Trama. La storia in tredici anni di Elena e Antonio, dal loro primo incontro in una giornata di pioggia sotto una pensilina degli autobus fino alla malattia di lei. Elena è una ragazza semplice che fa la cameriera in un bar e sogna un giorno di potersi aprire un locale tutto suo con il suo amico gay Fabio; Antonio è un meccanico, robusto, maschilista, fidanzato di Silvia. I due dopo un primo incontro in cui non si sopportano si innamorano. Li ritroviamo tredici anni dopo, vivono insieme, hanno due figli. Un giorno Elena scopre di avere un cancro.
Commento. Il film è nettamente separato in due parti: uno racconta l'innamoramento, l'altra la malattia. Tra le due nonostante la posta in gioco sia alta, il film, pur non inventandosi niente di nuovo, riesce a tenere una certa piacevole leggerezza e lo spettatore viene pian piano immerso in questo contesto familiare e di amicizia gradualmente e respirandone appieno l'atmosfera un po' spensierata. La seconda parte invece piomba in una drammaticità pesante e retorica e anche seguire le varie storie diventa più faticoso. Nel complesso Ozpetek dimostra ancora una volta di saperci fare con la cinepresa e a volte registicamente riesce a trasmettere molto. La sceneggiatura invece presenta diverse defezioni che alla fine gravano sul giudizio finale: la gran parte dei dialoghi sembrano scritti da un bambino con delle presunte battute che dovrebbero far ridere, ma invece fanno tutt'altro, alcuni passaggi di trama sono prevedibili e spesso si profonda in uno stucchevole insopportabile (leggasi alla voce: la studentessa che diventa dottoressa). Senza tralasciare il fatto che nella seconda parte praticamente la trama è assente, assistiamo soltanto a "tanto dolore" così presentato in modo così sfacciato da non creare la minima empatia e alcuni spunti di sceneggiatura sono introdotti per poi non essere ulteriormente approfonditi. Per terminare con la storia d'amore delineata molto bene all'inizio, ma trattata in modo superficiale in seguito tanto che questo amore che i due si confessano alla fine non viene mai veramente trasmesso agli spettatori. Anche gli attori non spiccano come in altri film dello stesso regista. La Smutniak è brava, Arca si barcamena e alla fine riesce a portare a casa la prestazione, dal resto sinceramente mi aspettavo di più. Nota positiva da Filippo Schicchitano che alle prese con un ruolo non facile interpreta un ragazzo gay con sincerità e riuscendo quasi sempre a non scadere nelle solite macchiette.
Commento. Il Film è deludente: parte bene, ma poi ha un calo vertiginoso nella seconda parte. Si ha l'impressione che Ozpetek sia voluto ritornare (dopo gli esperimenti di commedia) al dramma Saturno Contro, ma non riuscendoci a pieno. Lì assenza di trama era retta però da buonissime interpretazioni ed efficienti caratterizzazioni dei personaggi, qui invece la storia d'amore, che alla fine sembra aver poco da dire la fa da padrona, e i personaggi di contorno sono meno azzeccati rispetto ad altre volte. Voto 4,5
sabato 29 marzo 2014
lunedì 10 marzo 2014
Recensione di Sotto una buona stella
Trama. Federico Picchioni in poco tempo perde il lavoro e vede morire l'ex moglie. Non potendosi più permettere di pagare l'appartamento ai figli sarà costretto a portarseli a casa. Intanto la fidanzata lo lascia, ma a risolvere i problemi ci penserà la nuova vicina Luisa Tombolini.
Commento. Verdone torna al cinema dopo un paio d'anni dopo il buono "Posti in piedi in paradiso" e ancora una volta non riesce a convincere. Il Verdone degli ultimi tempi sembra che voglia tenere i piedi in più scarpe cercando un equilibrio che non riesce a mantenere. Il film vuole essere tante cose (comico, romantico, con una spruzzata di sociale, con una riflessione sulla differenza generazionale), ma alla fine la consistenza è poca. La sceneggiatura ha dei buchi clamorosi (personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni fine a se stesse, vicende che si aprono e non si chiudono) con passaggi di trama inspiegabili (non si capisce perché dopo aver perso il lavoro e lamentarsi della mancanza di soldi Verdone non venda l'atticone all'EUR di 250 metri quadri). Il discorso sulla differenza generazionale è affrontato con banalità e calcando i soliti luoghi comuni (i grandi non capiscono, i piccoli sono un po' scapestrati, ma alla fine buoni e capaci di buoni sentimenti). L'unica cosa che funziona alla fine è il rapporto tra Verdone e la Cortellesi, alcune scene fanno ridere, altre sorridere, però tutto già visto e i temi di "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" sono lontani anni luce.
