture filosofiche, scientifiche e linguistiche la sera intorno al fuoco. La loro vita nella loro eccentricità sembra perfetta, ma l'equilibrio verrà rotto dalla morte della madre da tempo malata. Ben e i figli quindi saranno costretti ad abbandonare il loro idillio bucolico per andare al funerale della madre. Il viaggio li farà scontrare con il mondo reale "diverso", la famiglia come ne uscirà?

Commento. Questo è un film che ha girato tanti festival e non si fa fatica a capire perché. C'è un concept molto forte, ma diciamo che l'idea drammatica di fondo è quella classica dei freaks che entrano in contatto con il mondo reale. C'è di sottofondo una critica al sistema educativo americano e in generale su come stanno venendo su le nuove generazioni dei giovani. Il risultato però a mio avviso è molto deludente e la presa di posizione finale si tiene in una terra di nessuno che dimostra pochissimo coraggio da parte dell'autore. Alcune idee sono anche simpatiche e i film alla fine scivola via abbastanza indolore, però non si capisce la direzione che il film voglia prendere e soprattutto di cosa si voglia parlare. L'impianto della storia è classico, ma alla fine le soluzioni prese per risolvere la situazione di crisi sono troppo facili e non tengono conto dello sviluppo drammatico del film. Abbastanza emblematihe le vicende dei due figli maschi i più critici nei confronti del sistema educativo paterno, che arrivano allo scontro con il padre per poi riconciliarcisi senza una vera risoluzione del conflitto stesso. La famiglia disegnata da Matt Ross si scopre antipatica e non si prova mai empatia con loro. La scena in cui si scontrano le due filosofie di vita tra una famiglia normale (quella della sorella della moglie interpretata da una grande Kathryn Han) e la famiglia "fantastica" di Viggo Mortensen, la famiglia protagonista ne esce con le ossa rotte e si rivela per quello che veramente è freaks senza umanità che sfoggiano una cultura vuota, nozionistica e soprattutto inverosimile (come si fanno a imparare sei lingue più l'esperanto rinchiusi in una foresta?). Il finale come dicevo si risolve facilmente senza tenere conto dei tanti conflitti che si erano venuti a creare. La figura del nonno (padre della madre) il vero antagonista, non ha un finale e tutta la vicenda legata alla madre è contraddittoria e poco chiara. Tutte le cose che la famiglia fa nel finale sono retoriche e melense e le varie rivelazioni non sorprendono mai veramente. E il finale non prende una vera posizione e arriva ad un compromesso facilissimo e paraculo Se si vogliono raccontare delle storie bisogna avere il coraggio di farle finire in un certo modo e non cercando di accontentare tutti. Questo è un film che strizza in continuazione l'occhio allo spettatore (la scelta delle musiche, certe situazioni "comiche", la fotografia, i costumi un po' strambi dei protagonisti), ma da un film in questi anni si pretende altro. Se si descrive una famiglia che ha un modo di vivere estremo, anche il film deve diventare estremo. Estremo non significa necessariamente violento, ma bisogna avere il coraggio di prendere decisioni difficili, mentre invece Ross sceglie un happy ending stucchevole e soprattutto già visto.

Conclusione. Il film alla fine, ripeto, scivola via abbastanza bene, ma non resta nulla. Strizza gli occhio a un certo tipo di pubblico, ma sono curioso di quanto resterà di questo prodotto tra un po' di tempo. Questi film indie che devono fare i conti con budget non molto ampi devono come minimo contare su una sceneggiatura perfetta (mentre questa ha dei buchi logici gravi in vari punti) e su una regia potente (mentre invece Ross dietro la macchina da presa è alquanto anonimo), altrimenti il rischio è quella di ritrovarsi con un prodotto apparentemente "carino", ma che è destinato ben presto a finire nel dimenticatoio.

mercoledì 7 dicembre 2016

Sully recensione

Trama. Sully è un pilota di linea che nel gennaio 2009 appena decollato dall'aeroporto di La Guardia a New York in seguito ad uno scontro con uno stormo di uccelli che distruggono i motori del velivolo, non reputando sicuro ritornare in aeroporto o atterrare su altre piste vicine, decide di compiere un ammaraggio sul fiume Hudson. Nonostante le grandi difficoltà tutti i passeggeri sopravvivono e Sully diventa un eroe per i media. Ma la compagnia di assicurazione apre un'inchiesta per sapere se avesse potuto agire diversamente e Sully quindi paradossalmente dopo un tale atto di eroismo è costretto a subire un processo.