Per quanto riguarda le interpretazioni Verdone è la solita sicurezza con la sua maestria nel comico, grottesco e nel drammatico, la Cortellesi invece offre una delle solite interpretazioni: è brava, carina e fa anche ridere, però non ha mai quel "di più" che le consenta di fare il salto di qualità. Dimostra di essere brava in tutta, ma non eccellere in nulla e alla fine dei tanti film usciti con lei come protagonista negli ultimi anni sembra sempre di vedere il solito personaggio. Le servirebbe forse lavorare in film un po' meno leggeri con un regista che sappia tirarci fuori qualcosa di diverso.
Nota dolente i due giovani: Tea Falco è francamente insopportabile ( e spiegatemi perché una che è nata a Roma da due genitori romani debba parlare siciliano), Richelmy abbastanza inutile. I personaggi erano già stereotipati di loro gli attori non hanno fatto nulla per renderli un po' meno insopportabili. Il cast di contorno è abbastanza anonimo rispetto agli standard dei film di Verdone.
Conclusione. Un'altra prova poco convincente per Verdone che sembra ormai avviluppato nella dinamica dei film "veltroniani" (parliamo di tutto, ma alla fine non parliamo di niente). Si sente una certa stanchezza, "il compitino". Il Verdone di una volta tornerà mai? Non dico un ritorno dei personaggi, ma una critica sociale e una visione della realtà un po' più acuta rispetto a queste ultime. Voto 5
Commento. Verdone torna al cinema dopo un paio d'anni dopo il buono "Posti in piedi in paradiso" e ancora una volta non riesce a convincere. Il Verdone degli ultimi tempi sembra che voglia tenere i piedi in più scarpe cercando un equilibrio che non riesce a mantenere. Il film vuole essere tante cose (comico, romantico, con una spruzzata di sociale, con una riflessione sulla differenza generazionale), ma alla fine la consistenza è poca. La sceneggiatura ha dei buchi clamorosi (personaggi che appaiono e scompaiono, situazioni fine a se stesse, vicende che si aprono e non si chiudono) con passaggi di trama inspiegabili (non si capisce perché dopo aver perso il lavoro e lamentarsi della mancanza di soldi Verdone non venda l'atticone all'EUR di 250 metri quadri). Il discorso sulla differenza generazionale è affrontato con banalità e calcando i soliti luoghi comuni (i grandi non capiscono, i piccoli sono un po' scapestrati, ma alla fine buoni e capaci di buoni sentimenti). L'unica cosa che funziona alla fine è il rapporto tra Verdone e la Cortellesi, alcune scene fanno ridere, altre sorridere, però tutto già visto e i temi di "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" sono lontani anni luce.
Per quanto riguarda le interpretazioni Verdone è la solita sicurezza con la sua maestria nel comico, grottesco e nel drammatico, la Cortellesi invece offre una delle solite interpretazioni: è brava, carina e fa anche ridere, però non ha mai quel "di più" che le consenta di fare il salto di qualità. Dimostra di essere brava in tutta, ma non eccellere in nulla e alla fine dei tanti film usciti con lei come protagonista negli ultimi anni sembra sempre di vedere il solito personaggio. Le servirebbe forse lavorare in film un po' meno leggeri con un regista che sappia tirarci fuori qualcosa di diverso.
Nota dolente i due giovani: Tea Falco è francamente insopportabile ( e spiegatemi perché una che è nata a Roma da due genitori romani debba parlare siciliano), Richelmy abbastanza inutile. I personaggi erano già stereotipati di loro gli attori non hanno fatto nulla per renderli un po' meno insopportabili. Il cast di contorno è abbastanza anonimo rispetto agli standard dei film di Verdone.
Conclusione. Un'altra prova poco convincente per Verdone che sembra ormai avviluppato nella dinamica dei film "veltroniani" (parliamo di tutto, ma alla fine non parliamo di niente). Si sente una certa stanchezza, "il compitino". Il Verdone di una volta tornerà mai? Non dico un ritorno dei personaggi, ma una critica sociale e una visione della realtà un po' più acuta rispetto a queste ultime. Voto 5
Recensioni brevi di altri film sparsi
Tutto sua madre
Una commedia ben fatta, vista un po' per caso, con molti spunti comici e una grandissima interpretazione di questo comico francese Guillame Gallienne. Storia non banale, con qualche ingenuità che comunque strappa un sorriso chiusa da un finale originale e "prezioso" Il film è passato un po' in sordina, ma se le commedie italiane cominciassero ad avere questa profondità il cinema del nostro paese sarebbe sicuramente di un altro livello. Voto 7
I segreti di Osage County.
Da un testo teatrale, una famiglia si riunisce dopo la morte del padre. Interpretazioni grandiose di Maryl Streep e soprattutto Julia Robers che riesce a incalanarsi con maestria nel ruolo di una quarantenne fallita segnando un punto di svolta della sua carriera. Testo dall'andamento classico, scritto magistralmente, parte lento e indefinito per poi crescere in modo vertiginoso nel finale. La scena centrale quella del pranzo dopo il funerale è da antologia per ritmo, recitazione e regia. Tutti gli attori (tranne Juliette Lewis) molto bravi. Tanti i temi trattati dalla famiglia al territorio americano. Colpi di scena a mio avviso un po' prevedibili, però il risultato finale è di altissima fattura. Voto 7,5
Saving Mr Banks
Operazione commerciale sulla storia che ha portato alla realizzazione del film di Mary Poppins nella sfida tra la scrittrice dei libri Pamela Travers e Walt Disney. Film carino, mai noioso che veicola in modo a volte eccessivamente retorico buoni sentimenti. Inutile e già vista la trama parallela (che racconta della giovinezza di Pamela in Australia e del suo rapporto con il padre) che scade spesso e volentieri in facili psicologismi. L'interpretazione della Thompson è come al solito da ricordare e anche Tom Hanks è capace in qualche frangente di prendersi la scena. Simpatici i siparietti con le canzoni che non riescono a non strappare qualche lacrimuccia (bisogna ammetterlo Mary Poppins ha una delle più belle colonne sonore della storia del cinema). Hippy Ending in scontato, ma piacevole stile hollywoodiano. Voto 6,5
Dallas Buyers Club
Film di denuncia, un po' già visto, con due grandissime interpretazioni di Jared Leto e Matthew Mc Conaguey. La trama avvince e prende (soprattutto all'inizio) poi si scade un po' negli stereotipi del genere. Un film di attori, ma che sicuramente dal punto di vista cinematografico non dice nulla di che. Voto 6
Una commedia ben fatta, vista un po' per caso, con molti spunti comici e una grandissima interpretazione di questo comico francese Guillame Gallienne. Storia non banale, con qualche ingenuità che comunque strappa un sorriso chiusa da un finale originale e "prezioso" Il film è passato un po' in sordina, ma se le commedie italiane cominciassero ad avere questa profondità il cinema del nostro paese sarebbe sicuramente di un altro livello. Voto 7
I segreti di Osage County.
Da un testo teatrale, una famiglia si riunisce dopo la morte del padre. Interpretazioni grandiose di Maryl Streep e soprattutto Julia Robers che riesce a incalanarsi con maestria nel ruolo di una quarantenne fallita segnando un punto di svolta della sua carriera. Testo dall'andamento classico, scritto magistralmente, parte lento e indefinito per poi crescere in modo vertiginoso nel finale. La scena centrale quella del pranzo dopo il funerale è da antologia per ritmo, recitazione e regia. Tutti gli attori (tranne Juliette Lewis) molto bravi. Tanti i temi trattati dalla famiglia al territorio americano. Colpi di scena a mio avviso un po' prevedibili, però il risultato finale è di altissima fattura. Voto 7,5Saving Mr Banks
Operazione commerciale sulla storia che ha portato alla realizzazione del film di Mary Poppins nella sfida tra la scrittrice dei libri Pamela Travers e Walt Disney. Film carino, mai noioso che veicola in modo a volte eccessivamente retorico buoni sentimenti. Inutile e già vista la trama parallela (che racconta della giovinezza di Pamela in Australia e del suo rapporto con il padre) che scade spesso e volentieri in facili psicologismi. L'interpretazione della Thompson è come al solito da ricordare e anche Tom Hanks è capace in qualche frangente di prendersi la scena. Simpatici i siparietti con le canzoni che non riescono a non strappare qualche lacrimuccia (bisogna ammetterlo Mary Poppins ha una delle più belle colonne sonore della storia del cinema). Hippy Ending in scontato, ma piacevole stile hollywoodiano. Voto 6,5
Dallas Buyers Club
Film di denuncia, un po' già visto, con due grandissime interpretazioni di Jared Leto e Matthew Mc Conaguey. La trama avvince e prende (soprattutto all'inizio) poi si scade un po' negli stereotipi del genere. Un film di attori, ma che sicuramente dal punto di vista cinematografico non dice nulla di che. Voto 6
mercoledì 5 marzo 2014
Recensione di 12 anni schiavo
Trama: Solomon Northup è un violinista nero di talento che vive come cittadino libero a Sarasota, nello stato di New York, con una moglie e due figli. Un giorno però viene ingannato da due impresari e dopo essere stato drogato si ritrova in catene e in viaggio verso il sud. Qui viene prima venduto a William Ford e poi a Edwin Epps spietato padrone convinto sostenitore della schiavitù. Solomon sarà costretto a ogni tipo di fatica sia psicologia che fisica finché al termine dei 12 anni non troverà un modo per riottenere la libertà
Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.
Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7
Commento. Steve McQueen è uno degli autori emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Questo film però vive al suo interno un dualismo che ne rappresenta da un lato un punto di forza, ma che ne denota dall'altro un certo grado di incompiutezza. Il dualismo è quello di avere una forma "autoriale" (la mano del regista si sente in parecchie scene), ma allo stesso tempo una trama dall'impostazione abbastanza classica, un classico "polpettone" nel senso più buono del termine. Ecco trame di questo tipo sicuramente possono giovare da un'impostazione registica originale, ma alle volte questa ne può rappresentare anche un limite. Per intenderci il film è pieno di piani fissi di cui alcuni di una efficenza e incidenza mostruosa (penso fra tutti la scena dell'impiccagione), altri però che ricadono nel manierismo e poco funzionali al racconto.
Per quanto riguarda la struttura il film ha un andamento quasi perfetto nei primi quarantacinque minuti, un giusto ritmo, scene di violenza sempre ben distribuite, stati d'animo che si susseguono con un'alternanza sempre ben calibrata, immagini molto evocative (il risveglio di lui in catene ha una potenza visiva con pochi eguali). Poi il film comincia a prendere altre direzioni e comincia a perdere d'intensità: oltre alla storia di Solomon, adesso seguiamo anche quelle del padrone "cattivo"Edwin Pipps con la moglie e con la schiava Patsey. La trama quindi prende un binario differente e in certe parti diventa dispersiva, non andando ad affrontare fino in fondo tutte le sue implicazioni che portano il personaggio di Fassbender (Pipps) a non arrivare a un compimento definitivo, ma resta in una terra di mezzo tra l'incarnazione del male assoluto e l'uomo schiavo delle sue debolezze. Tutto un già sentito che non stupisce come dovrebbe.
Il film ha quindi il merito di essere molto evocativo in parecchi passaggi, ma verso la fine perde di ritmo e la trama giunge a un esito prevedibile (non che il finale sia prevedibile, ma il modo in cui si arriva non mantiene la giusta tensione); e quelle che erano belle trovate registiche sul finale cominciano ad essere ripetitive e prive di inventiva.
Conclusione. Il film premiato con l'Oscar ha sicuramente il merito di conciliare una poetica autoriale con una trama estremamente classica e lo fa il più delle volte con successo. Parte molto bene all'inizio, per poi dopo la metà accusare qualche ripetizione che poteva essere evitata. Il problema è che non si arriva mai a un culmine completo di negatività, il film viaggia quasi tutto nei pressi di questo culmine e poi vive una vertiginosa discesa per il finale (dove appare il personaggio tanto inutile quanto strumentale di Brad Pitt). McQueen è un autore promettente che però a mio parere pecca delle volte di autoreferenzialità e di narcisismo. Il film sicuramente invita a riflettere, ma tiene sempre uno stesso "mood" per il quale si prende sempre un po' troppo sul serio. E' come se il tentativo di tenere sempre la tensione alta facesse sì che quella stessa tensione a un certo punto perda di intensità.
Resta comunque un film godibile, mai noioso e da un punto di vista tecnico indiscutibilmente valido. I passi avanti rispetto a Shame (che personalmente avevo trovato un film inutilmente "pesante") sono evidenti, ma McQueen dovrebbe imparare il dono della leggerezza e dell'ironia per fare un vero salto di qualità. Voto 7
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