Commento. Eastwood non è mai un regista banale, anche se gli ultimi film non erano stati pienamente azzeccati (non ho disdegnato American Snipe ma era un film con molti problemi). In questo caso torna alla grande e lo fa anche grazie ad un grande attore tornato anche lui in auge da un paio d'anni dopo un periodo di appannamento. La sceneggiatura di Kormanicki riesce a dosare perfettamente le varie sezioni narrative del film diluendo l'evento principale in tre grandi blocchi facendocelo assaporare un po' alla volta in modo da  restituire molto efficacemente tutta la dinamica e l'emotività dell'evento. Ma anche gli scontri da "legal-movie" tra Sully e la compagnia di assicurazione (in cui notiamo con piacere la presenza di Anna Gunn la Skyler di Breaking Bad) si strutturano in un climax ascendente culminante in un'ultima scena magistrale. Ma la sola sceneggiatura non sarebbe stata sufficiente a rendere appassionante un evento extra.ordinario ma che comunque si è risolto in pochi minuti ed è qui che subentra l'abilità Eastwood che soprattutto nella sequenza sul fiume riesce ad alzare il livello di pathos ad una soglia altissima dimostrando anche di aver imparato da illustri precedenti (il debito, in piccolo, con Titanic è evidente). Anche la backstory di Sully in cui vengono raccontanti alcuni eventi dal suo passato è gestita nel migliore dei modi: le scene non hanno una durata eccessiva, non cadono in facili psicologismi e soprattutto sono funzionali alla main story. Grande, come già detto, l'interpretazione di Tom Hanks in un ruolo delicatissimo. Il suo personaggio infatti vive per tutto il film la contraddizione dell'essere esaltato come eroe dai media e dalla gente che incontra per strada e dell'essere accusato da parte della compagnia d'assicurazione di aver messo in pericolo 155 persone per un eccessiva smania di protagonismo. E tutto questo non fa che ripercuotersi su un pilota sconvolto che è fiero di aver salvato 155 persone, ma in cui si insinua il dubbio che forse avrebbe potuto non prendersi un tale rischio. Un ruolo quello di Hanks più complesso rispetto a quello di The Bridge of Spy, qui la sua interpretazione si arricchisce di sfumature, ma riesce sempre a restituire questo senso di dubbio lacerante fino all'ultima scena. Bello anche come viene affrontato il rapporto con il suo rapporto con il primo ufficiale ben interpretato da Aaron Eckhart (anche lui  da qualche anno caduto un po' nel dimenticatoio), i due sono legati da amicizia sincera e da ammirazione reciproca. Più debole invece il tema familiare raccontato esclusivamente attraverso telefonate con la moglie (Laura Linney) in cui si nota un intervento più invasivo della sceneggiatura e quindi poca aderenza al reale.
La fotografia di Tom Stern (direttore della fotografia di Eastwood fin dai tempi di Debito di sangue) che ci restituisce una New York fredda, in cui dominano l'elemento azzurro del cielo e del fiume e dei vetri dei grattacieli, ricorda in parte quella la New York fotografata di Dariusz Wolski per The Walk di Robert Zemeckis. I film hanno qualche similitudine, traspare da entrambi un grande amore per la città e entrambi i film raccontano due eventi realmente accaduti e che soprattutto non sono conclusi in tragedia, ma lo fanno tenendo un livello di tensione sempre altissimo. Ma il film di Zemeckis aveva una prima parte (quella di Petit in Francia) resa male tecnicamente e narrativamente.

Conclusione. Ritorno alla grande per Eastwood, film magistrale, 96' minuti col fiato sospeso nonostante, ripeto, si racconti di un fatto sì extra-ordinario, ma che non è sfociato in tragedia. Hanks regge in modo magistrale il film dall'inizio alla fine. Bellissima New York e le corse per le strade del protagonista. Senza dubbio uno dei migliori film del 2016, dopo Boyle con il suo Steve Jobs (che però rimane un film modesto) un altro film che traccia la rotta di come da oggi in poi vanno affrontati i film biografici (anche se Sully lo è solo in parte) e quelli tratti da storie vere.
Voto 8,5

giovedì 18 agosto 2016

Ghostbusters recensione

Trama
Erin Gilbert (Kristen Wiig) è una ricercatrice/associata di una prestigiosa università di New York. Una mattina mentre sta provando una lezione di fisica quantistica che avrebbe dovuto tenere da lì a poco riceve la visita di uno strambo individuo che le chiede conto di un libro sui fantasmi scritto qualche anno addietro a quattro mani con la sua amica di un tempo Abby Yates (Melissa McCarthy). Timorosa che la scoperta di quella pubblicazione possa compromettere la sua carriera scientifica si reca dall'amica per chiedere che ritiri il libro da Amazon. L'amica che intanto continua le ricerche sugli ectoplasmi in uno scantinato di un liceo sfigato con la collaborazione di Jillian Holtzmann, si rifiuta. Durante la lite però ricevono una chiamata per una casa apparentemente infestata. Le tre si recheranno sul posto e Erin Gilbert investita dal vomito ectoplasmatico di un fantasma di una vecchia nobildonna assassina del '800 dovrà ricredersi. Cacciate dalle rispettiva scuole le tre fonderanno una ditta di acchiappafantasmi a cui si aggiungerà anche l'afroamericana Rowan North e il segretario Kevin Beckmann.

Commento
Remake del celebre e cult movie del 1984. Operazione estiva fin nel midollo. Mi ha molto ricordato Pixels (che a sua volta si ispirava moltissimo all'originale di Ivan Reitman), ma si vede che in questo caso c'è stato meno pressapochismo nella sceneggiatura e anche nella prova delle attrici. La protagonista è decisamente Kristen Wiig, è lei che ha (o per meglio dire vorrebbe) avere la storia d'amore, è lei che compie il processo di cambiamento ed è lei che sul finale compie l'azione eclatante.  Questa preponderanza della Wiig mette leggermente in secondo piano Melissa McCarthy che è leggermente sottotono. Questo potrebbe essere anche un pregio visto che nello scorso film di Feig (Spy) il film perdeva proprio quando Melissa cominciava ad uscire dal personaggio drammatico per entrare nel suo personaggio comico che l'ha resa famosa (aggressiva fisicamente e verbalmente). Qui invece abbiamo una Melissa stranamente tranquilla che non ruba la scena. Il film è scritto bene, con un buon ritmo e un finale articolato, ma non complesso che nonostante la poca originalità riesce ad appassionare perché soprattutto si prende i suoi tempi. Il film, come ho detto, è un'operazione estiva in tutto e per tutto (si ride anche in varie parti), vorrebbe veicolare qualche messaggio più profondo (l'emancipazione delle donne? dei nerd?) ma sicuramente non calca la mano su quest'aspetto e questo è un pregio. Alla fine si tratta di donne un po' sfigate, single e con un lavoro strambo, ma il regista non ci vuole dare l'immagine di quattro emarginate sociali. è un blockbusters ed è pure giusto che non ci soffermi troppo su queste cose.
Speciale menzione per Kate McKinnon un vero talento, pazza, comica e soprattuto fighissima, ha una scena d'azione spettacolare in cui lecca la canna delle pistole prima di sparare. Simpatico (ma forse avrebbero potuto fare di più) il personaggio del segretario demente di Chris Hemsworth che dopo lo strepitoso cameo di "Come ti rovino le vacanze" si rivela un attore simpatico e anche capace di parecchia autoironia. Completamente inadatta Leslie Jones (l'ultima acchiappa fantasmi). A volte in questi film hai l'impressione che debbano mettere per forza un'afroamericana. Qui personalmente non ce n'era per niente bisogno perché McCarthy, McKinnon e Wiig bastano ampiamente per portare avanti il film.

Conclusione
Il film è stato un flop, forse 144 milioni di budget è esagerato per un reboot, forse con qualche idea in più e qualche soldo in meno si sarebbe potuto fare qualcosa in più. Invece questo è un prodotto standard (fatto benino), ma che non ha nulla per uscire dallo standard. SPY, che non era un film perfetto, anzi aveva anche delle cose parecchio Trash, però era una cosa molto più fresca, in qualche modo nuovo e si prendeva il suo spazio nella grande galassia delle parodie dei film di spie. Anche Pixels ad esempio che era un film scritto peggio ed interpretato peggio aveva un'idea molto più figa e forse anche più attuale (bellissimo il confronto tra i due videogiocatori quello degli anni '80 e quello del duemila, tra videogiochi da sala e videogiochi domestici).
Voto 5,5